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martedì 7 Dicembre 2021

Pechino e la nuova campagna contro le criptovalute

In breve

  • I regolatori cinesi hanno inasprito la normativa sulle valute digitali, ampliando notevolmente la portata dei servizi vietati e ribadendo che le criptovalute non hanno valore reale.
  • Mentre in precedenza le criptovalute erano osteggiate principalmente dalla People’s Bank of China, il nuovo divieto è supportato invece da 10 tra Uffici e Istituzioni governative.
  • Cercando di rimuovere l’industria crittografica, Pechino potrebbe aver inconsapevolmente aperto il vaso di Pandora, spingendo sempre più investitori verso canali di finanza decentralizzata.

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AnalisiMentre l’ascesa delle criptovalute continua inarrestabile, come dimostrato dal nuovo recente massimo storico raggiunto da Bitcoin ed Ethereum, la Cina ha deciso di reprimere tutte le attività collegate alle valute digitali, tranne il loro possesso, almeno per ora.

IL NUOVO (ULTIMO) DIVIETO

Dopo aver bandito l’estrazione di valuta virtuale (il mining) in primavera e aver di conseguenza azzerato l’attività mineraria nel Paese, lo scorso 24 settembre la People’s Bank of China (PBOC) ha dichiarato illegali tutte le transazioni crittografiche, vietando anche agli exchange esteri di fornire servizi ai residenti cinesi. La battaglia di Pechino contro Bitcoin e soci non è nuova. Iniziata nel lontano 2013, quando fu proibito alle Istituzioni finanziarie cinesi la negoziazione di valute digitali e, proseguita nel corso degli anni, sembrerebbe ora giunta al suo epilogo con il definitivo smantellamento del mercato delle criptovalute in Cina.
La nuova disposizione emanata dalla PBOC stabilisce che le valute paritarie non godono dello stesso status giuridico di quella legale, in quanto non emesse da un’autorità monetaria centrale (come la PBOC), e tutte le attività commerciali a loro collegate, servizi di intermediazione compresi, sono da considerarsi illegali. Diversamente dalle precedenti restrizioni, questa è molto più severa in caso di infrazioni: mentre prima il rischio si limitava alla chiusura forzata del digital wallet o a una multa, adesso si potrebbe essere penalmente perseguiti. In seguito al nuovo e più rigoroso divieto, le attività legate alle criptovalute sono crollate di oltre il 90%, dato che quasi tutti i principali fornitori e gestori sono usciti dal mercato cinese o hanno intenzione di farlo quanto prima.
Non è difficile immaginare la ragione dell’avversione di Pechino verso le criptovalute: sono anonime, ma allo stesso trasparenti e tracciabili, non sono emesse da alcuna Autorità centrale, e quindi sono (teoricamente) immuni da interferenze o manipolazioni statali. Pura antitesi del regime di controllo valutario della PBOC, della nuova agenda del Presidente Xi “Prosperità comune” e dell’apparato economico cinese stesso, che vede il Partito dominare incontrastato ogni settore. La minaccia di un sistema monetario alternativo non regolamentato, gestito con tecnologia blockchain, è un chiaro pericolo e una minaccia diretta, proprio perché fuori dal controllo dello Stato.
Le agenzie governative cinesi hanno inoltre ripetutamente sollevato preoccupazioni sul fatto che la speculazione legata alle criptovalute potrebbe sconvolgere l’ordine economico e finanziario del Paese, assoluta priorità per Pechino. La forte volatilità delle valute digitali gestite dai privati combinata con una dimensione “allarmante” del settore potrebbe minare il controllo del sistema finanziario e monetario da parte delle Autorità cinesi, nonché aumentare il rischio sistemico. Con questa nuova mossa il Governo intende bloccare le transazioni in criptomonete e ridirezionare il flusso di investimenti privati verso i canali tradizionali per “riacquisirne il controllo”.

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Fig. 1 – Rappresentazione di un Bitcoin fatto a pezzi, richiamo metaforico all’ultimo recente divieto della Cina

