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venerdì 28 Gennaio 2022

Associazione di Promozione Sociale | Rivista di politica internazionale

I vaccini come strategia politica: il caso dell’Europa dell’Est

In breve

  • La campagna vaccinale nei Paesi extra-UE procede lentamente e non ha raggiunto gli obiettivi previsti: sia le nazioni balcaniche che le altre a est dell’Unione hanno immunizzato una percentuale esigua della popolazione.
  • Sebbene l’UE sia uno dei maggiori finanziatori del progetto COVAX e si sia impegnata ad aiutare i Paesi del partenariato, le dosi sono giunte con grandi ritardi, portando vari Stati ad affidarsi ai vaccini russi e cinesi.
  • La politicizzazione dei vaccini e gli interessi geopolitici nelle donazioni portano ad una polarizzazione tra Unione e Paesi vicini che rende più difficile l’integrazione di quest’ultimi e rinsalda le influenze russe e cinesi.

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Analisi – Il ritardo nella distribuzione dei vaccini anti-Covid tramite il progetto COVAX e gli accordi specifici dell’Unione Europea hanno portato molti Paesi ad acquistare i vaccini Sputnik e Sinovac, inviati da Russia e Cina in tempi più brevi.

LA CAMPAGNA VACCINALE NELL’EUROPA DELL’EST

I dati che giungono dagli hub vaccinali nei Balcani e nell’Europa dell’Est non sono rassicuranti: solo il 22,82% ha completato il ciclo vaccinale in Albania, il 29,86% in Montenegro, l’11,06% in Bosnia ed Erzegovina, il 25,88% nella Macedonia del Nord, il 14,15% in Bielorussia, il 17% in Moldavia e il 9,2% in Ucraina; la Serbia è l’unica con una percentuale oltre il 41%, avvicinandosi ai numeri dell’Unione Europea (58,62%). 
L’ immunizzazione della popolazione è avanzata a rilento nel 2021: questi Paesi, infatti, appartengono ai destinatari dei vaccini offerti dal progetto COVAX, che mira a inviare a ogni Stato con un reddito medio o basso le dosi necessarie per vaccinare il 20% della popolazione, in modo da assicurare una protezione alle fasce più a rischio. 
L’Unione Europea è il maggior finanziatore e ha rinnovato il proprio impegno a luglio promettendo di consegnare 200 milioni di vaccini anti-Covid entro la fine del 2021. Oltre a ciò è stato annunciato un investimento da un miliardo di euro diretto ai Paesi africani per lo sviluppo di hub per la creazione di vaccini locali. Anche i Paesi del partenariato orientale (Azerbaijan, Georgia, Moldavia, Bielorussia, Ucraina e Armenia) hanno ottenuto delle dosi.
Sebbene l’impegno sia oneroso, arriva in ritardo: per tutta la prima parte del 2021 le dosi sono state scarse e tuttora l’immunità di gregge è lontana. Per questo motivo molti Paesi, la Serbia in primis, si sono rivolti anche ad altri partner per ottenere i vaccini. Sia la Cina che la Russia hanno infatti rifornito i Paesi dell’Est, aumentando la propria influenza nella regione. 

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Fig. 1 – Un hub vaccinale in Kosovo

LA STRATEGIA DI BELGRADO E L’EST EUROPEO

Un importante attore è sicuramente stato il Governo serbo, il quale è riuscito a portare avanti la campagna vaccinale con una discreta velocità e che ha evidenziato la propria importanza nei Balcani. 
Belgrado infatti non si è limitata a vaccinare i cittadini, ma ha offerto le sue dosi anche agli stranieri, immunizzando gli immigrati e creando un “turismo vaccinale” che ha portato grandi flussi di abitanti dei Paesi vicini a immunizzarsi sul suolo serbo. Diverse scorte sono poi state inviate alla Bosnia e Erzegovina e alla Macedonia del Nord.
La Serbia aveva ricevuto a gennaio due milioni di dosi di Sinovac, il vaccino cinese, rifornendosi poi di Sputnik, Pfizer e AstraZeneca. La speranza sembra quella di potersi riaffermare come potenza regionale, in un momento in cui la nazione è più vicina alla Russia che all’Unione. Il Presidente Vucic si è inoltre detto contrario al Green Pass europeo per il turismo, che inevitabilmente discrimina chi ha ricevuto un vaccino non approvato dall’EMA, dichiarando che sarà la Serbia ad accogliere i cinesi e i russi che vorranno comunque visitare l’Europa.
Anche l’ Albania ha trattato da subito direttamente con Pfizer, assicurandosi un contratto da 500mila vaccini, una modalità poi seguita da tanti: la Macedonia del Nord ha trattato con Cina e Pfizer da febbraio, mentre il Montenegro si è assicurato 150mila vaccini Sinovac e 50mila dosi di Sputnik.  
Guardando più a est la situazione è invece molto diversa: la Moldavia, ad esempio, non era riuscita a vaccinare nemmeno un cittadino a fine gennaio, lasciando scoperti medici e infermieri, in un Paese che a dicembre del 2020 presentava un tasso di positività del 58% (dovuto ai pochissimi tamponi eseguiti e a un sistema sanitario definanziato). 
Il cambiamento è avvenuto quando, a febbraio, la Romania ha consegnato 21mila dosi di AstraZenenca a Chisinau, le prime di 200mila, come aveva promesso il Presidente rumeno nel dicembre del 2020. Questo gesto, come l’incontro istituzionale tra i leader dei due Paesi (il primo in sei anni) marca un riavvicinamento fra le due nazioni, avvenuto grazie alla vittoria di Maia Sandu, europeista moderata che ha battuto il filorusso Dodon nelle ultime elezioni. La Moldavia ha, inoltre, ricevuto 500mila dosi di Johnson & Johnson dagli Stati Uniti a luglio.
Infine è l’Ucraina il Paese che presenta i dati peggiori. Qui la vaccinazione è stata pesantemente politicizzata, con da una parte il Governo ucraino che non vuole autorizzare lo Sputnik e dall’altra la disinformazione e le fake news (spesso da fonti russe) che diffondono teorie cospirative sulle dosi provenienti dall’Occidente. Il risultato è che tuttora pochissimi cittadini sono stati immunizzati, perché la maggior parte non si fida delle Istituzioni, nonostante a giugno sia persino stata aperta la campagna vaccinale dedicata agli abitanti dei territori occupati nel 2014. 

