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    Repubblica “parladenziale”?

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    Le ultime elezioni italiane hanno dato l’esempio di un sistema elettorale che non funziona. Il presidenzialismo, in contrapposizione al parlamentare che vige in Italia, è stato evocato (per esempio il modello francese) per assicurare governabilità al Paese. Ma è proprio così? Il continente americano è spesso definito come la patria del sistema presidenziale ed offre quindi spunti per capire i pregi e i difetti di questo sistema

     

    PRESIDENZIALISMO SI’ O NO? – Il presidenzialismo presenta diverse virtù. Si elegge un esecutivo in uno scrutinio separato dall’elezione parlamentare. Il presidente eletto ha delle prerogative legislative. Il parlamento non può sfiduciare il presidente facendolo cadere. Ma sono sufficienti questi elementi per considerarlo migliore del parlamentarismo?

    La storia recente del continente americano (Nord e Sud) dimostra che non esiste l’inattaccabilità del presidente. Negli ultimi 20 anni sono stati almeno sedici i casi di capi di Stato destituiti in questa parte del mondo dove domina il sistema presidenziale. A difesa di questo sistema va però detto che tutte, o quasi, queste situazioni sono state  aliene a un processo istituzionale, come nel caso dell’impeachment del quale è stato oggetto il presidente USA Richard Nixon ai tempi del Watergate o, in tempi più recenti, Fernando Lugo in Paraguay, destituito quest’ultimo da un processo politico. In America Latina, in varie occasioni sono stati i “golpe” a far abdicare i presidenti, l’ultimo in ordine di tempo quello sofferto da Manuel Zelaya in Honduras, piuttosto che un processo di sfiducia parlamentare.

    Un secondo argomento contrario al presidenzialismo, per lo meno quello in voga in America Latina, prende in considerazione il fatto che la maggior parte dei Paesi della regione, l’America del Sud in particolare, e con l’esclusione di Cile e Messico, funzionano con un sistema elettorale di tipo proporzionale. I presidenti si trovano quindi spesso a dover convivere con parlamenti frammentati.

    Tuttavia si continua a definire il presidenzialismo di questi Paesi come superpresidenzialismo in riferimento alle attribuzioni quasi illimitate che si attribuiscono ai capi di Stato. In realtà il successo del presidenzialismo dev’essere ricercato nell’ambito politico e culurale piuttosto che in quello elettorale e istituzionale.

     

    I CAUDILLOS – In primo luogo in America Latina il presidenzialismo che si è dimostrato stabile è quello che è stato instaurato dai “caudillos”fra i quali spiccano i nomi di Cárdenas, Perón, Vargas o Betancourt, politici che hanno fatto del culto della personalità, nonchè della loro leadership, la base del loro successo. Hanno contribuito alla popolarità del sistema presidenziale in maniera ancora più marcata i grandi dittatori latinoamericani che hanno caratterizzato la storia del ventesimo secolo in questa regione – Stroessner in Paraguay, Videla in Argentina, Pinochet in Chile, Trujillo in Repubblica Domenicana– anche se in questi casi risulta difficile l’associazione tra governante e presidente tant’è che il Cile, per esempio, non inserisce Pinochet nella lista dei capi di Stato.

     

    OGGI – Eredità del passato, in America Latina la figura autoritaria è predominante. Nell’attualità, con il ritorno della democrazia rappresentativa a  partire dall’ultima decade del secolo scorso, i cittadini tendono ad associare la vita politica alla figura personale del leader. I nomi più ricorrenti sono quelli di Hugo Chávez in Venezuela e di Evo Morales in Bolivia, che incarnano movimenti dissidenti del sistema economico neoliberale. Eppure, quello che viene definito a torto o a ragione come populismo, per la forma diretta di relazionarsi del leader con i cittadini, è un fenomeno tanto di sinistra come di destra. Come in Perù con l’ex presidente Fujimori e l’attuale Humala, nell’Argentina di Menem e dei Kirchner, in Ecuador di Bucaram e Correa, o Paraguay con Duarte e Lugo. Questi sono esempi della personalizzazione della politica costruita appunto sulla figura del presidente e leader.

     

    UNIONE TRA POTERI – Un secondo aspetto che rinforza il presidenzialismo in America Latina è l’associazione che si osserva spesso tra l’esecutivo ed il parlamento. Anche se i sistemi elettorali attualmente vigenti nella regione protenderebbero alla frammentazione dell’elettorato, poi riflessa nel pluralismo del parlamento salvo casi isolati, la forza politica dominante in parlamento è spesso la stessa alla quale appartiene il presidente. Questa uniformità è facilitata da elezioni presidenziali e legislative che vengono realizzate contemporaneamente (in Francia, seguendo il modello latinoamericano per esempio si è deciso di far combaciare presidenziali e legislative per ridurre le possibilità del verificarsi della scomoda coabitazione tra esecutivo e parlamento di colore differente). Inoltre la tradizione e la traiettoria politica dei partiti influiscono dando luogo a una lunga continuità come nel caso del Partido Colorado (40 anni al podere in Paraguay), il Partido Revolucionario Institucional (70 anni in Messico) o ancora la Concertación in Cile (20 anni).

