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    Armenia-Georgia: nubi scure all’orizzonte?

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    La rinuncia di Jerevan all’accordo di associazione con l’UE in favore dell’Unione Doganale russa rischia di compromettere le relazioni con Tbilisi, da tempo proiettata verso l’integrazione euro-atlantica. Esiste davvero il pericolo che Armenia e Georgia siano costrette al confronto dai giochi geopolitici delle grandi potenze operanti nel Caucaso?

    FRATELLI COMPETITIVI – Quando si affronta la questione delle relazioni tra Georgia e Armenia può tornare assai utile, per cercare di spiegarne il carattere, far ricorso all’immagine di due fratelli in perenne e instancabile competizione. Immediatamente evidenti risultano essere i tratti di somiglianza: le comuni radici caucasiche, la percezione di essere due baluardi della cristianità accerchiati da Paesi a maggioranza musulmana, un’eredità artistica che affonda le sue radici nel medesimo terreno. Per non parlare poi, andando oltre i semplici aspetti di vicinanza storico-culturale, dei fortissimi interessi che legano tra loro Jerevan e Tbilisi, dipendenti l’una dall’altra in termini di scambi commerciali e, nel caso dell’Armenia, le cui frontiere sono chiuse sia con la Turchia che con l’Azerbaijan da vent’anni, per quanto riguarda il transito delle merci.

    Allo stesso tempo la diffidenza reciproca, le invidie, la presunzione di superiorità nei confronti dei vicini, costituiscono un altro tratto saliente del delicato, ma mai apertamente conflittuale, rapporto tra le due capitali caucasiche.

    SEMPRE PIÙ DISTANTI – Quella che però è sempre stata una competizione pacifica, rischia ora di trasformarsi in un gioco perverso dal coefficiente di pericolosità piuttosto elevato. Per continuare a richiamare la metafora dei fratelli, sembra che essi abbiano deciso di abbandonare il comune tetto familiare, allontanandosi lungo sentieri diversi.

    Le solide relazioni dell’Armenia con Mosca non sono mai state un mistero, così come non è notizia di ieri la difficoltà di Tbilisi nell’instaurare un dialogo proficuo con il Cremlino. Eppure, almeno fino al passato autunno, era parso che entrambi i Paesi caucasici, seppure con intensità diversa, rivolgessero il proprio sguardo verso Occidente, verso l’Unione Europea.

    Il vertice di Vilnius, del novembre 2013, è rimasto famoso per l’improvviso rifiuto di Yanukovich di firmare l’accordo di associazione con Bruxelles. Quel rifiuto, per intenderci, che segnerà l’avvio delle proteste in piazza a Kiev e la conseguente caduta del governo. Anche un altro Paese decise però per un inaspettato passo indietro, dopo almeno tre anni di serrati negoziati. Questo Paese è appunto l’Armenia.

    Jerevan non può permettersi di perdere l’amicizia russa. È fin troppo chiaro ai vertici governativi che, vaso di coccio tra vasi di ferro apertamente ostili (appunto Turchia e Azerbaijan, quest’ultimo in vertiginosa crescita economica e impegnato in un consistente programma di riarmo), l’Armenia non può fare affidamento diretto su Bruxelles o su Washington per tutelare la propria sicurezza. Una convinzione sicuramente rinsaldata dalla guerra del 2008 tra Georgia e Russia, dove è emerso con chiarezza che nessuna nazione occidentale è disposta a lanciarsi in pericolose avventure militari nella regione.

    Ciò non toglie che la scelta di abbandonare l’accordo con l’UE, a favore invece del progetto di Unione Doganale di Putin, scelta legata anche ai timori dell’oligarchia armena di vedere dissolversi le proprie rendite di posizione in seguito all’apertura dei propri mercati, rischia di rappresentare per Jerevan la fine di ogni rapporto costruttivo con Tbilisi. Ad allontanare ulteriormente i due Paesi ha poi contribuito anche l’interpretazione diametralmente opposta che essi hanno dato degli eventi in Ucraina, certificata in particolare dal voto armeno di sostegno all’azione russa in Crimea durante le discussioni in Assemblea Generale ONU.

