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    Ciao ciao madre Russia

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    Il 28 giugno l’Uzbekistan ha annunciato di avere sospeso la sua membership nell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva CSTO lamentando di non venire considerato nelle decisioni collettive e di non aver ottenuto i benefici previsti al momento dell’adesione. La mossa permetterà a Tashkent di muoversi più liberamente in un’Asia Centrale sempre più dinamica, dove alla storica influenza russa vanno sovrapponendosi gli insistenti interessi cinesi, la voglia di emergere di governi locali da sempre emarginati e un’attenzione crescente da parte degli USA, che necessitano di una via d’uscita dall’Afghanistan, magari a nord

    CSTO E UZBEKISTAN – L’istituzione, che gode dello status di osservatore all’Assemblea Generale ONU ma non è riconosciuta né dagli stati europei e nordamericani né dalla NATO, nasce nel 1992 come alleanza militare tra gli stati dell’ex URSS (esclusa l’Ucraina) e nel 1999, per via dell’intenzione russa di trasformarla in una sorta di nuovo blocco alternativo all’Alleanza Atlantica, vede l’abbandono di Azerbaijan, Georgia ed Uzbekistan (una prima volta), paesi poco propensi ad intraprendere un nuovo progetto comune insieme a Mosca. Dopo l’uscita dei membri più “scomodi” la Russia rafforza l’alleanza formalizzando, nel 2002, un nuovo accordo prevedente, con riguardo alle attività militari, maggiore integrazione e cooperazione: nessun firmatario avrà più la facoltà di unirsi ad altre alleanze militari o gruppi di stati, ogni membro disporrà del potere di veto sulle deliberazioni comuni, l’attacco ad un membro sarà percepito come un attacco a tutti gli alleati, annualmente saranno tenute esercitazioni militari e antiterrorismo congiunte. Quattro anni dopo, in un’Asia Centrale percorsa dallo spirito rinnovatore della Rivoluzione dei Tulipani kirghisa, un Uzbekistan ai ferri corti con l’occidente dopo le feroci critiche alle pesanti repressioni di manifestanti nella regione di Andijon e la decisione di cacciare gli statunitensi dalla base militare aerea di Karshi-Khanabad, fondamentale avamposto per le loro operazioni in Afghanistan, decide di rientrare nella CSTO. La scelta è strategica, Tashkent non è interessata ai progetti militari comuni né tantomeno a delegare la propria difesa alla Russia, piuttosto l’organizzazione, soprattutto grazie al diritto di veto, sembra un perfetto strumento per prevenirsi da ingerenze esterne ed evitare pressioni. Così la storia della partecipazione uzbeka alla CSTO si risolve in una serie di veti non rispettati dalla Russia, di boicottaggi alle esercitazioni congiunte, di liti con gli altri membri e soprattutto con la Bielorussia di Aleksandr Lukashenko, che in più occasioni ha sottolineato chiaramente di non gradire tali atteggiamenti. Secondo gli analisti la CSTO attuale non è nulla più che una prova della volontà della Russia postcomunista di essere considerata leader di un blocco. Esattamente come era per il Patto di Varsavia l'impianto strutturale dell'organizzazione si risolve nella somma dei rapporti bilaterali tra Mosca e gli altri membri: solo la Russia, come il mozzo di una ruota a raggi, ha il privilegio di intrattenere rapporti bilaterali a livello militare con tutti i paesi firmatari del trattato. Questi, di contro, non possono intavolare dialoghi senza passare per il Cremlino e devono assecondarne le decisioni strategiche. A fine giugno, l'epilogo. L'Uzbekistan, prima potenza militare dell'Asia Centrale, collocato al centro di un area geografica sempre più cruciale dove molteplici interessi economici e militari si intrecciano e non più bisognoso della tutela di Mosca, si autosospende dall'organizzazione per avere maggiore libertà di movimento, anche alla luce dei possibili sviluppi in Afghanistan, di un costante ma prudente avvicinamento alla Cina, del raffreddamento dei rapporti con i suoi vicini.

