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venerdì 17 Settembre 2021

Metropolis – La sete di futuro di Nairobi

In breve

  • La crisi idrica continua ad affliggere Nairobi, nonostante le iniziative governative per cercare di arginare il problema e facilitare l’accesso all’acqua potabile per i cittadini.
  • La questione abitativa assume proporzioni drammatiche nella capitale kenyota, con migliaia di persone costrette a vivere in bidonville prive di qualsiasi servizio, speranza per il futuro e opportunità, facili prede delle gang criminali.
  • La speranza per il futuro è data dalla vivacità della scena underground locale, frutto di una società giovane e dinamica, e da iniziative di smart city volte a innovare e digitalizzare Nairobi proiettandola in avanti.

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Analisi – Priva di acqua e di case, tra criminalità dilagante e una pandemia che sembra difficile da arrestare, Nairobi è in cerca di spiragli di luce. Tra una vivace scena underground alimentata da una società giovane e dinamica, e un avveniristico progetto di smart city, la capitale kenyota cerca di placare la propria sete di futuro.

Ottava tappa di Metropolis, il viaggio del Caffè Geopolitico alla scoperta del futuro delle grandi città del pianeta. Dopo Nuova Delhi, è la volta di Nairobi. Prossimo appuntamento giovedì 29 aprile con Doha.

“Welcome to the home of diversity
Welcome to the ‘place of cool waters’”
(Nairobi, Erick Kitheka)

UN TEMPO TERRA DELLE ACQUE FREDDE

Prima della dinamica area metropolitana da oltre 10 milioni di persone c’erano vasti terreni paludosi abitati da diversi popoli, i più celebri dei quali erano i Masai. E proprio dalla loro lingua deriva il nome della capitale del Kenya, enkare nyirobi, la terra delle acque fredde. Quando nel 1899 arrivarono i britannici c’era la necessità di aprire l’Africa orientale alla colonizzazione, di unire le regioni interne del Continente al Lago Vittoria e all’Oceano Indiano. Ecco che Nairobi fu fondata alla soglia del Novecento come un deposito ferroviario dell’Uganda Railway. Da allora una frenetica corsa, passando dai 25mila abitanti di inizio anni Venti ai 4,5 milioni odierni, con una proiezione di crescita secondo l’ONU del +4% medio annuo almeno fino al 2030. Di quelle acque fredde di un tempo, tuttavia, è rimasto ben poco, tant’è che sin dal periodo dell’indipendenza Nairobi ha dovuto fronteggiare frequentemente gravi difficoltà nell’approvvigionamento idrico, soprattutto a causa della rapida crescita della popolazione urbana e dell’elevata percentuale di dispersione. La situazione è talmente critica che nonostante la grande diga sul fiume Thika (70 milioni di metri cubi di capacità), la città è ancora esposta al ciclo delle stagioni e solo il 50% della popolazione ha accesso diretto all’acquedotto, con un tasso di dispersione idrica intorno al 40%. Al di là delle prospettive di potenziamento della rete urbana (secondo stime dell’USAID sostenute al 64% da donatori stranieri), il Governo ha lanciato un progetto per collegare all’acquedotto 193 pozzi scavati dall’ente pubblico Nairobi Metropolitan Services con un investimento da 1,7 miliardi di scellini kenyoti (circa €13 milioni). Secondo il Ministero dell’Acqua, della Sanificazione e dell’Irrigazione a Nairobi mancano circa 260 milioni di litri d’acqua al giorno, un volume che, anche grazie a finanziamenti da Istituzioni internazionali, la città intende ottenere con importanti infrastrutture a servizio dell’intera area metropolitana, come le dighe Karimenu II (23 milioni di litri al giorno) e Ruiru II (32 milioni di litri), il Northern Collector Tunnel (140 milioni di litri) e l’impianto di trattamento Kigoro (140 milioni di litri), progetti che potrebbero portare all’area metropolitana di Nairobi oltre 500 milioni di litri al giorno, ampliando la percentuale di cittadini con accesso all’acqua potabile, già passata dal 72% al 76% negli ultimi tre anni.

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Fig. 1Bambini in fila per rifornirsi di acqua potabile a Nairobi

