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    I Balcani occidentali e la vittoria di Trump

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    La vittoria del candidato repubblicano ha provocato reazioni differenti nei Balcani occidentali, un’area che è stata spesso al centro degli interessi di Washington nei decenni scorsi. Tuttavia ha prevalso generalmente la prudenza nelle dichiarazioni dei leader regionali, poiché gli scenari geopolitici restano molto incerti nell’attuale contesto di transizione alla presidenza americana 

    WASHINGTON E LA JUGOSLAVIA – Quasi quaranta anni fa, sulle pagine di Foreign Policy, l’oramai ex Ambasciatore degli Stati Uniti presso la Jugoslavia Lawrence Silberman descriveva l’attitudine geopolitica della Federazione guidata da Tito con un paragone sferzante e non propriamente convenzionale per i toni della diplomazia durante la guerra fredda: The Fiddler on the Roof, ovvero il violinista sul tetto. Protagonista di un musical piuttosto in voga nella Broadway degli anni Sessanta e Settanta, questo personaggio suonava il suo strumento in bilico tra due spioventi, correndo il serio rischio di spezzarsi l’osso del collo. Il che, secondo le parole di Silberman, sarebbe potuto simbolicamente accadere a Belgrado, a suo dire pericolosamente sbilanciata sul versante filo-russo rispetto al delicato equilibrio in cui si era andata a collocare.

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    Fig.1 – Incontro tra Tito e il Presidente americano Richard Nixon alla Casa Bianca, ottobre 1971

    L’interesse del Dipartimento di Stato americano per la Jugoslavia, divenuto nevralgico con la rottura Tito-Stalin del 1948, ereditava quello tradizionale dell’Impero britannico verso la regione balcanico-occidentale e ne riadattava la portata rispetto all’evolversi degli eventi. Così, nella prima fase del bipolarismo mondiale, il socialismo “eretico” del Maresciallo Tito costituiva una spina geostrategica nel fianco del blocco comandato da Mosca: una ferita da tenere aperta con aiuti economici, militari e, indirettamente, col sostegno politico al regime. Nei decenni successivi, parallelamente all’affermarsi della coesistenza competitiva tra i blocchi, guidata dal suo leader, la Jugoslavia aveva rafforzato la propria posizione su scala mondiale, ponendosi tra i Paesi guida del Movimento dei Non Allineati. Un sovradimensionamento che aveva portato persino la dirigenza statunitense a considerare Belgrado come una sorta di vero e proprio tertium genus e che Silberman, con il summenzionato articolo, provava a ricollocare nella giusta dimensione, descrivendo la Repubblica Socialista come una piccola realtà in dissesto finanziario, oltremodo attraversata da spinte centrifughe coinvolgenti diverse etnie e legittimata da un’ideologia inconciliabile con i valori della parte occidentale della cortina di ferro. Se è vero che gli avvenimenti dilanianti degli anni Novanta sono ancora troppo vicini nel tempo per poterne dare una lettura storica tout court, è altresì da considerare come, già negli anni che precedettero la scomparsa di Tito (maggio 1980), la diplomazia americana si interrogasse certamente in maniera piuttosto dubbiosa circa la tenuta di quel Paese: implicitamente nasceva l’idea secondo cui la sua stessa esistenza, una volta venuto meno il Padre indiscusso della Federazione, fosse possibile solo in quel mondo diviso da una contrapposizione muscolare, che, al momento, appariva cristallizzata. Ma che cessò di esserlo, quasi senza preavviso, alla fine dello stesso decennio che si era aperto con la morte del Maresciallo.

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    Fig. 2 – Gli abitanti di Sevnica, città natale di Melania Trump, brindano alla vittoria del candidato repubblicano, 8 novembre 2016

