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    Fracking: soluzione o distruzione?

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    Uno dei temi più discussi e controversi di questa nuova tecnica affrontato nel nostro focus: l’impatto ambientale. A pochi mesi dall’uscita del tanto discusso film “The Promise Land”, facciamo il punto della situazione su quelli che sono gli ultimi sviluppi al riguardo: eventi catastrofici e contromisure dei singoli stati

     

    THE PROMISED LAND – Sale sempre di più il fermento negli Stati Uniti per l’attesissimo “The Promised Land” con Matt Damon, film antifracking che tante critiche o consensi sta suscitando in patria. E proprio in coincidenza dell’uscita, si fa sempre più serrata la discussione, sia negli USA che oltreoceano, sull’invasività della tecnica dell’hydraulic fracking.

     

    I FATTI – Ad oggi moltissime sono le supposizioni ma pochissimi i fatti a loro supporto: innumerevoli studi sono stati condotti ed ognuno ha portato risultati diversi, in molti casi contrastanti. Con certezza si può solo affermare che il fracking, in quanto esercizio di perforazione del terreno, aumenta la possibilità di attivazione di faglie ma nessun sisma, soprattutto quelli di una certa intensità umanamente percepibili, è riconducibile scientificamente alla perforazione orizzontale (come afferma Cliff Frohlich, senior researcher dell’Università di Austin in Texas in un suo recentissimo studio). Un discorso assolutamente analogo può valere per le infiltrazioni nelle falde acquifere circostanti: nessuna infiltrazione di prodotti nocivi nelle falde acquifere dolci, derivanti dalla lavorazione delle rocce scistose, è dimostrabile scientificamente ad oggi, soprattutto perché gli effetti non possono essere visibili nel breve periodo. Quanto specificato finora ovviamente però non permette neanche di dimostrare il contrario, cioè che queste tecniche siano totalmente estranee agli strani eventi catastrofici verificatisi dopo l’inizio delle perforazioni.

     

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    LE RISPOSTE – Dinnanzi a questa situazione di incertezza, ogni paese ha reagito in maniera diversa, palesando sostanzialmente quanto fosse strategica questa tecnica per il proprio futuro destino. Negli USA si è generalmente dato libero accesso alle concessioni costruendo un vero nuovo traino per l’economia del paese nell’ottica di una potenziale autosufficienza energetica, anche se nell’ultimo anno alcuni stati hanno rivisto in senso restrittivo le loro posizioni, è il caso del Vermont (primo stato a vietare la pratica) e di New York che in questo autunno ha avviato una commissione d’accertamento, sospendendo temporaneamente le licenze. In Europa la tendenza generale è stata di netto rifiuto con pochissime eccezioni anche se l’Unione Europea ha lasciato libertà di decisione ai singoli stati membri. La Francia, dopo un’iniziale apertura, ha seccamente chiuso la porta ad ogni possibile esplorazione non convenzionale con l’avvento dell’amministrazione Hollande; è stata seguita a ruota dalla Bulgaria che nello scorso gennaio, dopo numerosissime proteste (che, come già accennato, alcuni rumors indicano foraggiate dalla Russia), ha ritirato a Chevron una licenza in precedenza concessa per attività estrattive nella fertilissima regione di Dobrudja. In maniera più pragmatica, la Germania e la Gran Bretagna stanno attendendo ulteriori sviluppi sull’argomento, mente in forte controtendenza si sta dimostrando la Polonia.

     

    UN AZZARDO – Il paese est-europeo, che secondo il dipartimento americano per l’energia ha il più grande bacino di risorse non convenzionali in Europa, ha dato luce verde allo sfruttamento massivo della tecnica, garantendo già oltre 100 permessi e prevedendo di produrre il primo shale gas polacco commercializzabile già dal 2014. L’apparente azzardo polacco è ampiamente giustificato dalla sfrenata voglia di questa giovane repubblica di rendersi indipendente da Mosca, un vicino da sempre troppo scomodo per essere anche fornitore unico di energia. Ne segue quindi l’assoluta importanza di queste nuove risorse per affrancarsi definitivamente dal gigante russo e liberarsi da una vera e propria fobia che attanaglia storicamente il paese. Altrettanto strategica e cruciale si sta rivelando questa tecnica per la Cina che, non avendo mai fatto del rispetto ambientale una sua bandiera, ha immediatamente trovato nel fracking un ulteriore modo per garantire stabili forniture energetiche alla galoppante crescita economica, finora collante (insieme al partito comunista) di un territorio molto più eterogeneo ed indipendentista di quanto appaia all’esterno. Quale posizione sarà quella ottimale nel lungo termine è ovviamente impossibile predirlo, di certo è auspicabile per ogni paese coinvolto ben presidiare, almeno a livello di know-how, questo campo per non ritrovarsi fra qualche anno tagliati fuori da una enorme torta che contribuirà in maniera sostanziale al fabbisogno energetico mondiale.

     

    Giorgio Giuliani

    redazione@ilcaffegeopolitico.net

    Giorgio Giuliani
    Giorgio Giuliani

    Sono nato a Roma, dove mi sono laureato in Ingegneria Gestionale prima di intraprendere un Master in Geopolitica, culminato con una tesi sul fracking e le risorse non convenzionali. Da sempre appassionato di questi temi, ho accumulato molteplici esperienze di diplomazia giovanile: ho preso parte a numerose MUN (Model United Nations) sia come Delegato che come Chairperson, ed ho rappresentato il Governo Italiano al G20 Youth 2012 in Messico. Per Il caffè geopolitico mi occupo di geopolitica energetica.

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