    La ragione è che in America Latina i cittadini tendono ad associarsi ad un leader piuttosto che a un programma o a un partito specifico. Così avviene che oltre alla Presidenza della Repubblica i partiti vincitori conquistono anche il maggior numero di seggi. È il caso del partito Gana Perú, il Partido Social Nacional in Colombia, il Partito Rivolucionario Institucional in Messico, il Frente para la Victoria in Argentina. In alcuni Paesi come Venezuela, Bolivia ed Ecuador i partiti vincitori si assicurano inoltre una maggioranza assoluta nel parlamento. Se è vero che, come nel caso dell’Argentina, una alleanza di tutte le forze peroniste è necessaria per assicurare la governabilità, appare comunque che il principale fattore di forza del presidenzialismo latinoamericano risieda nella capacità personale del leader di conquistare le masse e di coagulare forze politiche più o meno affini, fermo restando comunque la grande penetrazione realizzata dai partiti progressisti come Alianza País in Venezuela, il Partido Socialista Unido in Venezuela ed il MAS in Bolivia che già da due o più legislature raccolgono da soli oltre il 60% dei consensi.

     

    Il sistema italiano - puramente parlamentare -  potrà mai essere riformato? Quali potrebbero essere i vantaggi?
    Il sistema italiano – puramente parlamentare – potrà mai essere riformato? Quali potrebbero essere i vantaggi?

    LA FORZA DEI LEADER – I leader latinoamericani appaiono solidi al comando anche quando non godono del sostegno del legislativo. È il caso del Cile dove, favorito da un sistema elettorale che esclude l’ingresso di outsider, il mandatario Sebastián Piñera governa con un parlamento che è controllato dall’opposizione come era già successo al suo predecessore ed antagonista Michelle Bachelet, ma rimane costituito da forze politiche in gran parte affini. Ciononostante quando la capacità di leadership presidenziale sembra vacillare, i parlamenti operano in modi che vanno oltre le loro attribuzioni. Il caso del Presidente Fernando Lugo in Paraguay è il più significativo. Eletto nel 2008, con il soprannome di “Presidente dei Poveri”, quattro anni più tardi veniva sottomesso ad un processo politico dalle dubbie ragioni che lo ha costretto ad abbandonare l’incarico.

    In conclusione, la celebrata stabilità del presidenzialismo latinoamericano sembra essere più l’immagine di un costrutto e della specificità politica della regione che il risultato di un’ architettura politica ed istituzionale solida. La personalità del leader, la sua capacità d’attirare consensi attorno al suo progetto politico, le intersezioni tra la sfera politica, economica e militare, sono le chiavi che spiegano il successo di questo sistema.

     

    Gilles Cavaletto

     

    Gilles Cavaletto
    Gilles Cavaletto

    Vivo a Santiago ma ho studiato temi europei. Ho lavorato in America Latina, in agenzie legate all’ONU attive nel tema della cooperazione internazionale. Per il “Caffè Geopolitico” seguo il Cile e Haiti, bellissima isola martoriata dal terremoto e dalla povertà nella quale ho lavorato.

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    8 Commenti

    1. credevo di avere già risposto, ma può darsi che non abbia salvato il messaggio. Comunque, nel caso che si accettasse anche l’ipotesi monarchica nella discussione sulla riorganizzazione dello stato (quello che fecero poi in Brasile anni fa) esistono ancora tutte le famiglie che governavano gli stati preunitari, col problema che sono conosciute a livello locale e poco a livello nazionale, i più conosciuti sono i Borboni di Napoli, per ovvi motivi. Venendo questa discussione portata a conoscenza della cittadinanza con dibattiti televisivi e via internet, si aprirebbe pure una pagina relativa all’ipotesi “monarchica” dove andrebbe discussa pure la questione della famiglia con la quale stringere l’eventuale “patto con il popolo”, e si ragionerebbe di tutta la materia. Quindi niente reminiscenze medioevali o cerimoniali obsoleti, ma una pura discussione su questioni pratiche. Alla fine resterà al popolo la decisione finale.

    2. giusto, non è una cosa semplice e neanche veloce, in Italia ci sono ed operano rappresentanti delle dinastie preunitarie, molti dei quali sono stimati, anche se a livello locale, come gli austroestensi a Modena e i Lorena in Toscana o i Borboni nel Sud. Comunque, se si ammettesse nella discussione anche questa alternativa, non credo che sarebbe un problema andarli a scovare e mettere sotto il microscopio, ma la decisione deve essere preliminare.

    3. Capisco, ma alla fine un nome bisogna farlo. Chi vorresti come sovrano? E come convinceresti la gente a volerlo come tale?

    4. nulla è fermo e immobile, l’esperienza di altre nazioni prevede che se una dinastia non va bene la si cambi. Poi non c’è solo il problema del semestre bianco, c’è la questione della neutralità del capo dello stato, per la quale non abbiamo avuto degli esempi molto edificanti, e il tempo che si perde, corredato di vari livelli di mercimonio, quando si approssimano le elezioni del presidente. Se parliamo della repubblica presidenziale il discorso è diverso, ma non so se in Italia possa attecchire. Io non escluderei a priori la monarchia, e più tempo passa più mi convinco della bontà di quel sistema rispetto alla repubblica, non solo per l’Italia, ma pure per tante nazioni straniere.

    5. Paolo, la differenza è solo che essendoci un sovrano non esiste “semestre bianco”, ma il resto non cambierebbe. Il fatto che funzionino meglio deriva da altri elementi, primo fra tutti una mentalità diversa della popolazione e dei politici… da noi, tra l’altro, rimettere un sovrano non avrebbe senso perché la cosa fondamentale perché una monarchia costituzionale funzioni è che il sovrano sia rispettato come figura, e da noi non c’è nessuno che potrebbe godere di questo. Ormai da anni.

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