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lunedì 10 Agosto 2020
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    Sebbene il 2014 si sia chiuso con la positiva notizia del disgelo tra Cuba e Stati Uniti d’America, che apparentemente mette fine all’ultimo retaggio della Guerra Fredda (Nord Corea escluso,) il Centro e il Sud del Nuovo Continente assistono, ora più che mai, ad una gestione politica ed economica irta di contraddizioni

    CONTRO-RIVOLUZIONE A CARACASIl Venezuela ha aperto le danze: e non poteva essere altrimenti, dopo gli eventi che hanno fatto seguito alla morte del suo Líder Máximo, Hugo Chávez. Le violente rivolte scoppiate a febbraio, e prolungatesi fino ad aprile, provocando una cinquantina di vittime, hanno esposto a livello internazionale la crisi post-mortem che il successore di Chávez, Nicolás Maduro, non è stato in grado di fronteggiare. I problemi più gravi sono legati all’inflazione selvaggia, la più alta americana, che ha toccato picchi del 65% negli ultimi mesi. Il cambio troppo basso tra dollaro e moneta del Paese, il Bolivar (1 USD = 6,35 VEF) non rispecchia il reale valore, e il mercato nero la fa da padrone, incrementando l’inflazione. La crescita del PIL è crollata dal 5.5% a 1.6% toccando un deficit di oltre l’11%. Il colpo di grazia, che ha costretto la riduzione dei finanziamenti al welfare sociale, è stato il calo del prezzo del petrolio, colpendo gli introiti di Petróleos de Venezuela, la compagnia statale in regime di monopolio che controlla il mercato dell’oro nero. Il Venezuela oscilla tra la terza e la quarta potenza dei Paesi aderenti all’OPEC; le sue esportazioni continuano a dirigersi verso il Nord America, malgrado il pessimo rapporto che Chávez aveva con l’amministrazione USA, accusata di aver orchestrato il fallito colpo di Stato del 2002. Quello del 2014 è un quadro molto simile al 2002, illustrato da John Perkins, l’ex manipolatore di dati economici della CIA, che ha scritto un libro-confessione sui fatti di allora. Anche oggi, l’opposizione è divisa, tra l’ortodosso Henrique Capriles, più aperto al dialogo con Maduro, e il duo López-Machado, accusati di aver organizzato le rivolte per conto di Washington. López è ancora in carcere, sotto la pesante accusa di terrorismo. Nel 2002, centinaia di migliaia di venezuelani, tra cui 30.000 lavoratori petroliferi, invasero le piazze, come nei primi mesi di quest’anno. Anche allora, una delle cause fu il crollo dei prezzi del petrolio. Maduro ha ripreso il controllo degli operai della compagnia statale, raddoppiando il loro salario; ma la tregua è solo temporanea. Ironicamente, la ripresa dei rapporti USA-Cuba minaccia da vicino il trattato commerciale dell’ALBA (Alianza Bolivariana para América Latina) nato in funzione anti-americana, che ebbe i suoi fondatori in Chávez e Fidel Castro, con la partecipazione di Correa in Ecuador e Morales in Boliva, oltre al Nicaragua e piccoli stati caraibici.

    Il problema della sicurezza è uno dei più urgenti da affrontare in Venezuela
    Il problema della sicurezza è uno dei più urgenti da affrontare in Venezuela

