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martedì 7 Dicembre 2021

La crisi in Etiopia, un rischio per l’intera Africa

In breve

  • Le forze del Fronte di Liberazione del Tigrai minacciano Addis Abeba e il Primo Ministro etiope Ahmed proclama lo stato d’emergenza.
  • Il conflitto nel Tigrai dura da un anno e ha causato una catastrofe umanitaria, con crimini di guerra commessi da entrambe le parti.
  • Il quadro adesso è di complessa lettura, ma la crisi in Etiopia è un pericolo per tutta l’Africa.

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In 3 SorsiLe truppe del Tigrai minacciano direttamente Addis Abeba e il Primo Ministro etiope Ahmed proclama lo stato d’emergenza. La prospettiva di una soluzione diplomatica è lontana nel breve periodo, ma la crisi in Etiopia è una catastrofe umanitaria e un rischio per la sicurezza dell’intera Africa.

1. STATO DI EMERGENZA IN ETIOPIA

Martedì 2 novembre il Primo Ministro dell’Etiopia, Abiy Ahmed, ha proclamato lo stato di emergenza nel Paese, sollecitando i cittadini a difendere Addis Abeba contro l’avanzata del Fronte di Liberazione del Tigrai (TPLF). Qualche giorno fa, infatti, le forze ribelli tigrine hanno conquistato Dessiè e Combolcià, due città strategiche sulla via tra Macallè (capoluogo del Tigrai) e la capitale etiope. L’avanzata del TPLF, che già controlla anche i principali collegamenti con Gibuti, ha travolto l’esercito federale e ha portato i combattenti tigrini a meno di 400 chilometri da Addis Abeba, ponendo il Governo di fronte al rischio del collasso. La misura dello stato di emergenza consentirà alle Autorità centrali una gestione più diretta della crisi e una maggiore discrezionalità in termini di misure d’eccezione, a cominciare dal richiamo alle armi dei cittadini e dalla sospensione di alcune garanzie costituzionali. Ahmed ha accompagnato l’annuncio della decisione con un accorato appello a difendere il Paese con ogni mezzo, anche a costo della vita. Sul lato militare l’Etiopia ha poi intensificato i bombardamenti su Macallè e su altri centri del Tigrai.

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Fig. 1 – Il Primo Ministro Abiy Ahmed commemora i caduti etiopi nel Tigrai, 3 novembre 2021

2. IL CONFLITTO NEL TIGRAI

Tra il Governo etiope e il TPLF è in corso da un anno un conflitto dalle catastrofiche conseguenze umanitarie. Il TPLF, che nel complesso federalismo etiope rappresenta dal 1975 i tigrini (il 6% dei circa 110 milioni di abitanti), è stato uno dei cardini del Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiope, l’eterogenea coalizione fondata nel 1988 che prima ha contrastato la dittatura di Menghistu Hailé Mariam, poi ha governato il Paese dal 1991 al 2019, quando il Primo Ministro Ahmed la sciolse nel tentativo di superare il sistema etnico sul quale si basa l’Etiopia. Le tensioni tra Addis Abeba e Macallè sono esplose nel 2020, con la scelta dei tigrini di confermare le elezioni regionali nonostante i divieti – politici e sanitari – del Governo centrale. I contrasti sono degenerati rapidamente in una guerra sanguinosa: i piani di Ahmed per un’operazione rapida si sono scontrati con l’accanita resistenza del TPLF, che dopo una serie di sconfitte iniziali ha arrestato l’avanzata delle truppe etiopi e ha lanciato un vasto contrattacco, capace di riconquistare quasi completamente il Tigrai. Il conflitto ha raggiunto gravi picchi di ferocia anche nei confronti dei civili con crimini di guerra da entrambe le parti, eccidi e stupri di massa, come documentato da numerosi osservatori internazionali e da un recente rapporto congiunto dell’Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani e della Commissione Etiope per i Diritti Umani. Il Governo di Addis Abeba, inoltre, ha imposto un embargo sul Tigrai – oltretutto in corrispondenza con la pandemia – e ha più volte interrotto i collegamenti infrastrutturali e le comunicazioni, impedendo sia la distribuzione dei beni di prima necessità – compresi gli aiuti internazionali, – sia la circolazione di informazioni utili per contrastare la Covid-19. A oggi gli sfollati interni potrebbero essere oltre 2,5 milioni, una cifra che va a impattare su un numero già rilevante di rifugiati ospitati nella regione e alla quale devono essere sommate migliaia di profughi che hanno cercato riparo in Sudan. Secondo l’ONU sono almeno 400mila le persone in pericolo di vita per l’assenza di cibo.
In estate, infine, il TPLF aveva annunciato l’alleanza con l’Esercito di Liberazione Oromo (ELO), espressione del maggiore gruppo etnico del Paese (il 35% della popolazione), un aspetto che rende particolarmente complesso il quadro etiope, sia per l’espansione degli scontri fuori dal Tigrai, sia perché l’accordo mina definitivamente la leadership di Ahmed, proprio di etnia oromo e rieletto a luglio 2021.

