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sabato 18 Settembre 2021

Africa, il lato oscuro dei parchi nazionali

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Analisi – La crescente preoccupazione per la salvaguardia della biodiversità ha indotto a pensare che l’istituzione di aree protette sia sempre una valida soluzione. Tuttavia si deve considerare l’impatto di questa strategia sulle popolazioni indigene che da millenni vivono in simbiosi con la terra e che sono spesso perseguitate per le loro pratiche ancestrali.

COLONIALISMO 2.0

Al giorno d’oggi il turismo nei parchi nazionali costituisce una voce importante del PIL di Paesi ricchi e poveri. Le riserve naturali sono considerate una strategia vincente per la protezione della biodiversità, tanto che ad aprile durante il Leaders Summit on Climate i rappresentanti dei Governi mondiali si sono posti l’obiettivo di occupare il 30% del Pianeta con aree protette entro il 2030. Sembra una notizia positiva per la società e l’ambiente, ma l’apparenza inganna. Infatti questo sistema non tiene in considerazione il 4% della popolazione mondiale, più di 300 milioni di persone, che non risulta censito negli uffici dell’anagrafe, ma che è l’unica a poter davvero chiamare casa la wildlife: gli indigeni. Il primo parco nazionale istituito fu quello di Yellowstone (USA) nel 1872. Durante i primi cinque anni ai nativi fu permesso di rimanere in alcune aree, però in seguito furono costretti ad abbandonare le loro terre. Tale modello di conservazionismo ambientale accompagnato da campagne di allontanamento forzato degli indigeni continua a essere utilizzato, con conseguenze devastanti per le tribù, tanto che si parla di “sfratti psicologici”. Questi popoli non solo perdono la loro principale fonte di sussistenza, ma anche le loro case e i loro luoghi di culto. A nulla servono le rare “attività generanti reddito” che a volte le amministrazioni statali propongono: gli indigeni trasferiti nelle grandi città restano comunità emarginate e dipendenti dai sussidi dei Governi. Nel 2007 è stata approvata dall’Assemblea delle Nazioni Unite la Dichiarazione dei Diritti dei Popoli Indigeni, che sancisce il loro diritto all’autodeterminazione e a essere consultati prima che si usufruisca dei loro territori. Tale documento però non ha valore vincolante, perciò molti decisori politici continuano a violare i diritti umani dei nativi, incarcerandoli con l’accusa di bracconaggio, attaccando i loro villaggi, costringendo i bambini a frequentare factory schools e persino conducendo campagne di sterilizzazione forzata, come denuncia Survival International, una delle organizzazioni internazionale che difendono i diritti dei popoli indigeni. Paradossalmente persino alcuni enti per la protezione ambientale appoggiano e anzi incoraggiano le politiche repressive degli Stati, accusando i popoli primi di danneggiare l’ambiente con le loro pratiche di caccia e agricoltura di sussistenza. L’allontanamento delle tribù dalle proprie terre ha diverse motivazioni, non solo l’intento di proteggere la natura. Alla base c’è il fattore ideologico, il senso di superiorità nei confronti dei popoli della foresta, ma ci sono poi in particolare cause economiche, dal momento che spesso queste terre sono ricche di materie prime. Sono passati molti anni dall’istituzione del primo parco nazionale al mondo, ma spesso i Governi continuano ad accusare gli indigeni di distruggere l’ecosistema, sebbene questi siano gli unici a vivere un rapporto di simbiosi con la natura.

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Fig. 1 – Il Presidente Joe Biden presenzia al Leaders Summit on Climate

IN AFRICA

In Africa si stima che le persone sfrattate per la creazione dei parchi nazionali siano almeno 150mila, se non addirittura milioni. Nel Continente convive una grande varietà di popoli indigeni con legami consolidati da millenni, tuttavia i conflitti tra le popolazioni sono aumentati negli ultimi anni a causa della scarsità delle risorse dovuta ai cambiamenti climatici e all’espansione delle città. Molte organizzazioni per la difesa dell’ambiente non contribuiscono affatto alla loro causa al fine di stabilire un rapporto più equilibrato tra la conservazione della natura e i loro diritti, ma si rendono partecipi delle vessazioni, come testimonia il rapporto di Survival International The Destruction of Congo Basin tribes in the name of Conservation. Secondo l’organizzazione in Africa la campagna più difficile è quella per la protezione del popolo baka, una popolazione di indigeni pigmei che abita le foreste dell’Africa centrale tra il Camerun, la Repubblica Democratica del Congo e la Repubblica Centrafricana. In Etiopia invece Survival International combatte a fianco dei popoli della valle dell’Omo, danneggiati dalla costruzione della diga Gibe III, che blocca le esondazioni annuali del fiume Omo, riducendo la biodiversità della regione. Questi popoli furono sfrattati già due volte durante il secolo scorso, prima negli anni Sessanta per la costruzione di due parchi nazionali dalla cui gestione sono stati esclusi e poi negli anni Ottanta per l’apertura di alcuni impianti estrattivi di idrocarburi. Sono molti i popoli tribali ai quali Survival fornisce assistenza, ottenendo a volte delle vittorie contro i soprusi dei Governi. È il caso dei boscimani della Central Kalahari Reserve, che nel 2006, dopo anni di battaglie legali, hanno ottenuto il riconoscimento del loro diritto di caccia nella zona. Troppo spesso però l’attività di caccia di sussistenza di questo popolo e di molti altri viene ancora equiparata al bracconaggio e gli indigeni vengono perseguiti al posto dei cacciatori illegali.

