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lunedì 18 Gennaio 2021

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Una relazione asimmetrica: il confronto USA-Russia ai tempi della “guerra ibrida”

In breve

 

  • La fine della Guerra Fredda coincise con la costruzione dell’ordine unipolare da parte degli USA, a tutto discapito della Russia.
  • La recente adozione di strategie asimmetriche ha consentito alla Russia di sfidare ripetutamente gli USA nonostante il loro ineguagliato potenziale economico-militare.
  • L’utilizzo di strumenti non militari caratterizza i nuovi conflitti e consente la destabilizzazione del Paese bersaglio, spesso senza la necessità di un intervento armato.
  • La “guerra ibrida” di Mosca in Ucraina ha consentito al Paese di raggiungere i propri obiettivi a costi limitati.

Dove si trova

AnalisiLa profonda delusione di Mosca nei confronti dell’unipolarismo americano e la volontà di essere accreditata come grande potenza hanno spinto la Russia a cercare strategie alternative per sfidare l’Occidente e la sua incontrastata superiorità economico-militare.

IL NUOVO ORDINE MONDIALE E LA DELUSIONE DI MOSCA

Il 25 dicembre del 1991 si completò il processo dissolutivo dell’Unione Sovietica e la Guerra Fredda, lo scontro che aveva visto fronteggiarsi l’URSS e gli USA per oltre quarant’anni, giunse al termine. Il mondo entrò in una nuova fase, caratterizzata dalla costruzione di un nuovo ordine mondiale: quello unipolare, con gli Stati Uniti autoproclamatisi arbitri della stabilità internazionale. Se a Washington non c’erano dubbi sul fatto che gli USA avessero vinto la Guerra Fredda, a Mosca si aveva una percezione differente. I russi erano convinti del fatto che lo scontro bipolare si fosse concluso senza vincitori né vinti e che il contributo dell’URSS nel raggiungere tale risultato in modo pacifico fosse stato fondamentale. Per questo motivo la Russia fu profondamente delusa nel constatare che a Washington non avevano la minima intenzione di riconoscere il ruolo svolto da Mosca nel porre fine alla Guerra Fredda. E ancor più deludente fu la mancata partecipazione della neonata Federazione Russa alla costruzione del nuovo ordine mondiale. Gli USA non erano disposti a riconoscerle lo status di grande potenza e dimostrarono spesso di non tenere conto dei suoi interessi nazionali.
Dopo un periodo in cui il Cremlino mantenne una postura molto debole nei confronti di Washington, soprattutto per motivi economici, già sul finire dell’era Eltsin la Russia assunse un atteggiamento di tipo revisionistico. Ciò fu reso particolarmente evidente dalla nomina di Evgenij Primakov alla carica di Ministro degli Esteri prima e Primo Ministro poi. Primakov espresse la necessità di ripensare l’ordine mondiale come multipolare, con diversi centri di potere regionali nelle differenti aree del globo. La Federazione Russa, ovviamente, sarebbe stata uno di tali centri. In continuità con le idee di Primakov, anche Vladimir Putin, una volta salito al potere nel 1999, perseguì l’obiettivo della costruzione di un ordine mondiale multipolare. Nonostante i suoi rapporti iniziali con l’Occidente fossero abbastanza pragmatici, Putin non fece mai mistero della sua volontà di veder riconosciuto alla Russia lo status di grande potenza e con esso un’esclusiva sfera d’influenza.

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Fig. 1 – Il Presidente Putin e l’ex Primo Ministro Primakov nel 2014

UNA RELAZIONE ASIMMETRICA

Constatato il fatto che gli USA non avrebbero mai accettato di rinunciare all’ordine unipolare che avevano messo in piedi grazie alla loro superiorità economica e militare, ancora oggi incontrastate, il Cremlino decise di fare affidamento sui propri mezzi per raggiungere i risultati che si era prefissato.
L’egemone americano, però, non poteva essere in alcun modo sfidato direttamente, vista la già citata superiorità che poteva vantare in tutti i campi. La Russia si trovava di fronte al dilemma che da sempre aveva perseguitato il Paese: la volontà di vedersi accreditata come grande potenza all’interno della comunità internazionale senza possedere i mezzi per esserlo concretamente.
Per questo il Cremlino, risolti parte dei problemi interni che avevano afflitto il Paese dopo la dissoluzione dell’URSS nei primi anni Duemila, si fece decisamente più assertivo. Ma ciò avvenne grazie all’impiego di strumenti cosiddetti asimmetrici.
La logica che stava dietro a una strategia di questo tipo era piuttosto semplice. Mosca era perfettamente consapevole di non poter sfidare direttamente gli Stati Uniti, ma era altresì cosciente del fatto che, nonostante la loro superiorità, nemmeno gli USA avrebbero potuto sconfiggerla senza pagare un prezzo inaccettabile. Del resto una relazione asimmetrica si caratterizza, in base a quanto affermato da Brantly Womack, tra i principali esperti in materia, per l’impossibilità del debole di minacciare il forte in modo diretto e per l’impossibilità del forte di costringere il debole all’obbedienza a un prezzo accettabile in termini di vite umane e risorse materiali.
Mosca era dunque disposta a portare la propria sfida agli Stati Uniti in tutti i campi (militare, economico, diplomatico, mediatico, ecc.), a patto di non farlo in modo diretto e, se possibile, non pubblicamente. Allo stesso modo il Cremlino rimaneva aperto alla possibilità di una collaborazione pragmatica con gli USA.

