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    Vladivostok, trampolino russo in Asia (II)

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    Puoi leggerlo in 4 min.

    Torniamo all’estremo orientale della Russia, e scendiamo nel dettaglio per capire quali fattori spingono Mosca ad investire in maniera così tempestiva su Vladivostok e nella regione.

     

    Leggi qui la prima parte dell’articolo.

     

    FASTIDI OCCIDENTALI – Ed ora un piccolo colpo di scena. I progetti russi ad est si sono resi impellenti anche a causa del peggioramento dei proventi da ovest. Quando fu varato il progetto “South Stream” (2007) si era diffusa in Europa la paura, più o meno celata, che Mosca potesse “chiudere il rubinetto” o alzare oltremodo il costo del gas. Insomma, la dipendenza energetica non era vista di buon occhio. Qualcuno però osservava come la dipendenza fosse reciproca, in quanto dagli idrocarburi venduti in Europa dipendeva buona parte dell’economia russa. L’Europa, un pò tacitamente e in “ordine sparso” ha cercato di differenziare il proprio paniere energetico per diminuire la dipendenza da Mosca e il risultato è un 10% in meno di vendite russe in Europa negli ultimi 2 anni. Il progetto TAP (Trans Adriatic Pipeline), recentemente approvato, sembra confermare questo trend, nonostante Nabucco proceda, invece, lentamente (molti lo danno addirittura per spacciato). Per completare il quadro è doveroso aggiungere che i contenziosi tra Mosca, Varsavia e Kiev hanno danneggiato ulteriormente le vendite ad ovest, con Polonia ed Ucraina impegnate a loro volta a differenziare i fornitori. In realtà la Russia è ancora in posizione forte sull’Europa, ma le minori vendite di gas dilatano i tempi di ripianamento dell’investimento fatto per South Stream (467 miliardi di Rubli, circa 14 miliardi di dollari).

    L’attivismo di Bruxelles ha messo in allarme Mosca, che vuole concretizzare quanto prima le proprie alternative strategiche. Soprattutto ora che Gazprom soffrirebbe di un incremento dei costi di trasporto, tra il 22 e il 24% in più negli ultimi 2 anni, imputato in parte ad un nuovo set di normative europee “ad hoc” (sono voci difficilmente verificabili, ma  plausibili). Per contro, per continuare a competere, Gazprom deve tenere i costi bassi. I massicci investimenti operati sia ad est che ad ovest mettono il bilancio di Gazprom a dura prova, accrescendo il rischio che, nonostante le corpose sovvenzioni statali, il gruppo accusi uno scoperto prima di poter rientrare dei capitali spesi.

    Niente di disastroso, ancora, ma sufficiente ad allarmare quella classe politico-industriale russa che ha fatto del dominio del mercato energetico un cavallo di battaglia della politica estera di Mosca.

     

    AAA INVESTITORI CERCASI – Fino a non troppo tempo fa la Russia era coinvolta nei mercati asiatici quasi per inerzia, trascinata dalla sua appartenenza geografica più che dalla visione politica. Non è più così, come dimostra l’ultimo vertice APEC e la massiccia quantità di investimenti nell’area di Vladivostok. Negli ultimi 5-6 anni la Cina è diventata il primo partner commerciale russo, con un fatturato medio di circa 90 miliardi di dollari annui, destinati a diventare 200 nel giro di un decennio. Il commercio col Giappone è pressochè raddoppiato per volume di affari, quello con la Corea del Sud triplicato.

    Foto di gruppo del vertice APEC 2012.
    Foto di gruppo del vertice APEC 2012.

    Se a ciò aggiungiamo il valore geopolitico assunto dagli accordi sul gas di Sakhalin, si capisce bene perchè la Russia abbia voluto usare il vertice APEC di settembre come “booster” per ritagliarsi un ruolo prominente nella regione. Insomma, Mosca fa il suo ingresso nel gioco asiatico in grande stile e portando una piccola rivoluzione. In effetti Putin ha un pò sconvolto e a tratti monopolizzato l’incontro APEC, utilizzando la città di Vladivostok come un enorme cartellone pubblicitario per il nuovo progetto politico. Se Pechino, Tokyo e Seul hanno sete di energia, Mosca ha molta fame di investimenti. Per motivi vari, l’economia russa non è ancora riuscita a creare un circolo virtuoso che trasformi il denaro che investe in ulteriori fondi da reimpiegare, soprattutto da quando ha perso (e mai riconquistato) competitività nei settori ad alta innovazione tecnologica e nei servizi. Ecco quindi che Mosca è divenuta dipendente dai capitali esteri in entrata e perennemente a corto di fondi.

    E’ quello che sta succedendo anche a Vladivostok, dove le risorse cominciano a scarseggiare. A farla breve, il messaggio propugnato tramite APEC era grosso modo il seguente: “aiutateci a finire questo grandioso progetto e ce lo potremo godere tutti insieme”. Da qui gli accordi con Giappone, Sud Corea e, un pò a sorpresa, Australia, che già fornisce le tecnologie necessarie alla costruzione del gasdotto Sakhalin–Khabarovsk–Vladivostok. Attendiamo quindi con molta curiosità il vertice 2013 in Indonesia (e quello del 2014 in Cina!) per vedere la risposta di Obama, grande assente a Vladivostok, al rinnovato protagonismo russo.

     

    PENSIERI IN GRANDE – Oltre a conquistare un ruolo in Asia, a Putin piacerebbe prendere due piccioni con una fava. L’apertura del nuovo gasdotto e gli snodi necessari a rifornire Pechino potrebbero dare occasione alla Russia di far finalmente arrivare corpose risorse energetiche in Siberia e in zone fino ad oggi isolate e marginali (vedi MAPPA). Lo sviluppo da est ad ovest sarebbe anche un ottimo espediente per ridurre l’influenza che i cinesi, tramite investimenti diretti e politiche mirate, hanno guadagnato al confine sud della Russia, prevenendo eventuali separatismi o difficili scelte di campo future. Questo secondo progetto, però, è davvero enorme e troppo ambizioso. La maggior parte degli analisti concorda nell’affermare che la Russia non abbia, e non avrà nel prossimo futuro, le risorse e le capacità necessarie per portarlo a termine.

     

    Marco Giulio Barone

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    Marco Giulio Baronehttps://ilcaffegeopolitico.net

    Marco Giulio Barone è analista politico-militare. Dopo la laurea in Scienze Internazionali conseguita all’Università di Torino, completa la formazione negli Stati Uniti presso l’Hudson Institute’s Centre for Political-Military analysis. A vario titolo, ha esperienze di studio e lavoro anche in Gran Bretagna, Belgio, Norvegia e Israele. Lavora attualmente come analista per conto di aziende estere e contribuisce alle riviste specializzate del gruppo editoriale tedesco Monch Publishing. Collabora con Il Caffè Geopolitico dal 2013, principalmente in qualità di analista e coordinatore editoriale.

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