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venerdì 5 Marzo 2021

L’incubo del Myanmar

In breve

  • In Myanmar le Forze Armate hanno effettuato un colpo di Stato, arrestando Aung San Suu Kyi e gli altri leader della Lega Nazionale per la Democrazia (LND).
  • In tal modo i militari hanno riaffermato il loro ruolo centrale nella vita politica birmana, esercitato con forza sin dall’indipendenza del Paese.
  • La gente è scesa in piazza nelle maggiori città per protestare contro i golpisti, sfidando sia il blocco di internet che l’imposizione della legge marziale.
  • Gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno condannato il golpe militare e hanno chiesto il rilascio di Aung San Suu Kyi, mentre la Cina rimane neutrale e dichiara di non voler interferire negli affari interni birmani.

Dove si trova

Analisi – Se negli ultimi anni sia per il popolo birmano che per gli osservatori occidentali il Myanmar aveva iniziato una progressiva democratizzazione del Paese, il colpo di Stato della giunta militare ha riportato il Paese nel baratro dell’incertezza e dell’autarchia. 

IL COLPO DI STATO E L’ARRESTO DI AUNG SAN SUU KYI

Nella mattinata del 1° febbraio le Forze Armate birmane, meglio note come Tatmadaw, hanno messo in atto un colpo di Stato non del tutto inaspettato. La settimana precedente il generale Min Aung Hlaing, comandante in capo delle Forze Armate, aveva infatti nuovamente contestato il risultato delle elezioni legislative dello scorso novembre, nelle quali il partito della Lega Nazionale per la Democrazia (LND) guidato dalla leader e Premio Nobel Aung San Suu Kyi aveva conquistato un’ampia vittoria, ottenendo una netta maggioranza in Parlamento. Nonostante le tensioni derivate dalle sue parole, il generale Min aveva però smentito future iniziative da parte del Tatmadaw, spiegando che i media avevano male interpretato le sue dichiarazioni: evidentemente così non è stato. Il golpe ha avuto inizio nel giorno in cui il nuovo Parlamento birmano si sarebbe dovuto insediare, un’inaugurazione resa impossibile in seguito all’arresto da parte dell’esercito di venti esponenti del partito LND, tra cui il consigliere di Stato Aung San Suu Kyi e il Presidente Win Myint. Simbolo da oltre 20 anni della lotta per la democrazia del Myanmar, Aung San Suu Kyi è stata arrestata con l’accusa di aver violato la legge birmana sull’import-export di materiale tecnologico (sarebbero stati rinvenuti dei walkie-talkie nella sua abitazione): una motivazione che subito è parsa alquanto debole per poter giustificare un colpo di Stato volto, secondo la giunta militare, a ristabilire la sicurezza nel Paese. Attualmente sia la leader birmana che l’ex Presidente Win Myint risultano essere sotto custodia e dovranno affrontare il processo. In seguito al golpe il generale Min Aung Hlaing ha promesso che il Tatmadaw garantirà nuovamente elezioni democratiche entro un anno, permettendo così il proseguimento del processo democratico nel Paese: tali affermazioni però lasciano presagire che la pausa della democrazia birmana si protrarrà più a lungo e che difficilmente le prossime elezioni saranno realmente democratiche. 

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Fig. 1 – Soldati birmani presidiano le strade della capitale Naypyidaw dopo il colpo di Stato contro il Governo di Aung San Suu Kyi

IL POTERE POLITICO DEL TATMADAW NELLA STORIA BIRMANA

Il peso politico dei militari è sempre stato decisivo all’interno del Governo birmano: fin dall’indipendenza ottenuta nel 1948 il Myanmar ha vissuto un lungo periodo caratterizzato da dittature e colpi di Stato. In particolare vanno ricordati il golpe del generale Ne Win del 1962 (di cui si ricorda il tragico episodio della manifestazione degli studenti di Yangon soppressa nel sangue) e quello del 1989, che aveva riportato nuovamente al comando del Paese la giunta militare che aveva provocato migliaia di vittime durante la rivolta dell’agosto 1988 (meglio nota come rivolta 8888). L’anno seguente cominciò l’ascesa a livello internazionale di Aung San Suu Kyi, la quale, dopo la vittoria alle elezioni del 1990 con il suo partito LND, divenne il simbolo e la speranza di una vera svolta democratica per il Paese (vittoria non riconosciuta dalla giunta militare). Dopo oltre dieci anni di arresti domiciliari la leader è riuscita a imporsi nelle elezioni del 2011, entrando in Parlamento nel 2012, fino a conquistare nel 2016 oltre 290 seggi con il partito LND. Nonostante le forti critiche internazionali per la crisi umanitaria nel Rakhine (secondo i rapporti di Amnesty International e Human Rights Watch, il trattamento dell’esercito birmano nei confronti dell’etnia Rohingya è equiparabile a un tentativo di genocidio), Suu Kyi nelle ultime elezioni ha ottenuto ancora grandi consensi, conquistando 396 seggi.
Secondo diversi analisti l’ampia vittoria della Lega Nazionale per la Democrazia ha fatto suonare il campanello d’allarme tra i generali del Tatmadaw: un’ampia rappresentanza parlamentare avrebbe potuto spingere Suu Kyi a chiedere modifiche della Costituzione birmana e i militari avrebbero rischiato di perdere importanti privilegi politici. Al di là dei risultati elettorali, infatti, secondo la Costituzione del 2008, al Tatmadaw spettano il 25% dei seggi e il controllo dei tre Ministeri più importanti: Difesa, Interni e Affari Esteri. La giunta militare si è mossa quindi in anticipo, arrestando gli oppositori e cercando di arginare le possibili manifestazioni del popolo birmano: lo stesso 1° febbraio è stata istituita la legge marziale nelle principali città del Paese (Yangon, Naypyidaw, Mandalay) con il divieto di aggregazione. 

