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    Made in Settlement

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    Il mercato palestinese della West Bank è da tempo interessato dal fenomeno della concorrenza da parte degli abitanti degli insediamenti israeliani. Cosa comporta tutto ciò?

    UN MERCATO “INVADENTE” – “Entro il 2011 il mercato palestinese sarà affrancato dalle merci provenienti dagli insediamenti illegali israeliani presenti nella West Bank.” Con queste parole il 7 gennaio 2010 il premier palestinese Salam Fayyad ha lanciato una campagna di boicottaggio contro i beni prodotti negli insediamenti israeliani. Negli intenti del Primo Ministro, la Palestina dovrà liberarsi esclusivamente di tutti quegli articoli fabbricati negli insediamenti. Il boicottaggio riguarderà infatti solo quei beni prodotti nei settlements: le merci prodotte da Israele entro i confini del 1967 saranno perciò ancora regolarmente vendute nei negozi della West Bank. Del resto sarebbe stato impensabile rompere tutti i legami commerciali con Tel Aviv considerando che il mercato palestinese dipende ancora per molta parte da quello israeliano. Dal 2002 al 2007, ultimi dati disponibili forniti dal Palestinian Central Bureau of Statistics, il valore totale delle esportazioni israeliane nei territori occupati palestinesi è costantemente cresciuto: se nel 2002 s’importavano merci per 1.117 milioni di dollari, appena 5 anni dopo questo dato risultava praticamente raddoppiato, attestandosi a quota 2.307. Anche il valore dell’esportazione di servizi è costantemente aumentato: dai 49 milioni nel 2002 a 104 nel 2007. I numeri dei commerci provenienti dagli insediamenti, sebbene ovviamente minori, risultano comunque importanti. Attualmente le mercanzie provenienti dagli insediamenti eretti oltre la linea verde, coprono circa il 15% del mercato producendo un profitto annuo di circa 600 milioni di dollari. Dallo scorso novembre l’ANP ha confiscato ingenti quantità di merci prodotte negli insediamenti: il tutto per un valore totale di 2 milioni di dollari. Cifre importanti che rappresentano un doppio smacco per i palestinesi: costretti a comprare merci prodotte su terreni una volta di loro proprietà, ma ora in mano alle autorità di Tel Aviv. 

    MADE IN ISRAEL O IN WEST BANK? – Un problema serio e non trascurabile, ma che soprattutto non appare limitato ai territori palestinesi. Nel passato mese di dicembre la questione è finita sul tavolo del governo britannico il quale ha assunto alcuni importanti provvedimenti. A breve infatti verrà effettuata una fondamentale distinzione sulle etichette delle merci provenienti da quell’area: non più genericamente “Made in West Bank”, ma o “Prodotto palestinese” oppure “Prodotto negli insediamenti israeliani”. Una distinzione sostanziale poiché secondo gli accordi fra Israele e l’UE le merci provenienti dagli insediamenti situate in Cisgiordania nonché all’interno delle alture del Golan, non godono dagli sgravi doganali alla pari dei prodotti israeliani. Una distinzione di fondamentale importanza poiché, secondo l’eurodeputata francese Nicole Kiil-Nielsen, da tempo Israele starebbe commercializzando in Europa i prodotti agricoli provenienti dalle colonie. In particolare l’azienda israeliana Agrexco, di cui il 50 % è in mano allo Stato israeliano, esporterebbe nel vecchio continente circa il 70% dei prodotti agricoli provenienti dagli  insediamenti israeliani frutta, verdura o anche fiori dei territori palestinesi occupati verrebbero etichettati come “Made in Israel” godendo così dei suddetti sgravi fiscali. Sempre leggendo l’interrogazione scritta dell’europarlamentare, si scopre che l’Agrexco mescolerebbe i beni illegali a quelli realmente prodotti in Israele, ma soprattutto si evince che il suo non sarebbe un caso isolato.

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    LA REAZIONE EUROPEA – Ed un caso isolato non è nemmeno quello della Gran Bretagna. Come si scopre dalla lettura di un articolo de Il Manifesto (datato 17 dicembre 2008 ed a firma di Michele Giorgio) anche alcune grandi multinazionali si sono allineate all’esempio britannico, imponendo restrizioni similari ai loro partner commerciali o alle loro aziende di riferimento locale. Due anni fa ad esempio, il colosso svedese Assa Abloy ha imposto alla Mul-T-Lock, società israeliana acquistata nel 2000, di chiudere gli stabilimenti nella West Bank. Non solo. Secondo altre fonti, nel 2009 il gruppo finanziario franco-belga Dexia ha dichiarato che i prestiti erogati per il finanziamento delle colonie israeliane non saranno più erogati perché contrari al codice etico della banca. Sempre a livello governativo e sempre nello stesso anno, l’esecutivo Zapatero in Spagna ha negato all’Università di Ariel, sita appunto nell’omonima colonia, l’opportunità di partecipare ad un concorso internazionale. In ultimo, leggendo un’interpellanza del Parlamento Svizzero, si evince come la multinazionale Unilever abbia deciso di cedere la sua quota di partecipazione, pari al 51%,  nell’impresa Beigel & Beigel poiché quest’ultima possedeva stabilimenti nell’insediamento israeliano di Barkan. 

    LE REGOLE DELL’ECONOMIA – Sorge spontaneo allora chiedersi, perché moltissime aziende abbiano comunque deciso di creare i loro stabilimenti nelle colonie israeliane, consapevoli di incorrere in sanzioni internazionali o di avere problemi nei rapporti con l’estero. La risposta è molto semplice. Secondo una pubblicazione (risalente al 1998 ma evidentemente ancora molto attuale) della Foundation for Middle East Peace le industrie presenti negli insediamenti godono di maggiore libertà fiscale e possono contare su controlli molto meno severi. In sostanza le normative ambientali sulla qualità del terreno, dell’aria e dell’acqua vengono applicate in maniera decisamente blanda ed in più lo Stato è molto più propenso a fornire incentivi per lo sviluppo ai gruppi industriali che operano in realtà come quella di Barkan. Questo ovviamente comporta che, non rispettando le norme sulla sicurezza o sul corretto smaltimento delle risultanza industriali, a pagare il prezzo dell’inquinamento sia la popolazione locale. Un esempio storico può essere rappresentato dalle Industrie Geshurei, produttrici di pesticidi e fertilizzanti: sono attive nella cittadina palestinese di Tulkarem dal 1987 dopo essere state chiuse nel 1982 su ordine della magistratura poiché la loro produzione danneggiava sensibilmente la qualità della vita dei cittadini israeliani di Kfar Saba. Alcuni esperti affermano che l’economia non debba avere morale. Ma questo caso appare differente. Si tratta infatti del rispetto, o meglio della violazione continua, di trattati internazionali e risoluzioni ONU. Dunque l’economia dovrebbe, pur senza morale, solo ed esclusivamente rispettare le leggi ed agire all’interno dei limiti fissati dalle stesse. Ma forse, come sempre, è chiedere troppo. 

    Redazione
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    Il Caffè Geopolitico è una Associazione di Promozione Sociale. Dal 2009 parliamo di politica internazionale, per diffondere una conoscenza accessibile e aggiornata delle dinamiche geopolitiche che segnano il mondo che ci circonda.

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