    LE ELEZIONI AMERICANE: REAZIONI IN SLOVENIA E CROAZIA – Ciò che ovviamente non muta, se non con ritmi sconosciuti alle relazioni internazionali, sono le condizioni geografico-fisiche del territorio. Certamente, il peso della penisola balcanica si è nettamente svalutato rispetto alla seconda metà del secolo scorso, ma ad oggi i Paesi della ex Jugoslavia restano per Washington dotati di una specifica rilevanza, specialmente in relazione a tre tematiche chiave: il processo d’integrazione europea, i rapporti con la NATO e quelli con la Russia.
    Apparirebbe prematuro, in una fase altamente transitoria quale quella attuale alla Casa Bianca, tentare di ipotizzare se e come cambieranno, sullo scacchiere, le mosse degli Stati Uniti segnatamente a tale quadrante. Tuttavia, immediatamente dopo la vittoria di Trump, sono emerse reazioni differenziate, da parte di media, classi dirigenti ed opinioni pubbliche dei diversi Paesi dell’area. Una prima peculiarità riguarda, sia pure indirettamente, il meno “balcanico” degli Stati considerati: la Slovenia è, come noto, la madrepatria di Melania Trump, prima First Lady nata all’estero da quasi due secoli, e la vittoria del tycoon americano è stata ampiamente festeggiata nella piccola cittadina di Sevnica, che le ha dato i natali nel 1970. Un episodio che, per quanto prossimo al folklore, ha avuto eco anche a Lubiana: nella conferenza stampa del 9 novembre il Primo Ministro Miro Cerar, nel congratularsi con Trump per il risultato ottenuto, non ha mancato di sottolineare come, con ogni probabilità, il neo-eletto Presidente sia maggiormente familiare con gli sviluppi della situazione politica ed economica in Slovenia rispetto ad altre personalità, auspicando altresì che le circostanze possano favorire una cooperazione proficua tra i due Paesi. Occorre ricordare come, contrariamente alla tradizione saldamente ancorata all’Europa continentale e ai vicini di lingua tedesca, il Ministro degli Esteri sloveno Karl Erjavec non abbia fatto mistero di quanto la Slovenia abbia mal digerito la decisione di Bruxelles dell’estate 2014 di imporre sanzioni economiche alla Russia. Il Governo della vicina Croazia, tramite il Ministro degli Esteri Davor Ivo Stier, invece, ha posto l’accento sullo scenario regionale, facendo riferimento al valore dell’Alleanza Atlantica e alla volontà di Zagabria di collaborare con la nuova amministrazione americana nel quadro della NATO per preservare il mantenimento della pace e della stabilità dell’Europa sud-orientale.

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    Fig. 3 – La vittoria di Donald Trump sui giornali serbi, 10 novembre 2016

    BANJA LUKA E BELGRADO: TRUMP E L’AMMINISTRAZIONE CLINTON – Le reazioni maggiormente significative, tuttavia, provengono da Stati la cui roadmap verso l’integrazione europea e verso la NATO sono lungi dall’essere completamente delineate: Serbia e Bosnia-Erzegovina. Anzi, specificatamente per quanto riguarda quest’ultima, dalla componente serba della Federazione nata dagli accordi di Dayton del 1995. A Belgrado, a pochi giorni delle elezioni, sono stati i media a rendersi protagonisti, con il settimanale Nedejnik che ha dato ampio risalto ad una presunta intervista in cui Donald Trump avrebbe aspramente criticato la politica americana degli anni Novanta verso la Serbia, arrivando addirittura a una forma di scuse per i bombardamenti NATO. Nonostante la smentita e la richiesta di rettifica espressa dallo staff dell’esponente repubblicano, le dichiarazioni sono state riprese da più di un organo di informazione, alimentando il sentimento pro-Trump ampiamente promosso dai sostenitori del Partito Radicale di Vojislav Seselj, il quale ha guidato attivamente una campagna rivolta in modo particolare alla comunità di origine serba negli Stati Uniti e che ha festeggiato il risultato elettorale augurandosi che Trump inizi a Washington un nuovo corso fatto di tolleranza zero verso l’Islam e di orientamenti internazionali filo-russi. Persino il Presidente della Repubblica Tomislav Nikolic, nell’annunciare un invito formale in Serbia rivolto al neo-Presidente degli Stati Uniti, lo ha descritto come una personalità politica consapevole degli errori commessi da amministrazioni precedenti nei confronti di Belgrado, con chiaro riferimento alla famiglia Clinton.

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    Fig. 4 – Il leader del Partito Radicale Serbo Vojislav Seselj non nasconde il suo sostegno per Trump durante una manifestazione contro la visita del Vice-Presidente americano Joe Biden a Belgrado, 16 agosto 2016

    In Bosnia-Erzegovina, le elezioni americane hanno costituito l’occasione per il Presidente della Repubblica Serba Milorad Dodik per proseguire nella sua politica di divaricazione da Sarajevo. Forte delle realizzazione del controverso referendum dello scorso settembre, tenutosi nonostante il mancato appoggio della comunità internazionale ad eccezione della Russia, Dodik ha commentato il successo di Trump ricordando gli infausti massacri di Markale del 1994 e 1995. Secondo il politico serbo-bosniaco, una Presidenza Clinton avrebbe represso definitivamente quella che sarebbe, nella sua ricostruzione, la verità storica di tali accadimenti e che si augura possa emergere con l’Amministrazione Trump: l’idea secondo cui il casus belli dell’operazione Nato Deliberate Force sarebbe da ascriversi ad un’azione deliberata di militanti bosgnacchi contro la stessa popolazione civile di Sarajevo e alla quale Washington non sarebbe stata estranea.