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Fig. 2 – Il Generale Gerasimov, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito russo

LA “DOTTRINA GERASIMOV”

In questo contesto si inserisce perfettamente il dibattito interno alle Forze Armate russe rispetto all’importanza degli strumenti non militari per la vittoria finale in un conflitto. Sebbene l’idea che la guerra non sia afferente alla sola sfera militare sia piuttosto radicata nel pensiero strategico russo (si possono trovare infatti numerosi riferimenti alla questione già negli scritti di Lenin) negli ultimi anni la discussione si è fatta decisamente più intensa. Il risultato di tale dibattito è la cosiddetta “dottrina Gerasimov”, dal nome del Capo di Stato Maggiore Generale delle Forze Armate russe. In un articolo pubblicato su VPK nel marzo del 2013 Gerasimov descrisse la “guerra di nuova generazione” come uno scontro combattuto con un’ampia gamma di strumenti, molti dei quali non afferenti alla sfera militare. Gerasimov si spinse al punto di affermare che tali strumenti avevano superato, in alcuni specifici contesti, persino l’efficacia delle armi nel raggiungere la vittoria. È necessario sottolineare come lo stesso inventore del termine “dottrina Gerasimov”, Mark Galeotti, abbia poi ridimensionato la portata dell’articolo del militare russo, affermando che non si trattava di una vera dottrina, né tantomeno che fosse dovuta all’esclusivo contributo di Gerasimov. Ad ogni modo, per il pensiero strategico russo l’uso delle risorse energetiche e dei loro vettori di trasporto, il finanziamento ai partiti politici allineati, le campagne di disinformazione sui social network e sui media tradizionali, il soft power, il potenziale di protesta delle popolazioni, tutto faceva al caso della “guerra con altri mezzi”. In ambito militare invece le forze speciali e le armi a lunga gittata assumevano un ruolo centrale. L’obiettivo finale di una campagna di questo tipo era la destabilizzazione del Paese bersaglio, perseguita con tutti gli strumenti a disposizione, una volta individuatone il punto debole. A questo punto l’aggressore avrebbe avuto una certa libertà di manovra nell’ottenere, in alcuni casi, addirittura il cambio di regime.

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Fig. 3 – Alcuni soldati russi senza insegne sulle uniformi piantonano una caserma ucraina in Crimea nel 2014

“GUERRA IBRIDA” IN UCRAINA

Questo particolare tipo di condotta dei conflitti da parte della Russia è noto come guerra ibrida”. Essa è chiaramente una strategia asimmetrica, in quanto può essere applicata ad alcuni limitati scenari per evitare rappresaglie da parte del rivale. Esemplare è il caso ucraino. Nell’inverno 2013-2014 l’Ucraina entrò in una crisi politica molto grave dovuta alla decisione del Presidente filo-russo Yanukovych di ritirarsi dai negoziati ormai conclusi per la firma di un accordo di associazione con la UE. Tale decisione era stata il risultato delle pressioni di Mosca, la quale si sentiva minacciata dall’allargamento orientale dell’Unione Europea, ritenendolo il preambolo per un ingresso dei Paesi ex sovietici nella NATO. Naturalmente Putin non avrebbe mai potuto permettere che l’Ucraina, Paese chiave all’interno di quella che la Russia ritiene la sua legittima sfera di influenza, entrasse a far parte dell’Alleanza Atlantica. Quando divenne chiaro che il voltafaccia di Yanukovych avrebbe condotto alla sua esautorazione, aprendo la strada a un Governo filo-occidentale a Kiev, Mosca intervenne annettendo la Crimea e destabilizzando parte dell’Ucraina orientale. Ciò avvenne grazie all’impiego di strumenti ibridi, in particolare esacerbando le fratture linguistico-culturali che dividevano la società ucraina, portando la regione del Donbass a richiedere maggiore autonomia da Kiev, se non addirittura l’annessione alla Russia. È evidente come in questa maniera, mantenendo il proprio coinvolgimento celato fin quando possibile, Mosca  raggiunse il proprio obiettivo immediato: bloccare o rallentare l’ingresso dell’Ucraina nelle Organizzazioni occidentali. Il tutto senza subire rappresaglie militari che avrebbero potuto mettere a repentaglio l’esistenza stessa dello Stato russo.

Riccardo Allegri

Photo by Netsyscom is licensed under CC BY-NC-SA

Riccardo Allegri
Riccardo Allegri

Laureato in Scienze Politiche degli Studi Internazionali presso l’Università degli Studi di Bologna, ho recentemente conseguito la laurea magistrale in Studi Internazionali presso l’Università di Pisa. Ho svolto numerosi lavori e scrivo di politica internazionale. Sono specializzato in Russia e spazio post-sovietico, motivo per cui parla la lingua russa. Le mie più grandi passioni sono la geopolitica e il calcio.

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