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    Il calo del prezzo del petrolio è un fattore sintomatico della sfida geopolitica tra i grandi Paesi produttori. Scopriamo quali sono le implicazioni politiche della rivalità energetica tra Riyad e Mosca

    UNA SFIDA DI PRODUZIONE E PREZZI – Il prezzo del greggio è per sua natura volatile. Esso non obbedisce soltanto a ragioni di natura estrattiva (tecnologia impiegata e quantità), ma risponde anche a dinamiche politiche ed economiche. Ne consegue una sua strumentalità nella strategia politica di quei Paesi che detengono considerevoli riserve e possono, così, influenzare l’intero mercato mondiale. In un nostro recente articolo avevamo evidenziato che Medio Oriente, Nord America e Russia, sono i principali attori nella produzione globale di greggio e, pertanto, la competizione nei mercati e la rispettiva quantità estratta risultano fattori determinanti nelle relazioni tra questi. Spesso le politiche energetiche impiegate hanno finalità strettamente geopolitiche, andando ad impattare sia il mercato globale, sia, di riflesso, il bilancio dei Paesi produttori.
    Sebbene la tendenza al ribasso inaugurata nel 2013 abbia mostrato un lieve segno d’inversione nei primi mesi di quest’anno, l’attuale prezzo del petrolio di origine europea (cosiddetto Brent) rimane sui 66,42 dollari al barile, mentre il WTI (West Texas Intermediate) si attesta sui 58,92 dollari, quote simili a quelle del 2006. Solo due anni più tardi, il mercato petrolifero avrebbe toccato uno dei picchi più alti nel costo del greggio, dando il via a brusche oscillazioni fino a raggiungere i 97 dollari al barile nel 2013.
    Il crollo dei prezzi nel corso degli ultimi due anni deve essere imputato a una pluralità di fattori tra cui lo sfruttamento dello shale oil statunitense (ovvero un tipo di petrolio cosiddetto “non convenzionale” che viene estratto dalle rocce attraverso la tecnica del fracking), la scoperta di nuovi giacimenti nell’Artico, Nuova Scozia, Brasile, Ghana e Angola. Di conseguenza, un eccesso di produttori a fronte di minor acquirenti. A questi cosiddetti “dati di fatto” si aggiunge la posizione dell’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC), i cui 12 membri controllano l’80% delle riserve mondiali e forniscono circa il 40% delle altrettante estrazioni. Lo scorso Novembre, questa  si era espressa contro l’ipotesi di ridurre la produzione di greggio per risollevarne il prezzo, una misura che ha svelato, di fatto, la longa manus di Riyad all’interno dell’organizzazione stessa. L’Arabia Saudita, infatti, non ha ridotto la produzione, contribuendo alla diminuzione dei prezzi; un dato che svela l’ambizione del regno a colpire i produttori concorrenti, marginalizzarli e indurli, nei desiderata, a uscire dai mercati. Il fine ultimo è quello di imporsi come monopolista nel settore, e da questo calcolo geo-economico, il Paese economicamente più colpito è la Federazione Russa.

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    Fig. 1 – Uun operario immette petrolio nel barile

    IL PETROLIO COME GEO-ECONOMIC DRIVER – Mosca e Riyad condividono la stessa natura di rentier state,  ovvero di Paesi che devono gran parte (se non la totalità nel caso saudita e delle altre monarchie del golfo) degli introiti nazionali all’esportazione di risorse naturali, specialmente gas e petrolio. L’Arabia Saudita, storicamente, è sempre riuscita a sostenere l’andamento dei prezzi godendo di ingenti riserve, stimate dall’EIA intorno al 16% di quelle mondiali. Per comprendere l’importanza dell’oro nero saudita, basti pensare che nel 2013, anno in cui il petrolio al barile è arrivato a costare 97 dollari, le entrate del regno sono derivate per l’85% dall’esportazione di greggio. Nello stesso anno, la Russia ha ottenuto il 68% delle sue entrate dallo stesso commercio. Si comprende, quindi, come il crollo dei prezzi abbia intensificato le difficoltà economiche di Mosca e abbia innescato una rivalità economico-politica tra i due principali attori coinvolti.
    Ad affliggere l’economia russa vi sono poi il deprezzamento della moneta (rublo) del 60% dallo scorso anno, il rafforzamento delle sanzioni internazionali a causa del protrarsi della questione ucraina, l’inflazione al 16% (secondo una stima della World Bank), la fuga di capitali all’estero, le restrizioni per banche e compagnie petrolifere. Il crollo del prezzo del petrolio, in un Paese in cui due terzi delle esportazioni dipendono dall’oil& gas, ha fortemente danneggiato la già difficile situazione economica russa.
    Queste dinamiche potrebbero essere lette come un preciso disegno anti-Mosca da parte di Riyad. In realtà, la monarchia saudita ha adottato politiche energetiche che hanno colpito anche la Russia, ma all’interno di un disegno strategico a più ampio respiro.

