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    Trump: rispettati dagli alleati, temuti dagli avversari – Parte III

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    La postura che Donald Trump terrà in politica estera è difficilmente prevedibile, soprattutto per quanto concerne il Vecchio Continente. A fronte di messaggi duri nei confronti dei partner europei, infatti, Trump ha mostrato un atteggiamento molto più ambiguo verso la Russia, prospettando un nuovo reset che ha messo in allarme policy maker e analisti sulle due sponde dell’Atlantico

    Nella terza parte dell’analisi sulla futura postura di Trump verso l’Europa ci occupiamo di come i vincoli geostrategici e le posizioni degli alleati europei e dell’Unione Europea andranno a influire sulla stessa.

    I VINCOLI GEOSTRATEGICI – L’ipotizzata apertura alla Russia è resa difficile anche dalle linee profonde che orientano la geostrategia americana: è possibile evidenziare, infatti, come esse mutino poco nel tempo, trovando origine nella peculiare collocazione geografica statunitense e nella volontà di impedire a una potenza ostile di egemonizzare l’Eurasia. La volontà russa di ripristinare il controllo nel suo “estero vicino” – quanto meno sui Paesi facenti parte, fino al 1991, dell’Unione Sovietica –, dunque, non può essere vista favorevolmente dagli Stati Uniti. Di conseguenza, difficilmente potrà esserci un’apertura senza un mutamento del posizionamento dei due attori sullo scenario globale. Inoltre, Washington proviene da tre tentativi di avvicinamento falliti – Clinton, Bush Jr., e l’ultimo obamiano del 2009, cercato nonostante la guerra in Georgia dell’anno precedente – e difficilmente rischierà di esporsi al possibile quarto fallimento dato che quest’ultimo, qualora comportasse un’azione russa in Europa Orientale, potrebbe risultare fatale al sistema di sicurezza euroatlantico. Con l’obiettivo di prevenire una simile evenienza e rassicurare i Paesi europei, l’amministrazione Obama ha deciso di rafforzare l’eastern flank più che quadruplicando il budget destinato all’European Reassurance Initiative per l’anno 2017 (che passa da 789 milioni a 3,4 miliardi di dollari) e inviando (gennaio 2017), nell’ambito dell’operazione Atlantic Resolve, una brigata corazzata in Europa. La mossa difficilmente potrà essere rivista (perlomeno in tempi rapidi) dall’amministrazione Trump, non solo per le opposizioni che incontrerebbe internamente, ma anche perché qualificherebbe Washington come partner poco affidabile. Il dispiegamento del dispositivo militare americano in Europa, però, ha irritato ulteriormente Mosca che ritiene lo stesso una minaccia alla sua sicurezza nazionale.

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    Fig. 1 – Uomini e mezzi US Army attivano a Danzica nell’ambito dell’Operazione Atlantic Resolve 

    LE PRESSIONI DEGLI ALLEATI – Infine, l’Unione Europea ha promesso che proseguirà nella sua politica di deterrenza nei confronti della Russia con o senza il sostegno dell’alleato oltreoceano. Bruxelles ha orientato la sua ultima European Security Strategy verso un approccio deciso nei confronti delle azioni destabilizzanti russe. Inoltre, la Commissione Europea ha proposto la creazione di un Fondo per la Difesa Europeo al fine di rafforzare il sistema di sicurezza comune. Se è vero, dunque, che in caso di mancato sostegno da parte di Washington l’UE improbabilmente, perlomeno allo stato attuale, potrà contrastare efficacemente Mosca, è altrettanto vero che non è possibile immaginare una sua totale inversione di tendenza, soprattutto in quanto appare oramai chiaro a Bruxelles che l’epoca post-storica (ossia una situazione di pace, stabilità e trionfo dell’impostazione liberal-democratica) che ha contraddistinto gli anni seguenti al crollo del Muro di Berlino sia giunta alla fine. Nel frattempo, a dicembre le sanzioni europee alla Russia sono state rinnovate di altri sei mesi: nonostante la nuova presidenza americana potrebbe contribuire – congiuntamente a sommovimenti di alcuni Paesi europei da tempo ostili alla linea dura verso il Cremlino – al mancato rinnovo previsto per luglio, l’opposizione europea a un allentamento della tensione verso Mosca – senza avere da quest’ultima una contropartita adeguata – è un ulteriore tassello che rende complesso il mosaico delle sfide che la nuova amministrazione si troverà ad affrontare nell’ipotetico tentativo di riavvicinamento alla Russia.

    Le variabili appena presentate – congiunte a quelle esposte nella seconda parte dell’analisi – offrono un quadro assai differente rispetto a quello dell’inevitabile apertura troppo spesso prospettato negli scorsi mesi. Nel prossimo pezzo concluderemo tirando le somme e spiegando perché, attualmente, risulta difficile immaginare un futuro sensibile riavvicinamento tra Mosca e Washington.

    Simone Zuccarelli

    [box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]Un chicco in più

    Al seguente link è possibile visionare una panoramica essenziale ma dettagliata su Atlantic Resolve. Qui, invece, la pagina dedicata sul sito del Dipartimento della Difesa statunitense. [/box]

    Simone Zuccarelli
    Simone Zuccarelli

    Classe 1992, sono dottore magistrale in Relazioni Internazionali. Da sempre innamorato di storia e strategia militare, ho coltivato nel tempo un profondo interesse per le scienze politiche. 

    A ciò si è aggiunta la mia passione per le tematiche transatlantiche e la NATO che sfociata nella fondazione di YATA Italy, sezione giovanile italiana dell’Atlantic Treaty Association, della quale sono Presidente. Sono, inoltre, Executive Vice President di YATA International e Coordinatore Nazionale del Comitato Atlantico Italiano.

    Collaboro o ho collaborato anche con altre riviste tra cui OPI, AffarInternazionali, EastWest e Atlantico Quotidiano. Qui al Caffè scrivo su area MENA, relazioni transatlantiche e politica estera americana. Oltre a questo, amo dibattere, viaggiare e leggere. Il tutto accompagnato da un calice di buon vino… o da un buon caffè, ovviamente!

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