    MACEDONIA E MONTENEGRO: ATTENDISMO E TONI SOFT – Per quanto riguarda la Macedonia, i risultati delle elezioni americane sono giunti alla vigilia dell’apertura ufficiale della campagna elettorale del Paese in cui la grave crisi politica apertasi due anni fa sembrerebbe destinata a chiudersi con la chiamata alle urne fissata per il prossimo 11 dicembre. L’ex Primo Ministro, il leader della VMRO Nikola Gruevski, che si era dimesso ad inizio anno dopo l’accusa di aver intercettato illegalmente almeno ventimila cittadini macedoni, non ha mancato di fare pubblicamente gli auguri a Trump e di ribadire il proprio proposito politico di poter guidare Skopje all’ingresso nella NATO. Il Primo Ministro ad interim Emil Dimitriev, invece, ha salutato il nuovo Presidente americano affidandosi ad uno scarno comunicato, diffuso tramite il sito ufficiale dell’esecutivo macedone, dal tono formale e scevro da connotazioni di sorta. Scelta similare optata da Milo Djukanovic che, in Montenegro, al momento, riveste lo stesso ruolo con funzioni transitorie a seguito delle elezioni dello scorso ottobre. Nel comunicato, anch’esso piuttosto istituzionale, il leader montenegrino ha, ad ogni modo, posto l’accento sull’ingresso imminente di Podgorica nella NATO, foriero di un rapporto più stretto con Stati Uniti e rispettivi alleati.

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    Fig. 5 – Il Primo Ministro montenegrino Djukanovic (a destra) a colloquio con il Segretario di Stato americano John Kerry (a sinistra) e il Segretario Generale della NATO Jens Stoltenberg, 19 maggio 2016

    Tuttavia, ad inizio del 2016, non era passato di certo inosservato un video promozionale, diffuso nel Paese dal portale IN4C, a sostegno del candidato repubblicano, in cui si parla di Djukanovic in tono tutt’altro che lusinghiero.
    Nel filmato in questione, incentrato sulla necessità di riscattare l’America dagli otto anni di amministrazione Obama, è compreso un riferimento all’allargamento ad est dell’Alleanza Atlantica, descritto come un errore costoso ed evitabile e, in particolare, si fa riferimento all’avvicinamento, ritenuto pericoloso, dell’oramai presidente uscente al Primo Ministro montenegrino, apostrofato come personaggio internazionalmente marginale e noto maggiormente per scandali internazionali legati a traffici illeciti di droghe ed armi che non per la sua vita politica.

    Riccardo Monaco

    [box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]Un chicco in più

    La classe dirigente del Kosovo, particolarmente legata agli otto anni di Presidenza di Bill Clinton, ha accolto con estrema cautela i risultati della tornata elettorale, quasi a fare da contraltare ai fermenti entusiastici manifestatisi a Belgrado. Sia il Primo Ministro Isa Mustafa che il Presidente Hashim Thaci non si sono sottratti alle dichiarazioni di rito, e hanno utilizzato toni pubblici molto diplomatici, volti a non mettere in dubbio le prospettive di collaborazione tra Pristina e Washington nell’ambito del processo di normalizzazione della vita interna ed internazionale del Kosovo. Nel contempo, però, a differenza degli omologhi delle altre realtà dell’area, ambedue hanno significativamente espresso elogi alla candidata democratica Hillary Clinton. Thaci le ha addirittura rivolto pubblicamente un ringraziamento, descrivendola come un’amica del popolo kosovaro e lodandone l’attività svolta durante il suo quadriennio come Segretario di Stato. Similarmente, Isa Mustafa, tramite il suo ufficio stampa, ha pubblicato un comunicato nel quale, oltre ad Hillary Clinton, ha esteso encomi e apprezzamenti anche al suo successore presso il Dipartimento di Stato John Kerry nonché al Presidente Barack Obama.[/box]

    Foto di copertina di Gage Skidmore Rilasciata su Flickr con licenza Attribution-ShareAlike License

    Riccardo Monaco
    Riccardo Monaco

    Nato e cresciuto a Roma, ho conseguito la laurea magistrale in Relazioni Internazionali presso La Sapienza. Dopo un periodo trascorso a Belgrado, ho iniziato un dottorato in Storia dell’Europa, con un progetto di ricerca dedicato alla politica estera della Jugoslavia dagli anni ’70 alla morte di Tito. Inoltre, ho conseguito un diploma in Sviluppo e Cooperazione Internazionale presso la Summer School dell’ISPI e un Master di specializzazione dedicato alla progettazione europea e all’internazionalizzazione d’impresa presso la SIOI.

    A distanza di diversi anni dagli studi, rimango ancora convinto del ruolo centrale delle scienze politiche per la comprensione delle dinamiche attuali, ragion per cui sono tutt’ora un appassionato di geografia politica e di storia delle relazioni internazionali, con particolare riguardo per il periodo della guerra fredda e per un’area nevralgica quale quella dei Balcani occidentali.

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