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    4 Giugno 1989. Piazza Tiananmen. Un manifestante solo e disarmato sbarra il passo ad una colonna di carri armati del governo cinese. Tutti probabilmente ricordano il celebre scatto inserito dalla rivista Life tra le “100 foto che hanno cambiato il mondo”. Forse pochi ricordano cosa sia successo dopo. A ventitre anni di distanza dai fatti di Piazza Tiananmen, ma soprattutto dalla crisi politica interna e dall’isolamento internazionale che ne sono succeduti, lo stato cinese è diviso da antiche tensioni e nuove necessità che minano la solidità del potere centrale

    SUNDAY BLOODY SUNDAY – Nella primavera del 1989, migliaia di cittadini cinesi presero parte al cordoglio organizzato in seguito alla scomparsa dell’ex segretario del Partito Hu Yaobang. Quella che in Piazza Tiananmen sorse come una manifestazione studentesca divenne presto il culmine del malcontento sociale che andava crescendo nel corso degli anni Ottanta, trasformandosi in breve in una protesta generale contro il governo cinese. Nelle prime ore di domenica 4 giugno, l’esercito prese possesso della piazza “della porta della pace celeste” e per disperdere la folla sparò contro i manifestanti, uccidendo centinaia o forse migliaia di cittadini cinesi.

    IL TRIANGOLO NO – Sin dalla sua creazione, la Repubblica Popolare Cinese ha basato la propria politica estera su un sistema strategico triangolare, una elementare forma di gioco a tre elementi, nel quale il membro più debole deve continuamente allinearsi e riallinearsi con il secondo membro più forte per evitare la distruzione. La cooperazione sino-sovietica contro la predominanza strategica degli Stati Uniti e, successivamente, la collaborazione sino-americana contro il potere militare sovietico, sono le caratteristiche predominanti di questo equilibrio di potere a tre lati che è perdurato per quasi mezzo secolo. Nel 1989, con il crollo dell’Unione Sovietica alle porte e la condanna internazionale della repressione di Piazza Tiananmen, in un sol colpo cedettero le fondamenta sulle quali si poggiava il sistema strategico triangolare e la leadership cinese si trovò d’improvviso immersa nell’isolamento più totale. La dirigenza cinese dovette così modificare velocemente la propria strategia di politica estera, in modo tale da allentare la pressione, rompere l’isolamento internazionale e restaurare un ambiente internazionale favorevole allo sviluppo economico. Né in grado né a quel tempo tanto meno interessato a bilanciare da solo l’unipolarismo statunitense, il governo di Pechino optò per una progressiva integrazione nell’ordine mondiale attraverso una crescente partecipazione sia a livello regionale che globale a forum multilaterali, accordi bilaterali e regimi internazionali.

    TRAPPOLE PER TOPI – Seppur dissipato brillantemente a livello internazionale, sembra che il buio di quegli anni stia calando nuovamente sulla politica interna cinese. La destituzione di Bo Xilai, definita come la peggiore crisi politica attraversata dalla Repubblica Popolare dopo gli eventi di Piazza Tiananmen, così come la recente fuga dell'attivista cieco Chen Guangcheng stanno mostrando alcune crepe di quel solido monolite che per molti rappresenta la burocrazia autoritaria che ha guidato il Paese fin dall'epoca imperiale. In realtà, l’essenza della burocrazia cinese è tutt’altro che monolitica, ma destabilizzata da continui movimenti centrifughi che conducono progressivamente alla dispersione del potere centrale. Tale dispersione avviene sia in senso verticale, attraverso il trasferimento di una fetta di potere alle autorità locali, sia in senso orizzontale, in particolare in seguito al proliferare di nuove personalità che hanno tratto immenso profitto dalle riforme economiche e dall'apertura del mercato. Mao e Deng erano condottieri forti e tenaci, così quanto lo erano le loro regole in grado di tenere sotto controllo tali spinte centrifughe. Sarà anche vero che detto alla denghiana “non importa se il gatto sia bianco o nero finché cattura i topi”, ma adesso la mancanza di un leader carismatico che tenga unito il Paese, a suon di ideologia o crescita, inizia davvero a farsi sentire. L’attuale establishment politico cinese, infatti, appare in un momento talmente delicato da non saper proprio che topi acchiappare.

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    LA LUCE OLTRE IL DIRITTO – Tra l’instabilità causata dall’assenza di un leader carismatico, funzionari del Partito alla Bo Xilai che cercano di approfittarsene, abusi delle autorità locali che sfuggono al controllo della dirigenza centrale e lunghe trattative diplomatiche che portano il Paese a ritrovarsi con un attivista agli arresti in meno e uno studente di legge all'estero in più, l’establishment cinese non è mai apparso agli occhi della comunità internazionale così in difficoltà come dai tempi di Tiananmen. Sembra che l’edificazione del tanto acclamato stato di diritto, promessa nell’articolo 5 della riforma costituzionale del 1999 e ancora molto poco attuata, sia ormai diventata una necessità o quanto meno un’ottima malta per tamponare le crepe dell’antico monolite. Ricordando, come da diario di Mao, che il sole sorge quando la notte è più buia. Martina Dominici redazione@ilcaffegeopolitico.net

    Martina Dominici
    Martina Dominici
    Instancabilmente idealista e curiosa per natura, il suo desiderio di scoprire il mondo l’ha spinta a studiare lingue straniere presso l’Università Cattolica di Milano e relazioni internazionali tra l’Università di Torino e la Zhejiang University di Hangzhou. Le esperienze lavorative presso l’Ambasciata d’Italia a Washington DC e Confindustria Romania a Bucarest hanno contribuito a forgiare il suo spirito girovago e ad affinare la sua arte nel preparare la valigia perfetta. Dopo quasi due anni di analisi strategica, si è occupata di ricerca per l’Asia Program dell’ISPI, prima di partire per la Thailandia come Casco Bianco per Caritas italiana in un programma di supporto ai migranti birmani. Continua ad essere impegnata nell’umanitario in campo di migrazioni.

     

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