    IL SOCIALISMO ATIPICO DI CORREA E MORALES – Il 23 febbraio si sono svolte in Ecuador le elezioni amministrative per il rinnovo delle Prefetture e i Concejos Municipales (giunte comunali) con relativi sindaci. Il partito del Presidente Correa, Alianza Pais, pur mantenendo il controllo della maggioranza delle prefetture, ha perso i municipi-chiave di Quito, la capitale, Guayaquil, la città più popolosa del Paese, e Cuenca, patrimonio culturale ecuadoriano. Anche l’arcipelago delle Galápagos, che contribuisce per almeno un terzo al PIL turistico, ha confermato i suoi sindaci, candidati storici dell’opposizione. Oggi il Partido Oficialista controlla il Municipio più importante, quello di Quito, dove le riforme di Correa avevano inciso in maniera profonda, soprattutto a livello sicurezza e programmi sociali. Rafael Correa Delgado, vincendo regolari elezioni nel 2006, salì al governo l’anno successivo, ereditando una nazione allo sfascio, con un tasso di povertà vicino al 70%, un controllo statunitense sull’estrazione del petrolio pari al 75%, e gli interessi passivi sul debito estero, acceso con FMI e Banca Mondiale, che minacciavano il default. La sua prima mossa fu declinare un nuovo prestito, dichiarando illegali i bonds di debito, accesi dal Governo precedente, minacciando così la bancarotta dello Stato; i titoli, crollati in Borsa, furono ricomprati dal Tesoro a solo il 35% del loro valore di emissione. Il Paese si liberò del fardello del debito pubblico, un escamotage che iscrisse Correa nella lista nera della finanza internazionale. Nel 2012, grazie alla riforma fiscale, che prevede un contributo obbligatorio da parte delle banche al Bono de Desarrollo Humano, Correa riuscì a garantire un aiuto alle pensioni di cittadini a basso reddito, e alle donne single con figli a carico. Il suo fiore all’occhiello fu quello di riversare oltre la metà dei proventi derivanti dall’estrazione del petrolio, che intanto aveva visto la Cina sostituire gli Stati Uniti come partner di riferimento, in programmi sociali come i Centros  Contra Violencia Intrafamiliar y Sexual, che combatte piaghe quali il femminicidio, tipiche dell’America Latina. A differenza di Chávez, Correa è riuscito a coniugare controllo statale con imprenditoria privata, mantenendo un governo democratico, garantito da regolari elezioni, sebbene la stampa di opposizione lo faccia regolarmente a pezzi, causa le condanne per calunnia che egli è riuscito ad ottenere a danno di diversi giornalisti in sede giudiziaria. Questo fattore rischia di minare il suo mandato; oltre l’eccessiva dipendenza dai prestiti cinesi, che deve ricambiare con lo sfruttamento indiscriminato del sottosuolo amazzonico. Le veementi proteste delle etnie indios, che si battono per proteggere la riserva naturale di Yasunì, lo espongono alle critiche dei media. Il percorso è ancora lungo, il termine scade nel 2017. A ottobre, Evo Morales è stato confermato per la terza volta Presidente della Bolivia con oltre il 60% dei consensi. Primo presidente indigeno nella storia del Paese, ha un curriculum di tutto rispetto, maturato durante oltre otto anni di governo, in una delle nazioni più povere del Sud-America. La crescita economica, che ha sfiorato il 7% del PIL, la lotta all’analfabetismo, disoccupazione al 6%, il salario minimo cresciuto di quattro volte rispetto all’inizio del suo mandato, la nazionalizzazione delle risorse naturali, quali il gas, strappandole al controllo statunitense, sono fattori determinanti ai fini della sua popolarità. Permangono dubbi sulla solidità dell’impianto democratico a lunga scadenza, considerando la possibile modifica costituzionale, che sancirebbe formalmente l’abolizione del limite di due mandati presidenziali. Al momento non si vede un’alternanza possibile, sia a livello di popolarità e di efficienza.

    ARGENTINA, DEFAULT A OROLOGERIA – Sembra quasi una “fattura” a orologeria; ogni 13 anni, l’Argentina precipita in una crisi finanziaria, che, se nel 2001 la portò a un default pieno, quest’anno la tiene sospesa sul ciglio del burrone. Wall Street è passata all’incasso, esigendo a luglio il pagamento dei vulture-funds fondi avvoltoio, gli hedge funds nord-americani che hanno investito sul secolare debito argentino, comprando i bonds, per riscattarli a scadenza con larghi interessi a credito. “Nothing personal, just business” sembrano recitare i sicari finanziari, ma in verità la faccenda è molto personale per il popolo argentino, che ancora una volta si trova a pagare salato la scriteriata strategia economica dei suoi leader di turno; la Presidente Cristina Fernández de Kirchner ha proseguito gli ammirevoli sforzi per la riduzione della povertà del Paese, passata in tre anni dal 21 all’11%, e per il contributo all’istruzione pubblica, ha però preso di petto gli investitori statunitensi, con il risultato che ne consegue. Il suo rifiuto di pagare il debito pubblico, ha causato il declassamento del rating argentino a CCC e l’allontanamento degli investitori internazionali. La sua alleanza politica con un altro Paese che cammina sul filo del rasoio, il Venezuela, indispone ulteriormente la finanza di marca USA. La tattica della Señora Cristina è la stessa di Fabio Massimo: temporeggiare fino a gennaio 2015, quando la clausola che implica il rito abbreviato per gli altri Stati creditori, decadrà. Ormai questione di giorni; della serie: “A pagare e morire c’è sempre tempo”.

    (Continua)

    Flavio Bacchetta

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    Un chicco in più

    Abbiamo parlato di Argentina anche nel nostro Outlook per il 2015, “Il Giro del  Mondo in 30 Caffè“. Buona lettura!

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    Flavio Bacchetta
    Flavio Bacchetta

    Ho lavorato come agente di commercio in Italia, alternando la mia attività con il lavoro di fotoreporter free lance. Ho collaborato con il settimanale L’Espresso, Panorama, Oggi e altri ancora, tramite l’agenzia di Milano Laura Ronchi. Dal 1994 ho aperto nei Caraibi una mia azienda, che si occupa della produzione e distribuzione di prodotti grafici ricavati dalle mie immagini. Ho collaborato anche con quotidiani caraibici, quali The Gleaner in Giamaica, fornendo loro testi e foto. Scrivo sulla politica e i problemi sociali delle Americhe, dal 2010, come collaboratore esterno di quotidiani nazionali italiani, quali il Manifesto, e magazine online. Il Fatto Quotidiano ospita anche un mio blog di opinioni.

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