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Fig. 2 – Un indigeno baka raccoglie alcune erbe medicinali nella foresta

GLI INDIGENI SONO I MIGLIORI CONSERVAZIONISTI

“I nostri genitori ci hanno insegnato che uccidere molti animali è uno spreco. Noi sappiamo come gestire la nostra foresta”, dicono i baka. Numerosi studi hanno dimostrato gli effetti positivi delle pratiche ancestrali degli indigeni sull’ecosistema. In Australia gli incendi sono aumentati proporzionalmente alla diminuzione degli aborigeni, fino a costare al Governo quasi 7 miliardi di dollari. Nell’Africa centrale gli indigeni batwa contribuiscono alla sopravvivenza del raro elefante della foresta con la coltivazione di particolari arbusti. In India le tribù delle riserve delle tigri convivono con questi animali in sintonia. Le diverse culture delle etnie indigene del pianeta si basano su un principio comune che viene tramandato di generazione in generazione: il rispetto per l’ambiente. Gli anziani delle tribù insegnano ai più giovani come controllare gli incendi, fermare la deforestazione, razionare le risorse del territorio e cacciare solo un numero limitato di animali. Al contrario i guardaparchi spesso sottopagati non fanno sempre l’interesse dell’ambiente e a volte favoriscono l’attività dei bracconieri. Gli organi governativi però continuano a fidarsi dei rapporti ufficiali e delle ONG ambientali, piuttosto che ascoltare anche la voce degli antropologi che studiano le tribù indigene e che hanno un’opinione impopolare sul tema della protezione della biodiversità.

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Fig. 3 – Un giovane pigmeo ringrazia gli spiriti della foresta per aver trovato del miele dentro un albero

UN NUOVO MODELLO DI CONSERVAZIONE

Se si vogliono davvero preservare i delicati ecosistemi è necessario cambiare la nostra concezione alquanto stereotipata di “conservazione” e investire i fondi destinati alle fallimentari politiche di civilizzazione dei popoli primi in nuovi approcci di collaborazione che li veda protagonisti. Quando pensiamo a conservare l’ambiente spesso intendiamo farlo tornare selvaggio, incontaminato, impedendo qualsiasi attività umana. È una idea sbagliata, che non tiene conto dell’importante ruolo delle tribù che abitano in questi luoghi e che sono le prime ad avere tutto l’interesse a preservarli. Riconoscere i diritti territoriali dei popoli indigeni in modo concreto e non solo a parole durante i meeting internazionali è dunque il primo passo per la protezione ambientale. Politiche di cooperazione tra i Governi dei singoli Stati e le diverse tribù sono auspicabili non solo per mettere fine alla pratica disumana degli sfratti di milioni di persone e preservare la diversità culturale, ma anche per unirsi nella battaglia contro i bracconieri e le compagnie che sfruttano le risorse dell’ambiente. Recentemente alcuni Stati hanno iniziato questo cammino più sostenibile, ad esempio l’Australia ha riconosciuto gli aborigeni come custodi indigeni dei Parchi Nazionali nel New South Wales. La strada per lo sviluppo ecosostenibile e il rispetto della diversità culturale è ancora molto lunga. Per raggiungere l’obiettivo è necessario applicare diversi metodi, senza peccare di superbia ritenendo che i modelli di sviluppo produttivisti abbiano sempre la risposta migliore.

Alessandra De Martini

African Sunset, Amboseli National Park” by Ray in Manila is licensed under CC BY

Alessandra De Martini
Alessandra De Martini

Classe 1996, mi sono laureata in Relazioni e Organizzazioni Internazionali presso l’Università degli Studi di Trento e al momento frequento il corso di laurea magistrale in investigazione, criminalità e sicurezza internazionale presso l’Università degli Studi Internazionali di Roma. Sono appassionata di geopolitica, ma amo anche imparare nuove lingue e viaggiare. Per questo motivo, durante il percorso universitario, ho cercato di combinare le mie passioni partecipando all’Erasmus, ad alcuni progetti della Diplomatic  Academy e ad un progetto di volontariato in Colombia. Nel tempo libero mi piace leggere thriller, fare jogging ma soprattutto giocare con il mio cagnolino!

 

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