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    Come sta evolvendo la strategia militare di Pechino? La Cina ha messo in mare la sua prima portaerei a metà agosto, raggiungendo quello status internazionale inseguito sin dagli anni Settanta. Sentimento espresso molto bene nelle parole di Zhang Wenmu, professore all’Università di Aereonautica e Astronautica di Pechino, in un contributo sul “Global Times”, il quale ha scritto che “senza portaerei uno Stato non ha un reale diritto di parola nei grandi fatti della politica internazionale.” Vediamo tutti gli sviluppi, basati su un forte aumento delle spese militari

    LE SPESE MILITARI CINESI – La Cina è lo stato che ha aumentato più in fretta, in termini percentuali, le spese militari nel periodo tra il 2001 e il 2010, con un incremento del 189%, pari al 12,5% in media l’anno. Gli Stati Uniti (la prima potenza militare) che hanno visto crescere il budget per la propria difesa dai quasi 305 miliardi di $ del 2001, agli attuali 698 miliardi di $, segnano “solo”, si fa per dire, un +81%. Bisogna precisare che gli USA spendono annualmente quasi sei volte in più – in assoluto – della seconda potenza militare: la Cina. Il bilancio ufficiale cinese per il 2010 è stato di 532 miliardi di yuan (78 miliardi di $), ma il SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) di Stoccolma, stima che le spese totali siano state di 809 miliardi di yuan (119 miliardi di $). Per un confronto, l’Inghilterra, al terzo posto, ha un budget per lo stesso periodo poco inferiore ai 60 miliardi di $. La vertiginosa crescita del budget della difesa cinese è persino superiore della crescita del suo PIL, che ha registrato un +10,5% in media all’anno nel periodo considerato. Questa vera e propria corsa alla modernizzazione militare, ha però subito gli effetti della crisi economica nell’ultimo anno: nel 2010 l’aumento del budget per la difesa è aumentato del 3,8% rispetto al 2009, a fronte dei ben più consistenti livelli di crescita degli anni precedenti. LA STRATEGIA CINESE – Secondo la linea ufficiale del PCC, l’incremento delle spese è dovuto a due ragioni principali: aumentare gli stipendi e le generali condizioni di vita delle proprie truppe (fatto normale, considerata la crescita economica); e la modernizzazione delle forze armate con l’obiettivo di raggiungere un più alto grado di ‘informatizzazione’ (così da colmare il gap con l’Occidente, da sempre cruccio di Pechino). Se è vero che la Cina dipende ancora largamente dalla tecnologia russa – soprattutto per i motori dei jet, è altrettanto vero che l’industria militare cinese ha fatto notevoli passi avanti nella sua abilità di sviluppo di armamenti moderni. In particolar modo, l’attenzione è stata posta sulla capacità di ‘vincere guerre locali in condizioni di elevata informatizzazione’ (leggi: Taiwan), in particolar modo sistemi missilistici, tecnologia spaziale e cyber war. La questione dello stretto di Taiwan rimane la più sensibile. Molti commentatori (occidentali) prestano molta attenzione all’obiettivo della Cina di creare una capacità militare ‘anti-access’ e ‘area-denial’, che consiste nel limitare al minimo la capacità d’intervento americano in un eventuale conflitto con Taiwan. Dal 2008, la Cina ha iniziato la sua collaborazione nelle operazioni di peace-keeping e ha dedicato sempre maggiore attenzione alle missioni contro la pirateria marittima. Questione cruciale, quest’ultima, alla base del veloce sviluppo della marina (PLAN – People Liberation Army Navy). LA PROIEZIONE MARITTIMA DELLA CINA – I maggiori rifornimenti energetici cinesi passano per rotte marine; attraverso la rotta che va dal Golfo Persico e passa per il Mar Cinese del Sud, area molto ‘calda’ per gli equilibri asiatici, che ha visto un’escalation delle tensioni negli ultimi anni. Perciò la Cina ha bisogno di una moderna marina militare in grado di difendere le proprie rotte commerciali. Strategia sintetizzata nel concetto di “sicurezza marittima” introdotto all’inizio dello scorso decennio dal PLAN. Da quel momento in poi il PLAN, ha tra i propri compiti operazioni connesse alla sicurezza di quelle vie nevralgiche. Lo scorso 10 agosto sono stati resi noti ufficialmente i lavori di completamento della portaerei ex-“Varyag,” (nella foto sotto) acquistata nel 1998 dall’Ucraina (il cui destino era diventare un gigantesco casinò) annunciando i primi test in mare. L’importanza della portaerei (il cui nome ufficiale non è ancora stato assegnato) va oltre le questioni strategiche di difesa delle rotte marine e all’accesso alle risorse marine su cui la Cina dichiara piena sovranità (i vari piccoli arcipelaghi del Mar Cinese del Sud: isole Spratly, Paracels, Pratas; e nel Mar Cinese Orientale); ma rappresenta un alto valore simbolico di rinascita della Cina e del suo status internazionale, sentimenti che riflettono il diffuso nazionalismo cinese.

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    DOVE VA LA CINA? – La Cina continua a ripetere, instancabilmente, ormai da quasi dieci anni, il mantra del “peaceful development.” Ossia una crescita in potenza economica, politica e militare, con il solo carattere difensivo. Specialmente dai “tre demoni” (ai quali spesso gli ufficiali del governo cinese fanno riferimento): quali il separatismo (Taiwan, Tibet, Xinjiang), il terrorismo (Uiguri) e l’estremismo (forze anti-comuniste, vedi Falun-Gong). Considerando le altrui preoccupazioni come eccessive. Ovviamente, non la vedono così i vicini di casa della potenza cinese, compresi quelli un po’ più lontani, ma solo geograficamente, come gli Stati Uniti. E’ proprio la crescente forza militare cinese in tutte i rami delle forze armate a far emergere lampante la contraddizione tra parole e fatti. Un buon esempio del contrasto tra i due punti di vista, lo dà il confronto tra i due documenti sulle forze armate cinesi presentati nel 2011: il biennale Libro bianco della Difesa, pubblicato in Marzo dal Ministero della Difesa cinese; e dal Rapporto annuale al Congresso Americano sugli sviluppi militari riguardanti la RPC, redatto dall’Ufficio del Segretario alla Difesa americano. Il primo si focalizza sugli obiettivi strategici cinesi e l’evoluzione istituzionale. Specialmente sul ruolo del PLA (People Liberation Army) nella difesa degli interessi cinesi e sui cambiamenti organizzativi al suo interno – nonché, sulle innovazioni scientifiche e tecnologiche, ma senza fornire dati specifici sulle capacità militari; mentre il secondo, è in larga parte concentrato sulle quantità di armi in possesso dei cinesi (vedi Pollack, Brookings Institution). La Cina continua ad essere concentrata sul suo sviluppo economico, ma la sua mancanza di trasparenza crea dubbi e sospetti in molti altri attori internazionali. Le due prospettive contrastanti ne sono un esempio, testimonianza dell’estrema difficoltà e complessità nel fare previsioni di lunga durata. 

    Marco Spinello redazione@ilcaffègeopolitico.net

    Redazione
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    Il Caffè Geopolitico è una Associazione di Promozione Sociale. Dal 2009 parliamo di politica internazionale, per diffondere una conoscenza accessibile e aggiornata delle dinamiche geopolitiche che segnano il mondo che ci circonda.

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