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Fig. 2 – Manifestazione in Germania contro la guerra nel Tigrai

3. PROSPETTIVE INCERTE

La crisi sta impensierendo la comunità internazionale, sia per i risvolti umanitari, sia perché l’Etiopia rappresenta un punto di riferimento per l’intera Africa – Addis Abeba, per esempio, ospita la sede dell’Unione Africana. Il Paese è uno dei principali motori politico-economici del Continente, nonché un partner ritenuto affidabile tanto dall’Occidente, quanto dalla Cina, capace di attrarre importanti investimenti anche italiani. Mentre l’Africa orientale è scossa dal nuovo golpe in Sudan e dalla cronica instabilità in Somalia, persino la sola eventualità della caduta di Addis Abeba e, di conseguenza, di una nuova ripartizione etnica potenzialmente conflittuale – Ahmed ha richiamato nel discorso sullo stato d’emergenza i casi di Libia e Siria – è un pericolo per la sicurezza dell’intera Africa. Ai richiami dei maggiori attori globali e alla richieste di permettere il transito degli aiuti nel Tigrai, con annesse minacce di sospensione della cooperazione, Ahmed aveva tuttavia risposto a settembre espellendo sette funzionari dell’ONU e denunciando le ingerenze internazionali. Allo stesso tempo comunque non è nemmeno facile prevedere gli sviluppi della vicenda, perché se da un lato il TPLF ha dichiarato di non essere intenzionato – ma disposto se necessario – a marciare su Addis Abeba, dall’altro lato è attualmente improbabile che si arrivi a una soluzione diplomatica, tanto più che le forze tigrine stanno riuscendo a comprimere militarmente le truppe etiopi attorno alla capitale, controllando diverse infrastrutture strategiche nel nord e contando sull’alleanza con le milizie oromo a sud. Nonostante la rielezione di pochi mesi fa Ahmed ha ormai azzerato il proprio credito in patria e all’estero: la scommessa del superamento della frammentazione etnica in Etiopia è persa, così come il progetto di chiudere la questione del Tigrai con una veloce iniziativa militare. Al Primo Ministro non resta quasi più nemmeno il prestigio del Nobel per la Pace del 2019: il riavvicinamento con l’Eritrea si è manifestato anche nell’intervento militare a fianco delle truppe etiopi e adesso Asmara teme che una vittoria del TPLF possa riportare il pericolo di un confronto militare.

Beniamino Franceschini

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Beniamino Franceschini
Beniamino Franceschini

Classe 1986, vivo sulla Costa degli Etruschi, in Toscana. Laureato in Studi Internazionali all’Università di Pisa, sono specializzato in geopolitica e marketing elettorale. Mi occupo come libero professionista di analisi politica (con focus sull’Africa subsahariana), formazione e consulenza aziendale. Sono vicepresidente del Caffè Geopolitico e coordinatore del desk Africa. Ho un gatto bianco e rosso chiamato Garibaldi.

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