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    Sudan, una firma storica per la pace

    In breve

    • Il 31 agosto a Giuba è stato firmato uno storico accordo di pace tra il Governo sudanese e i gruppi ribelli del Darfur Occidentale, del Kordofan Meridionale e del Nilo Azzurro, che pone fine a 17 anni di guerra civile.
    • Il conflitto in Darfur, iniziato nel 2003, si è trasfomato in una delle crisi umanitarie più lunghe e cruente di sempre: ha causato 300mila vittime e oltre 2 milioni di profughi.
    • Il Comprehensive Peace Agreement delinea i tratti di un nuovo Stato sudanese, all’interno di un sistema federale, con livelli di potere e competenze che si basano sulla partecipazione alla vita politica di tutta la popolazione, incluse le minoranze del Sud.
    • Sono stati solo due i gruppi di ribelli che non hanno firmato l’accordo, ma hanno lasciato aperta la porta dei negoziati: un passo importante verso una pace stabile e duratura nel Paese.

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 4 min.

    Analisi – Lo scorso 31 agosto, a Giuba, il Governo del Sudan e il Fronte Rivoluzionario del Sudan (SRF), l’organizzazione che unisce i gruppi ribelli del Darfur Occidentale, del Kordofan Meridionale e del Nilo Azzurro, hanno firmato uno storico accordo di pace che pone fine a diciassette anni di guerra civile.  

    UN PASSATO DI CONFLITTI

    Il Sudan è un Paese caratterizzato da profonde differenze religiose, etniche, linguistiche, sociali ed economiche tra le regioni del Nord, arabe e musulmane, e quelle del Sud, africane, cristiane e animiste. La storia di questa nazione racconta che, tradizionalmente, il potere politico ed economico è in mano alla popolazione araba, che ha negli anni duramente represso le richieste di riconoscimento dei diritti delle minoranze del Sud. I conflitti che hanno visto opposti Khartoum alle regioni del Darfur, del Nilo Azzurro e del Sud Kordofan vanno inquadrate in questo scenario.
    Gli scontri tra il Governo centrale e i territori del Kordofan e del Nilo Azzurro hanno avuto inizio nel 2011, sulle macerie della guerra civile del 1983: al confine con il Sud Sudan, queste regioni sono ricche di risorse minerarie e per questo contese da Giuba e Khartoum. Sull’onda degli scontri si è innescata una crisi umanitaria che ha generato un flusso di milioni di sfollati verso l’Etiopia e il Ciad.

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    Fig. 1 – Il 31 agosto nella capitale del Sud Sudan, Giuba, il Governo sudanese presieduto da Abdalla Hamdok e i rappresentanti del Sudan Revolutionary Front hanno firmato il Comprehensive Peace Agreement, che pone fine a 17 anni di guerra civile

    LA CRISI IN DARFUR

    Ancora più lontano nel tempo è lo scontro con il Darfur, una vasta regione semidesertica nella parte occidentale del Sudan. Rispetto agli eventi che hanno coinvolto il Sud Sudan e che per anni hanno monopolizzato le attenzioni del Governo centrale, il Darfur è rimasto al margine della politica sudanese. Nel 2003 si è trasformato però nel teatro di una delle crisi umanitarie più lunghe e cruente degli ultimi anni: le fazioni in lotta erano i miliziani arabi delle tribù dei Baggara (tra i quali janjawid), minoritarie nella regione, ma maggioritarie nel resto del Paese, e la popolazione nera non baggara. La popolazione araba filogovernativa avviò una carneficina ai danni della popolazione nera che, secondo le stime delle Nazioni Unite, ha causato 300mila vittime e oltre 2,7 milioni di profughi. Numeri terribili che raccontano la storia di un vero e proprio genocidio. Il Governo di Kharthoum è stato a più riprese accusato di fornire armi ai miliziani arabi, ma ha sempre negato le accuse.
    Nel 2007 venne istituita ufficialmente la Missione Unione Africana-Nazioni Unite in Darfur (UNAMID), un primo passo verso la pace. Tuttavia, quando l’anno successivo l’allora Presidente sudanese Omar al-Bashir venne accusato di crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio, il Sudan fece un passo indietro, espellendo dal proprio territorio alcuni membri della missione. Un nuovo cessate il fuoco arrivò nel 2010, ma neanche questa volta fu duraturo. Nel frattempo il mandato di arresto emesso dalla Corte penale internazionale contro al-Bashir decadde per prove insufficienti. Tra il 2013 e 2014 il conflitto si è riacceso: mezzo milione di persone ha lasciato il Darfur, mentre le Organizzazioni governative nella regione denunciavano violenze commesse dalle forze militari di Khartoum ai danni della popolazione civile.