BIG TECH DOWN

Le criptovalute rappresentano una minaccia alla stabilità finanziaria dalla prospettiva di ogni Banca centrale, e tutte, sebbene non abbiano un concreto interesse per le valute paritarie, vogliono controllarle. Questo vale ancora di più per la PBOC e la Cina stessa. Sebbene le ragioni della repressione siano pubblicamente da attribuire ai potenziali rischi alla sicurezza finanziaria e alla stabilità sociale del Paese, evidente è come la preoccupazione principale sia il non poter esercitare alcun tipo di controllo su di esse.
Il divieto imposto non riguarda le valute digitali in sé, ma fa parte di una più ampia manovra di pulizia intrapresa dal Governo cinese, iniziata lo scorso anno, quando fu deciso di “dare una lezione” a Jack Ma, prima con una multa record per Alibaba e poi affossando l’IPO dell’allora Ant Financial (ora Ant Group). Da allora altri giganti della tecnologia come Tencent, ByteDance e DiDi hanno visto in modo simile Pechino intervenire direttamente nei loro affari, in quella che è stata definita la “repressione delle Big Tech”. Inaccettabile per il Partito è l’idea che questi conglomerati siano troppo grandi per fallire, quindi non soggetti al controllo statale e in quanto tali una vera e propria minaccia per l’egemonia di Pechino sull’economia.
Percezione simile è proprio quella associata alle criptovalute. L’impossibilità di controllarle e la vicinanza al mondo occidentale potrebbero indurre a pensare che la Cina sia un mercato libero e aperto a nuovi modelli di sviluppo. Concetti in assoluta contraddizione con l’ideologia del Partito, ai quali i cittadini non dovrebbero essere esposti.

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Fig. 2 – Visitatori in fila presso uno stand della Bank of Communications Co. alla China International Fair for Trade in Services (CIFTIS) di Pechino lo scorso settembre per acquistare un caffè con sconto dedicato a chi utilizza lo Yuan digitale.

NUOVI ORIZZONTI

I ripetuti divieti emessi da Pechino nel corso degli anni non sono riusciti ad arginare il fenomeno criptovalute, sempre più considerate una reale minaccia per l’imminente rilascio dello Yuan digitale (e-CNY). Malgrado l’assenza di conferme ufficiali, l’e-CNY potrebbe essere lanciato a livello nazionale prima delle Olimpiadi invernali di Pechino, previste nel febbraio 2022, come dimostrato dalla crescente pressione esercitata sulle società statunitensi (tipo Nike e McDonald’s) per accettare la nuova valuta elettronica.
A preoccupare la PBOC sono in particolare le stablecoin globali, ossia quelle criptomonete il cui valore è ancorato ad altri asset, come le valute sovrane, che rappresentano circa il 30% del volume delle transazioni in valuta digitale nel Paese. Il rischio concreto è che molti privati dirigano i propi investimenti in stablecoin legate al dollaro americano, aggirando il controllo statale e allo stesso tempo rafforzando la posizione del dollaro. Scenario comprensibilmente indesiderato, dato che lo e-CNY mira invece ad aumentare la centralità finanziaria dello Yuan a livello internazionale.
Il nuovo bando sembra però non aver colto di sorpresa gli investitori cinesi, che, già dal divieto del 2017, hanno iniziato gradualmente a spostarsi verso exchange decentralizzati. I protocolli DeFi (decentralized finance) sono applicazioni finanziarie basate su tecnologia blockchain che offrono servizi senza ricorrere a intermediari finanziari, ma ricorrendo a smart contract. Lo scorso anno il 49% degli scambi di criptovalute in Cina è avvenuto proprio su piattaforme DeFi, e la percentuale potrebbe essere cresciuta notevolmente negli ultimi mesi, data l’impennata delle attività registrata sugli exchange decentralizzati proprio in seguito alla nuova normativa. L’assenza di massicci flussi in uscita dalla Cina suggerisce infatti che i fondi siano ancora all’interno della regione, ma non più su scambi centralizzati. I protocolli DeFi non sono soggetti agli stessi obblighi di KYC (conosci il tuo cliente) degli exchange convenzionali più strettamente regolamentati. Pechino potrà dunque aver teoricamente vietato il loro utilizzo, ma di fatto la natura anonima della DeFi impedisce di monitorare le transazioni. Tuttavia gli utenti cinesi non possono convertire i propri guadagni su conti bancari cinesi, rendendo l’utilizzo di queste applicazioni ristretto a coloro che hanno accesso a conti esteri e scoraggiando il grande pubblico.
Nel prossimo futuro l’ecosistema DeFi potrebbe dunque rivelarsi una sfida impegnativa per il sistema normativo cinese. Non potendo controllare exchange decentralizzati con sede all’estero, sarà realisticamente possibile per il Partito impedire l’accesso al mercato interno? Forse non del tutto, ma con una mossa a sorpresa Pechino si prepara infatti a dare battaglia alle stablecoin private lanciandone una sua, ancorata allo Yuan digitale e completamente decentralizzata, ma limitata al trading globale. Come? Abbracciando proprio la tecnologia che al momento non può controllare, ma può imparare a conoscere: la DeFi.

Jacopo Genovese

Cryptocurrency Laws & Regulations in China” by CryptoWallet.com Images is licensed under CC BY

Jacopo Genovese
Jacopo Genovese

Romano, laureato in scienze economiche per poi scoprire di essere appassionato di geopolitica, che ora studio nel tempo libero. Durante il mio percorso accademico ho sviluppato un marcato interesse per il mercato asiatico studiando l’inesorabile ascesa delle Quattro Tigri Asiatiche e gli aspetti macroeconomici su cui è stato costruito il miracolo asiatico.

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