CASA DOLCE CASA

Se la carenza di alloggi è diventata un’afflizione cronica per le benestanti metropoli occidentali, il fenomeno assume pieghe drammatiche a Nairobi. Secondo la Banca Mondiale, il Kenya avrebbe bisogno di costruire circa 200mila nuovi alloggi ogni anno per tenere il passo con la crescita demografica, mentre la realtà registra un deficit abitativo di circa 2 milioni di unità. Il risultato a Nairobi è il fiorire di bidonville stracolme di miseria e povertà e prive di qualsiasi servizio essenziale, condizioni ideali per l’incessante progressione della pandemia, che ormai tocca quota 70mila casi in città. Crisi aggravata dall’intenso via vai dalle aree rurali del Paese, dalle quali provengono migliaia di persone che cercano nella capitale una vita migliore. L’affollamento degli slum di periferia contribuisce pertanto a intensificare la criminalità esistente, fenomeno molto pericoloso per la capitale di un Paese che si trova sul fronte più caldo, e nevralgico, del contrasto al terrorismo internazionale. Ma la crisi abitativa è prodotta anche dalla bolla immobiliare che da anni attanaglia Nairobi. Circa il 75% della forza lavoro della città guadagna meno di 500 dollari al mese, il 91% vive in affitto, anche a causa degli elevati interessi sui mutui. Creando così un’imponente sperequazione con coloro che guadagnano abbastanza da permettersi una casa e anche di cambiare il volto di interi quartieri. Basti pensare al processo di gentrification in corso a Eastleigh, quartiere orientale di Nairobi ormai in mano alla diaspora somala. Con la popolazione originaria sempre più preda di sfratti autoritari imposti dalla polizia, come avvenuto nella primavera del 2020, quando il Governo kenyota ha sgomberato dall’oggi al domani circa 8mila persone dagli accampamenti di Kariobangi e Ruai.

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Fig. 2Lo slum di Mathare, uno dei più degradati di Nairobi

GIOVANI FERMENTI

Le dinamiche urbanistiche e abitative, emblema del rapido aumento delle diseguaglianze, hanno portato a una stratificazione di classi e ceti in un regime di sostanziale coesistenza, che ha amplificato la percezione della marginalità da parte dei segmenti più poveri della popolazione, in particolar modo i giovani, stretti tra il sogno della ricchezza e il disincanto della deprivazione, spesso cooptati della criminalità. In un Paese nel quale la disoccupazione giovanile sfiora il 40%, i ragazzi scontano di frequente l’assenza di educazione e formazione, nonostante il Governo abbia avviato diverse iniziative all’interno dello Youth Enterprise Development Fund, della Vision 2030 e della passata Economic Recovery Strategy for Wealth and Employment Creation. La vitalità e la complessità di Nairobi è testimoniata anche dalla vibrante scena musicale, che sta superando i confini del Kenya, soprattutto per quanto riguarda l’hip hop e la musica elettronica, con la produzione di artisti come i Cosmic Homies, Khaligraph JonesKarun e Octopizzo. La parabola dell’hip hop di Nairobi ha le radici negli slum, in contesti di conflitto sociale e contestazione, di povertà, violenza e disagio. La canzone “Wajinga Nyinyi” di King Kaka, per esempio, è una delle colonne sonore della protesta giovanile per quanto riguarda la corruzione, il malgoverno e il sentimento di deprivazione del futuro, mentre l’ex gruppo Ukoo Flani ha reso il sobborgo di Dandora, sede della più grande discarica della città e al centro di affari poco chiari tra Italia e Kenya, una delle principali scene rap del Paese. Il tutto accompagnato da una colorata cultura del graffitismo, che spesso, sfidando la legge, adorna i matatu, piccoli autobus privati.
In mezzo a uno scenario così, pochi legherebbero il concetto di “smart city” a una metropoli come Nairobi. Eppure qui si sta sperimentando l’idea di sfruttare la tecnologia per ammodernare la città e renderla più vivibile, aiutandola anche a fronteggiare i rischi posti dai cambiamenti climatici. Le condizioni di partenza sono dettate da una società mediamente giovane, dove le nuove tecnologie stanno lentamente ma inesorabilmente prendendo piede grazie al grande sviluppo delle telecomunicazioni e del digitale in campo bancario e finanziario. Non è un caso che sia nato a Nairobi il progetto “Konza City”, ovvero l’idea di creare una sorta di Silicon Valley in salsa kenyota, un progetto da 14,5 miliardi da far crescere a 60 chilometri dalla città e che potrebbe offrire circa 20mila posti di lavoro. Progettata per essere una vera e propria smart city in grado di raccogliere dati su traffico, trasporti, energia e costruzioni. Come il Konza Technopolis, un hub di innovazione e ricerca che, sebbene in ritardo sulla tabella di marcia, sta avanzando a grandi passi.
Piccoli segnali di speranza in un contesto difficile, per tracciare una strada e afferrare un riscatto da troppo tempo atteso. Poche gocce d’acqua nel deserto, forse, ma con le quali Nairobi vuole placare la propria sete di futuro.

Luca Cinciripini – Beniamino Franceschini

Immagine in evidenza: Y1A0804 Nairobi” by Ninara is licensed under CC BY

Luca Cinciripini
Luca Cinciripini

Nato nel 1991, laureato in Giurisprudenza e attualmente dottorando in Istituzioni e Politiche presso l’Università Cattolica di Milano. I miei interessi di ricerca sono concentrati in particolare sulle politiche di sicurezza e di difesa europee, i rapporti tra NATO e UE e la politica estera comunitaria. Da grande amante del mondo anglosassone, seguo anche tutte le vicende rilevanti della politica e della società britannica.

Ma, soprattutto, tre cose non possono mancare mai per me: l’Inter, il cinema e gli U2.

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