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    Fig. 2 – Un bambino del campo profughi di El-Fasher, la capitale dello Stato del Nord Darfur: il conflitto scoppiato nel 2003 ha provocato centinaia di migliaia di morti e milioni di sfollati

    IL COMPREHENSIVE PEACE AGREEMENT

    L’odierno accordo di pace arriva nel pieno del periodo di transizione democratica che il Sudan sta affrontando all’indomani della caduta dell’ex Presidente al-Bashir nel 2019, e avviata con l’insediamento del Governo presieduto da Abdalla Hamdok, ex funzionario delle Nazioni Unite. Uno degli obiettivi del nuovo esecutivo di Karthoum è la pacificazione del Paese, e la firma del Comprehensive Peace Agreement sembra avvalorare la credibilità di questo processo.
    Il Comprehensive Peace Agreement è composto da otto protocolli che regolano le relazioni tra lo Stato centrale e le regioni, istituendo un sistema federale: nei 60 giorni successivi alla firma, un esecutivo di transizione avrà il compito di rivedere la struttura statale, la suddivisone in regioni, definire i livelli di governo e le relative competenze. Il Darfur (come il Kordofan Meridionale e il Nilo Azzurro) viene riconosciuto come regione dotata di autonomia amministrativa e con una partecipazione attiva alla politica sudanese. I rappresentati dei vari partiti dovranno essere scelti in modo da rappresentare la diversità geografica, sociale e culturale del Paese per promuovere la convivenza sociale e la pace. Nei successivi 39 mesi dalla firma, l’accordo dispone inoltre l’integrazione delle forze militari degli ex ribelli all’interno dell’esercito nazionale. E prevede l’istituzione di una Commissione nazionale per la libertà religiosa, con il mandato di garantire la tutela dei diritti delle comunità cristiane. Ai rappresentanti dei gruppi firmatari saranno attribuiti tre seggi in seno al Consiglio Sovrano e cinque ministeri governativi, oltre a una rappresentanza nel Consiglio legislativo di transizione (75 seggi su 300).

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    Fig. 3 – Il Primo Ministro Sudanese Abdalla Hamdok durante una cerimonia a Kharthoum: uno degli obiettivi del suo Governo è la pacificazione del territorio sudanese, come condizione necessaria per portare a termine la transizione democratica

    I NEGOZIATI RESTANO APERTI

    L’accordo di pace è stato definito da Hamdok come “l’inizio della costruzione della pace”, e ha coinvolto i cinque principali gruppi ribelli, tra i quali il Justice & Equality Movement, il Sudan Liberation Army, il Sudan People’s Liberation Movement-North. Altri due gruppi hanno invece scelto di non firmare: sono una fazione del Sudan Liberation Movement e un’ala del Sudan People’s Liberation Movement-North. Hanno tuttavia lasciato aperta la porta dei negoziati e, lo scorso 3 settembre, hanno sottoscritto una dichiarazione d’intenti con il Governo sudanese che sancisce la comune volontà e necessità di fondare la Costituzione del nuovo Sudan democratico sulla separazione tra Stato e religione, nonché sul rispetto del diritto all’autodeterminazione dei popoli per opera di Khartoum.
    Da una parte la chiara volontà del governo sudanese di completare il processo di transizione democratica, di cui la pacificazione del territorio è una condizione necessaria, dall’altra l’alta partecipazione dei ribelli ai negoziati fanno sperare che questo storico accordo di pace possa essere il primo passo verso la risoluzione definitiva di conflitti che, fin dall’indipendenza nel 1956, hanno causato migliaia di vittime in Sudan.

    Irene Dell’Omo

    Achieving sustainable development goals – Abdalla Hamdok – congress 2017” by IHA Central Office is licensed under CC BY

    Irene Dell'Omo
    Irene Dell'Omo

    Sono laureata in Scienze Politiche, indirizzo Cooperazione internazionale, con una tesi sulla cooperazione tra Unione europea e Paesi del Maghreb per le risorse energetiche rinnovabili. Vivo a Roma, dove lavoro in un’organizzazione umanitaria nell’area marketing e comunicazione. Le mie passioni: scoprire posti e cose nuove, viaggiare, leggere (soprattutto romanzi a sfondo storico e di attualità) e scrivere.

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