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    Fig. 2 – Una raffineria di petrolio in Arabia Saudita

    QUALI IMPLICAZIONI? – La petromonarchia del Golfo è in aperta sfida con l’Iran, in uno scontro geopolitico che mira all’ottenimento di una posizione egemone nella regione. La possibile apertura della Repubblica Islamica ai mercati internazionali, qualora i negoziati con i P5+1 portino alla ratifica di un accordo, preoccupa fortemente Riyad. La famiglia reale, oltre alla dubbia utilità di impegnarsi direttamente in una guerra per procura in Yemen con lo scopo di contrastare i ribelli Houti simpatizzanti di Teheran, possiede l’arma del petrolio. Considerando la scarsa diversificazione nel settore economico e confidando (soprattutto nel medio periodo) nella sostenibilità delle riserve, il mercato dell’oro nero, controllato tramite l’OPEC, è l’unico strumento a disposizione di Riyad. L’Arabia Saudita intende, infatti, determinare fin da subito il suo ruolo regionale e minare alle basi della possibile ripresa economica iraniana. In questo modo Stati Uniti e Russia, entrambi principali produttori di petrolio ed entrambi impegnati nei colloqui con Teheran in veste di membri permanenti nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dovranno fare i conti con i sauditi su produzione e prezzi del petrolio.
    Tuttavia, si può aggiungere un ulteriore elemento. Non è un segreto che la Russia supporti il presidente siriano Bashar al-Assad, parte di quell’arco d’influenza iraniana osteggiata da Riyad. Mantenere bassi i prezzi del greggio intaccando pesantemente nell’economia russa potrebbe essere parte di un disegno a più ampio respiro finalizzato ad indebolire il governo di Damasco e riuscire nelle ambizioni di primazia regionale.
    La Russia, dal suo canto,  si trova (da sola) a dover contenere danni collaterali e quelli che vengono dal fronte ucraino, data la rottura delle relazioni con il blocco euro-atlantico. Alla ricerca di nuovi partner, Mosca potrebbe intensificare le relazioni bilaterali con l’Egitto di al-Sisi, già disposto a dialogare con Putin. Potrebbe, inoltre, trarre vantaggi dalle possibili aperture dell’Iran, rispondendo così alle ambizioni regionali saudite. Nonostante le difficoltà economiche, Putin detiene ancora un forte consenso popolare, un elemento chiave nella sua politica nazionalista, ma che, certamente, non basterà a risanare il rosso in bilancio.

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    Fig.3 – Un colloquio tra il Primo Ministro russoDmitry Medvedev e il Governatore di Riyad Principe Turki bin Abdullah Al Saud

