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lunedì 15 Agosto 2022

Associazione di Promozione Sociale | Rivista di politica internazionale

Voci dall’Iraq

In breve

  • La società civile irachena si riunisce intorno alla richiesta del superamento del sistema politico basato sulla frammentazione etnica e religiosa, e alla lotta alla corruzione, che pervade le élite al potere, al grido di “We are all one Iraq!”.
  • Le richieste di rinnovamento della classe politica al potere sono confluite nelle elezioni parlamentari del 10 ottobre 2021, quando le cittadine e i cittadini iracheni sono stati chiamati alle urne.
  • Per i vincitori, tuttavia, il cammino si configura come una lunga salita: al fine di potersi assicurare un blocco significativo in Parlamento è necessario procurarsi una rete di alleanze strategiche.

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In 3 sorsiDi fronte a un sistema politico diviso e corrotto la voce dei cittadini e delle cittadine irachene risuona tra le strade del Paese, a immaginare, a volere un cambiamento. Le elezioni parlamentari del 10 ottobre sono state l’avvio di un banco di prova: quale futuro si delinea, ora, per l’Iraq?

1. NO MUHASASA, NO POLITICAL SECTARIANSM

Le elezioni politiche irachene tenutesi lo scorso ottobre hanno registrato il più alto tasso di astensionismo dopo le politiche del 2005, con una partecipazione del 41%.
Tale risultato è il frutto di un diffuso sentimento di disillusione nei confronti di un sistema politico percepito come corrotto, illegittimo e incapace di far fronte ai bisogni fondamentali della popolazione.
No muhasasa, no political sectarianism”, è lo slogan cantato a gran voce durante le proteste scoppiate nel 2019, che richiedevano il superamento del sistema di governo basato su un settarismo religioso ed etnico. Con il termine “muhasasa”, infatti, si fa riferimento alla distribuzione delle cariche pubbliche e delle risorse statali su base etnica e religiosa, istituita a partire dalla caduta di Saddam Hussein nel 2003.
Tale sistema avrebbe dovuto garantire una rappresentazione governativa proporzionale ai gruppi demograficamente maggioritari in Iraq, quali gli arabi (75%) e i curdi (15-20%), di cui il 60% di religione sciita, il 35%, circa, sunnita, e una piccola percentuale (intorno al 5%) cristiana.
Nel tempo, tuttavia, le storture di tale sistema furono evidenti: ha prodotto istituzioni pubbliche paralizzate da interessi di parte, con un ridotto numero di individui arricchito e in grado di ampliare il proprio potere, mentre la più cospicua parte del Paese esperisce una fortissima privazione economica.
Pertanto nuove questioni, trascendenti le linee etniche e religiose, scuotono il Paese, intrecciandosi con il riconoscimento di un Iraq unitario: “Not Shia, not Sunni, not Christian. We’re all one Iraq”.

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Fig. 1 – Impiegati della Commissione elettorale irachena mentre si occupano del riconteggio dei voti durante le elezioni parlamentari del 10 ottobre