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    VECCHIE E NUOVE ALLEANZE – Dopo settant'anni di comunismo e sottomissione a Mosca e venti di autoritarismo e piena dipendenza economica dalla Federazione (che comunque fornisce ancora a Tashkent la quasi totalità degli equipaggiamenti militari, dell'energia e dei prodotti alimentari) l'Uzbekistan del Presidente Islam Karimov (foto sopra) sembra avere la timida intenzione di sottrarsi all'avvolgente abbraccio dell'ingombrante vicino ed iniziare a muovere i primi passi nel mondo globalizzato. Le trattative per l'ingresso nel WTO sono in corso e, con grande attenzione, si guarda ad est e a sud. Il dialogo economico e militare con la Cina, conditio sine qua non del quale è uno smarcamento dalla Russia, procede spedito e sempre si intensifica, anche grazie all'obbiettivo comune della lotta al fondamentalismo islamico, al proliferare di gasdotti e oleodotti che mirano a sottrarre a Mosca il monopolio del transito di materie prime nell'area e all'attività di una Shanghai Cooperation Organization che, pur annoverando tra i suoi membri anche la Russia, sembra essere sempre di più uno strumento di Pechino per consolidare gradualmente la propria presenza nella regione centrasiatica. Se in Kazakhstan e Kyrgyzstan, paesi in rapporti non idilliaci con l'Uzbekistan per via delle mai sopite tensioni etniche risalenti all'inspiegabile ripartizione territoriale tra RSS centrasiatiche decisa da Stalin negli anni '20, la Madre Russia, con i suoi progetti di integrazione militare ed economica (vedasi lo Spazio Economico Comune divenuto operativo il primo gennaio 2012), ha ancora una certa presa, l'Uzbekistan (e il Turkmenistan) sembrano essere dell'idea che il futuro sia altrove e in questi anni stanno lavorando per prevederlo e assecondarlo. Il futuro, oltre che nell'evoluzione dei rapporti con la Cina, sta negli sviluppi a sud. Gli USA hanno annunciato che nel 2014 si ritireranno da un Afghanistan dove gran parte dei nodi problematici sono rimasti insoluti e dove, come molti osservano, forte è la probabilità che, una volta venuto a mancare il controllo americano, i vuoti di potere vengano colmati da chi governava prima del 2001 e conserva ancora, dopo undici anni di conflitto, una forte influenza. Non avendo l'Afghanistan sbocchi marittimi e visti i rapporti difficili con il Pakistan e quelli impossibili con l'Iran il Pentagono sta valutando una possibile exit strategy a nord che permetta di raggiungere lentamente il Mar Nero. Sono da tempo in corso trattative tra USA e Uzbekistan per l'acquisto di equipaggiamento militare di Washington (non solo materiale ausiliario ma anche armamenti) come contropartita per il supporto di Tashkent alla logistica americana, trattative che la CSTO, emanazione di Mosca, non può contemplare e vieta. Vista poi l'eventualità di un nuovo periodo di instabilità in Afghanistan a cui la CSTO potrebbe reagire con un netto rafforzamento delle proprie prerogative (in grado di incidere sulla sovranità degli stati membri mediante una delega al Cremlino della gestione militare delle operazioni) appare verosimile che l'autosospensione uzbeka derivi anche dall'esigenza di anticipare possibili prese di posizione di Mosca per poi trovarsi con le "mani libere" al momento della crisi ed, eventualmente, affrontarla non da alleato della Russia ma al fianco di Pechino. Vittorio Maiorana redazione@ilcaffegeopolitico.net

    Vittorio Maiorana
    Vittorio Maiorana

    Dopo aver studiato per sei mesi in Polonia mi sono trasferito in Russia. Qui, visitando infinite volte il mausoleo di Lenin sulla Piazza Rossa, frequentando oligarchi e mafiosi, viaggiando per tutta l’ex Unione Sovietica ed approfondendo la conoscenza della lingua e cultura russe, del ʺsistema Russiaʺ e dell’intreccio post-sovietico di relazioni internazionali, ho capito che, malgrado gli autoritarismi e le debolezze economiche ed istituzionali, il paese più grande del mondo, la cui sovranità è ancora piuttosto integra, è e sarà certamente attore chiave nella determinazione futura degli equilibri di potere mondiali.

    Nel mentre, ho conseguito la laurea magistrale in giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Torino e sono fondatore e Segretario dell’Osservatorio Asia Orientale (OAO), associazione culturale torinese volta all’organizzazione di eventi tematici ed alla divulgazione di un’informazione libera e completa che permetta di spiegare le complesse dinamiche della regione. Tema centrale dei miei studi è il diritto internazionale dell’economia, in particolare per quanto riguarda i processi di globalizzazione commerciale e produttiva ed i loro risvolti sul tessuto economico e sociale.

    Sono lettore accanito di Free Trade Agreements, di Dostoevskij, Turgenev e Goethe. Vedo con scetticismo la crisi economica e la inesorabile perdita di sovranità degli stati europei in nome di ideali foschi e poco condivisi. Scrivo per Il Caffè Geopolitico perchè fa un’informazione indipendente, vera e non propagandistica. Perchè il lettore non vuole un’opinione preconfezionata, sa interpretare i fatti da sé. Perchè la fabbrica del consenso deve fallire al più presto possibile.

     

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