    TEMI DI UN POSSIBILE DIALOGO – Dopo il fallimentare incontro tenutosi lo scorso Novembre a Vienna, dove nessun accordo sui quantitativi di estrazione del greggio era stato siglato tra Russia, Messico e Paesi membri dell’OPEC, le relazioni diplomatiche tra Mosca e Riyad hanno attraversato una fase problematica e non del tutto trasparente. Alcune fonti ritenute attendibili dal New York Times hanno parlato di un importante confronto ufficioso tra i due Paesi in cui il prezzo del petrolio è stato posto sul tavolo assieme a delicate questioni regionali. Da un lato Riyad avrebbe concesso al suo competitor di rivedere le proprie politiche di produzione e vendita del greggio, a patto che Mosca facesse un passo indietro nel sostegno, diplomatico e militare, al regime di Assad. Una proposta che, verosimilmente, il Cremlino non sarà disposto ad accettare. La Siria, infatti, rimane un pilastro nella politica estera russa e le relazioni russo-saudite si sono incrinate proprio all’inizio della guerra civile siriana nel 2011.
    Un’ulteriore area nella quale convergono interessi, ma da cui potrebbe ripartire l’attività diplomatica, è quella dello Yemen. Lo scorso Aprile, il presidente Putin ha invitato il nuovo re saudita Salman bin Abdulaziz a recarsi a Mosca per discutere della crisi yemenita, ma soprattutto per ripristinare il dibattito incompiuto sul prezzo del petrolio.
    Perché lo Yemen? L’Iran, per quanto non abbia un’esplicita presenza in Yemen, contrariamente all’Arabia Saudita, rimane un alleato della Russia, ed è accusato da Riyad di sostenere i ribelli Houti, foraggiando la crisi regionale. Dal momento che Mosca ha scongelato la vendita dei missili da difesa aerea S-300 all’Iran, all’indomani dell’accordo politico sul nucleare di Losanna, l’Arabia Saudita avrebbe tutto l’interesse nel danneggiare economicamente entrambi i Paesi attraverso la pianificazione energetica, acuendo ulteriormente il confronto, a meno che non si imposti un tavolo diplomatico dedicato per comporre le controversie nel loro insieme. Soluzione che peraltro potrebbe rivelarsi ragionevole sia per Riyadh che per Mosca, entrambe impegnate su più fronti con grande dispendio e dispersione di energie politiche ed economiche.

    Giorgia Perletta

    [box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]Un chicco in più

    Per chi volesse approfondire consigliamo, sulle nostre pagine:

    L’OPEC (Organization of Petroleum Exporting Countries) è un’organizzazione a carattere regionale fondata nel 1961 a Baghdad allo scopo di pianificare la produzione e l’esportazione del petrolio e coordinare le politiche degli Stati membri. Ai primi 5 stati membri, Arabia Saudita, Kuwait, Venezuela, Iran e Iraq, si sono aggiunti nel tempo Algeria, Emirati Arabi Uniti, Libia, Angola, Qatar, Ecuador, Nigeria.
    Per approfondire l’attuale trend delle rendite petrolifere nei Paesi membri, è interessante guardare ad un report stilato dall’EIA, Energy Information Administration del 2015.

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    Foto: Richard Masoner / Cyclelicious

    Giorgia Perletta
    Giorgia Perletta

    Accento abruzzese e occhi di mandorla, un mix che dalla nascita (un Martedì del 1990) mi ha tatuato addosso le forti radici e l’esotismo d’Oriente. Sono dottoranda in Istituzioni e Politiche presso l’Università Cattolica di Milano dove ho conseguito una laurea in Sociologia e Giornalismo, una (magistrale) in Relazioni Internazionali e, (non c’è due senza tre), un Master in Middle Eastern Studies. Ho vissuto per 5 mesi a Seul -quando da Nord schieravano i missili al confine dichiarando lo stato di guerra- e lavorato a Milano in una redazione tele-giornalistica nazionale. La mia rosa dei venti punta verso il Medio Oriente e, soprattutto, verso l’Iran, Paese che mi ha fatto innamorare di una molteplicità dei suoi aspetti; tra questi il Persiano, che ho iniziato a studiare un’estate all’Università di Teheran.

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    3 Commenti

    1. CafeGeopolitico FederPetroliita Sottovalutazione di Mosca é sempre stata nociva ai suoi nemici. Sono stati “sotterrati” tutti. Biongiorno.

    2. CafeGeopolitico FederPetroliita Un osservatore attento capirebbe che opzioni russe sono molte al contrario di sauditi che ne hanno una.

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