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Fig. 2 – Il generale Min Aung Hlaing, comandante in capo delle Forze Armate birmane e principale artefice del colpo di Stato del 1° febbraio

LE MANIFESTAZIONI E IL BLOCCO DI INTERNET

A ciò poi si è aggiunto l’iniziale blocco dei social network come Facebook e Twitter, in modo da fermare la libertà di espressione e la possibilità per le persone di pianificare manifestazioni organizzate, fino a giungere allo spegnimento di internet in tutto il Myanmar. Come hanno fatto notare alcune persone che hanno vissuto le passate proteste, una delle misure adottate dalla giunta è stata quella di liberare oltre 20mila prigionieri, in modo da creare scompiglio nei quartieri della città, rendendo più insicura la vita dei cittadini. In un lungo thread su Twitter la giornalista di Reuters Aye Min Thant ha spiegato come la situazione nel corso di queste due settimane sia degenerata nel caos, tra manifestazioni nelle principali città e servizi di vigilanza creati dai cittadini per ovviare al problema dei delinquenti rimessi in libertà dalla giunta militare. Più che mai però il popolo birmano, caratterizzato da grandi differenze etniche e culturali (motivo per il quale il Myanmar rimane un Paese fortemente complesso da interpretare), sembra essere coeso: studenti, anziani, bambini e persone di differenti etnie si sono riversate nelle strade, cercando di convincere la polizia e i militari a passare “dalla parte giusta”. Numerosi sono stati gli scioperi in protesta contro il golpe militare, con i medici che si sono rifiutati di lavorare e con i venditori che hanno affisso cartelli con su scritto “non vendiamo alla polizia e ai militari”. La repressione dei militari rischia di sfociare in violenza e il ricordo dei caduti durante la rivolta 8888 echeggia nel Paese: nei primi 15 giorni di protese, si sono verificati oltre 500 arresti e tre vittime. 

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Fig. 3 – Nonostante l’imposizione della legge marziale, migliaia di persone si sono riunite in piazza a Yaongon e in altre città del Paese per protestare contro il golpe dei militari

LE REAZIONI INTERNAZIONALI

Quali sono state le reazioni internazionali al golpe? Gli Stati Uniti hanno adottato nuove sanzioni economiche contro i militari, mentre l’Unione Europea ha espresso forte preoccupazione per la situazione, condannando il golpe e richiedendo il rilascio degli esponenti della LND.
La Cina invece, partner economico principale del Myanmar, non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali, ma ha inizialmente bloccato, tramite il suo veto, la bozza di condanna da parte dell’ONU nei confronti della giunta militare birmana, mostrando ancora una volta il principio di non interferenza, particolarmente caro per Pechino. Solo due giorni fa è arrivata la dichiarazione dell’ambasciatore cinese di stanza in Myanmar, che ha spiegato come la Repubblica popolare speri presto nel ritorno all’ordine, specificando che la Cina non ha ruoli e non ha favorito il golpe militare. Riguardo alla posizione di Pechino si sono create due fazioni tra gli osservatori: da una parte chi sostiene che la Cina sia a favore della giunta militare (ne sarebbe prova il veto in sede ONU), dall’altra chi afferma che il Governo di Aung San Suu Kyi fosse vicino a Pechino e che quindi non ci sarebbero reali connessioni e interessi cinesi nel golpe, specie perché in passato i maggiori attriti per la Repubblica popolare si erano verificati proprio con la giunta militare. Intanto la tensione nel Paese cresce: nelle prossime settimane avremo modo di vedere se tali manifestazioni si susseguiranno in modo pacifico, oppure se, come già accaduto in passato, l’esercito utilizzerà la violenza per reprimere le proteste del popolo birmano. 

Alberto Botto

Photo by David_Peterson is licensed under CC BY-NC-SA

Alberto Botto
Alberto Botto

Mi chiamo Alberto Botto, nato a Parma l’11/01/95. Laureato in International Politics and Regional Dynamics presso l’Università “La Statale” di Milano. La mia area di interesse riguarda la politica estera dei paesi asiatici, in particolar modo il Sud -Est asiatico. Appassionato di storia, di musica e di quei viaggi che ti lasciano qualcosa dentro.

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