    PERICOLI – Tbilisi e Jerevan sembrano aver indirizzato la propria azione di politica estera verso sponde opposte e sono sempre più limitate nella gestione dei rapporti reciproci dalla struttura delle relazioni internazionali nell’area, che attori ben più potenti di loro contribuiscono a plasmare.

    Nell’immediato futuro ci potrebbero essere concreti rischi che la Russia utilizzi Jerevan come strumento di pressione nei confronti di Tbilisi. Ci sarebbe infatti la possibilità di fomentare dissidi nella regione georgiana dello Samtskhe Javakheti, dove risiede una consistente minoranza armena, sempre più guardata con sospetto dai georgiani che la giudicano una quinta colonna del Cremlino. Parrebbe, inoltre, che la distribuzione di passaporti russi nell’area abbia subito un aumento significativo nell’ultimo periodo. Questa è la strategia già adottata da Mosca prima del 2008 in Ossezia e Abkhazia, nel tentativo di ridefinire lo spazio geopolitico delle due regioni in senso russo, in modo da poter poi giustificare l’intervento militare come tutela dei propri concittadini.

    L’Unione Doganale, poi, per quanto monca senza la partecipazione dell’Ucraina, potrebbe essere sfruttata per isolare la Georgia, imponendo a Jerevan di aderire ad embarghi di merci georgiane.

    Altro aspetto da non sottovalutare, per quanto resti al momento piuttosto irrealistico, è la possibilità che la Russia incoraggi la normalizzazione dei rapporti dell’Armenia con la Turchia. Un’eventuale apertura delle frontiere priverebbe infatti Tbilisi di quel ruolo privilegiato che ha finora svolto nel permettere alla Armenia di non rimanere intrappolata tra Baku e Ankara, allontanando dunque ancora di più i due Stati.

    http://commons.wikimedia.org/wiki/File:SamtskheJavakhetiLocationinGeorgia.svg
    La regione georgiana dello Samtskhe Javakheti, dove risiede la minoranza armena.

    MOTIVI DI OTTIMISMO – Nonostante i pericoli, accresciuti ulteriormente dal momento di transizione politica che sta vivendo l’Armenia, permangono comunque ragioni per mantenersi ottimisti.

    Innanzitutto, esiste nella classe politica armena (o almeno in una sua parte), la consapevolezza del rischio di essere strumentalizzati da Mosca. Per quanto riguarda il ruolo della minoranza armena in Georgia, già in passato scenari apocalittici prefigurati dai georgiani più diffidenti si sono rivelati infondati. Certo, una loro maggiore integrazione, il cui onere cade sulle spalle di Tbilisi, potrebbe contribuire a rafforzare il senso di appartenenza ad un’unica comunità politica e allontanare definitivamente i rischi di rivendicazioni separatiste.

    Inoltre, essere pro-russi non significa necessariamente essere pro-Putin. Anzi, la visita del Presidente russo in dicembre, non particolarmente positiva, testimonierebbe la sofferenza che patisce Jerevan per l’asimmetria e la dipendenza nella relazione che la lega al suo potente alleato.
    Infine, con un eccesso di ottimismo, probabilmente ingenuo, ci si potrebbe addirittura spingere ad immaginare l’Armenia svolgere il ruolo di facilitatore nel percorso di normalizzazione dei rapporti russo-georgiani. Negli ultimi due anni già tre incontri tra politici di questi Paesi si sono tenuti, al riparo dall’occhio indiscreto della stampa, a Jerevan.

    Pietro Eynard

    Pietro Eynard
    Pietro Eynard

    Laureando in relazioni internazionali presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. La passione per il viaggio, nonché la necessità di imparare finalmente a cucinare da solo, mi hanno condotto a vivere diverse esperienze di studio all’estero. Ho trascorso un semestre presso l’Ecole Normale di Lione, uno presso l’Università di Utrecht e ho frequentato corsi alla London School of Economics. Recentemente ho svolto uno stage all’Ambasciata italiana in Georgia, dove mi sono scoperto innamorato della politica post-sovietica in generale e di quella caucasica in particolare.

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