2. I RISULTATI DELLE ELEZIONI

Le richieste di rinnovamento della classe politica al potere sono confluite nelle elezioni parlamentari del 10 ottobre 2021, quando le cittadine e i cittadini iracheni sono stati chiamati alle urne. In accordo con i primi risultati delle votazioni è il leader religioso sciita Moqtada al-Sadr, con il suo Movimento Sadrista, che ha conquistato il maggior numero di seggi: 73 su 329 totali.
Il partito Taqaddum, dell’uscente Presidente del Parlamento Mohammed Halbousi, ha ottenuto 37 seggi, mentre sono 35 quelli conseguiti dal blocco Stato di diritto, capitanato dall’ex premier Nouri al Maliki.
La coalizione Fatah, formata dalle ali politiche di diverse fazioni sciite, tra cui l’Organizzazione Badr, storicamente legata a Teheran, e il gruppo paramilitare di Asaib Ahl al-Haq, che nel 2020 è stato indicato dagli Stati Uniti come un’organizzazione terroristica, è passata dai 48 seggi della precedente legislatura a 17.
Gli esponenti dei partiti sconfitti hanno denunciato l’illegittimità delle elezioni, sostenendone la natura fraudolenta, invocando un riconteggio completo dei voti, e invitando gli iracheni e le irachene a scendere in piazza per manifestare il proprio dissenso nei confronti dei risultati, appello cui sono susseguite numerose proteste nelle strade della capitale.
In questa cornice il Primo Ministro iracheno Mustafa al Kadhimi ha subito un attentato, quando, il 7 novembre, la sua dimora è stata colpita da un drone. L’azione, da cui al Kadhimi è uscito illeso, è stato definito dal Presidente iracheno Barham Salih “un attacco terroristico contro l’Iraq”, per il quale, al momento, non ci sono rivendicazioni.
Oltre a ciò queste elezioni hanno comportato l’entrata in Parlamento di 97 donne, e di nuovi gruppi politici, tra cui Imtidad, un partito scaturito dai volti della società civile, riunitesi nei movimenti di protesta del 2019, che ha ottenuto 9 seggi.

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Fig. 2- Membri dell’alleanza Fatah e delle Forze di Mobilitazione Popolare durante una protesta contro i risultati delle elezioni parlamentari. baghdad, 26 novembre 2021

3. IL FUTURO POST-ELETTORALE

Per i vincitori, tuttavia, il cammino si configura come una lunga salita: al fine di potersi assicurare un blocco significativo in Parlamento è necessario procurarsi una rete di alleanze strategiche, processo che, a fronte delle frammentazioni odierne, appare tutt’altro che facilmente realizzabile. Inoltre, nonostante abbiano perso un gran numero di seggi, i gruppi politici dell’alleanza Fatah possiedono ancora un ingente capitale sociale, economico e di potere, mediante il quale poter esercitare una forte influenza sulla formazione e l’esercizio del governo stesso.
Pertanto al-Sadr dovrà mostrarsi un abile negoziatore, trovando un equilibrio tra le esigenze dei molteplici partiti, e, allo stesso tempo, avendo cura di limitare lo scontro con la fazione sciita, che, come dimostrato dalle proteste scatenatesi dopo le elezioni, potrebbe portare allo scoppio di ulteriori violenze.
In questo quadro parrebbe che gli esponenti dei nuovi gruppi politici, a fronte della loro esigua presenza in Parlamento, difficilmente potranno incidere sui processi decisionali e resistere alle pressioni dei partiti dominanti. Nel migliore dei casi essi potranno opporsi ad alcune proposte e sostenere politiche alternative, mentre le scelte importanti saranno, nuovamente, oggetto di una trattativa politica tra i soliti partiti al potere.
Nonostante sia ancora presto per cimentarsi in pronostici, sembra che la scena politica non sia stata e non sarà stravolta dalle richieste di rinnovamento della società civile, e, considerando il tasso di astensionismo elettorale (intorno al 59%), una cospicua parte dei cittadini e delle cittadine irachene non ne aveva alcuna illusione.

Elena Rebecca Cerri

 

Immagine di copertina: “crescent moon” by Robert Couse-Baker is licensed under CC BY

Elena Rebecca Cerri
Elena Rebecca Cerri

Varesina di nascita, ma con il cuore che viaggia tra Milano, Parigi e Bologna.

Nella prima città ho conseguito la laurea triennale in Sociologia, nella seconda ho vissuto tra caffè letterari e incontri femministi, mentre la terza ospita i miei attuali studi in Antropologia Culturale ed Etnologia.

Sono appassionata di letteratura e di scrittura, pratica, quest’ultima, che cerco di sviluppare sia come esercizio psicoterapeutico sia come voce per i miei interessi di ricerca, che vanno dalla storia alle relazioni di genere, dalla politica interna allo studio di contesti e società dell’area MENA, per poi approdare all’antropologia medica.

 

 

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