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Fig. 2 – Il Presidente russo Putin con l’omologo serbo Vucic

IL VACCINO COME STRUMENTO DIPLOMATICO

Vaccinare tutta la popolazione mondiale dovrebbe essere un obiettivo prioritario: un’immunizzazione completa sarebbe, oltre che una vittoria umanitaria, un passo importante per assicurarsi che non si presentino più nuove varianti. Tuttavia le ragioni per cui uno Atato decide di donare o vendere alcune delle sue dosi sono tutt’altro che filantropiche.
Analizzando le varie regioni possiamo comprendere meglio questo mosaico di accordi. L’Unione da anni cerca di rafforzare la stabilità dei vicini, in modo da far sì che eventuali tensioni e pericoli non arrivino all’interno dei propri confini. A questo desiderio si aggiungono le relazioni specifiche che l’UE ha con i Paesi dell’Est.
La Serbia ha inaugurato le negoziazioni per entrare nell’Unione anni fa, Albania e Macedonia del Nord sono candidati ufficiali (quest’ultima ha persino cambiato il proprio nome in Repubblica della Macedonia Settentrionale per risolvere la disputa con la Grecia). Queste sono dunque nazioni che dovrebbero essere tutelate dall’UE in vista di eventuali accordi più stretti o della loro entrata.
Ciononostante l’aiuto che era stato promesso è arrivato più in ritardo del previsto, e questa delusione potrebbe avere gravi conseguenze per l’influenza europea nella regione: molti Paesi hanno trattato con Russia e Cina per garantire un livello minimo di immunità. Se la Cina cerca di espandere le proprie relazioni con questi Paesi per lo scontro economico con l’Occidente, la Russia ha interessi più storici. Molti Stati dell’Est sono a lungo stati sotto l’egida sovietica e alcuni erano parte integrante dell’URSS. Quanto ai Balcani, sono sempre stati una zona “calda” tra Occidente e Oriente.
È possibile che l’Unione riesca a ottenere nuovamente prestigio ora che altri vaccini sono in arrivo, ma non è scontato: i Paesi membri, infatti, si sono ripresi dalla delusione dovuta agli iniziali tentennamenti dell’UE grazie all’approvazione del Recovery Plan. Per riuscire nell’impresa l’Europa dovrà però impegnarsi per riconquistare la fiducia perduta con delle azioni concrete nei prossimi mesi.
Un altro Stato nel quale gli interessi occidentali e russi sono in conflitto è la Moldavia, fortemente legata alla Romania, che da anni cerca di facilitare l’integrazione della prima nell’UE, sebbene la popolazione filorussa sia restia. L’elezione di Sandu è certamente un segnale di avvicinamento all’Europa, nonostante la sua campagna elettorale non abbia presentato idee apertamente contro la Russia, ma si sia limitata a portare avanti una visione più moderata. La Russia è anche molto influente in Ucraina, che nel 2014 si è vista occupare la regione della Crimea. 
In questo contesto il terzo attore fondamentale è la Cina, che si è detta da subito disposta a donare i propri vaccini a 69 Paesi e a venderli ad altri 28 (questi ultimi in zone dove prevalgono le case farmaceutiche statunitensi). Sotto un’ottica anti-capitalista ha permesso anche ad alcune nazioni di produrre localmente le dosi (come in Serbia). 
Pechino vuole principalmente assicurarsi alleanze economiche, non ha forti interessi militari in Europa (è rivolta al Sud-est asiatico). Se si tiene conto della crescente polarizzazione tra Stati Uniti e Cina, il fatto che molti Paesi si siano avvalsi del Sinovac è un segnale da non sottovalutare (nonostante sia dovuto a motivi più pratici che politici).
A distanza di un anno e mezzo dall’inizio della pandemia è bene interrogarsi su quali nuovi equilibri geopolitici ci attendono: una scoperta scientifica come il vaccino è rapidamente diventata uno strumento in grado di alterare le relazioni fra Paesi e crearne di nuove. Solo con l’arrivo dell’inverno potremo dire quale strategia ha funzionato e quale no.

Livia Scalabrelli

Photo by neelam279 is licensed under CC BY-NC-SA 

Livia Scalabrelli
Livia Scalabrelli

Studentessa universitaria classe ‘99, laureata in Diplomatic and International Sciences presso l’Università di Bologna; frequento la laurea magistrale Crossing the Mediterranean: towards investment and integration, corso offerto congiuntamente dall’Università Ca’Foscari di Venezia e la Université Paul-Valéry 3 di Montpellier.
Ho vissuto in Portogallo e in Argentina e ho concluso degli scambi più brevi in Danimarca e nel Regno Unito. Per lavoro mi sono occupata di marketing e advertising ma le mie passioni rimangono la scrittura, la geopolitica, le relazioni internazionali.

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