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martedì 5 Luglio 2022

Associazione di Promozione Sociale | Rivista di politica internazionale

Asia centrale, trent’anni e un’eredità difficile da superare

In breve

  • All’alba dell’indipendenza la specializzazione economica ereditata dall’Unione Sovietica era la realtà economica dei Paesi dell’Asia Centrale.
  • I programmi di riforma del sistema economico sono stati iniziati in ritardo rispetto ad altri Paesi dell’ex URSS e hanno avuto poco successo.
  • Gli unici tentativi riusciti di integrazione economica sono le iniziative promosse da Paesi esterni alla regione.
  • Negli ultimi anni solo Uzbekistan e Kazakistan hanno tentato di superare l’eredità sovietica, ma questa resta comunque molto radicata nelle loro società, come dimostrato dai recenti eventi in Kazakistan.

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AnalisiL’economia dell’Asia Centrale era, è, e probabilmente sarà per molto tempo, influenzata dalla specializzazione del periodo sovietico, in cui le cinque Repubbliche fornivano al centro materie prime ed energia. In questi tre decenni neanche l’applicazione di riforme liberali (piegate agli interessi delle élites) e gli interventi esteri hanno potuto dare lo slancio per superare questa impostazione.

SPECIALIZZAZIONE E CORSA AL LIBERO MERCATO

L’attuale economia dei cinque Paesi postcomunisti dell’Asia Centrale risente ancora delle pesanti eredità del periodo sovietico. il ruolo della zona in quell’epoca era di fornitore di materie prime, in particolare di fonti energetiche. Il sistema economico era un sistema gestito “dall’alto” e alle diverse zone dell’URSS era assegnata una specializzazione: per l’Asia Centrale fornire materie prime, elaborarle e come ultima istanza utilizzarle. L’Asia Centrale si trovava alla base di questa catena del valore, essendo ricca di petrolio e gas (in Kazakistan e Turkmenistan), energia idroelettrica (Tagikistan, Kirghizistan e Uzbekistan), alluminio (Tagikistan), oro (Kirghizistan) e cotone. Divenne una specializzazione “eccessiva” per utilizzare lo stesso termine del prof. Anceschi e della prof.ssa Schwab dell’Università di Glasgow nello European Handbook of Central Asia Studies. In sostanza i cinque Paesi dell’Asia Centrale al momento dell’indipendenza non avevano il know-how per sviluppare altri settori e non sapevano uscire dalla gestione economica statale.  
I primi tentativi di introdurre un sistema liberale furono negli anni Novanta, sebbene in ritardo rispetto ad altri Paesi postsovietici. Il motivo fu l’iniziale volontà di non staccarsi dal rublo come valuta, mossa che fece partire le riforme solo a partire dal biennio 1994-95 in Kazakistan e Kirghizistan, mentre in Tagikistan il percorso fu intrapreso solo dopo il 1997 a guerra civile conclusa. Il Kirghizistan fu il Paese che ricevette più supporto estere alle proprie riforme. Uno degli obiettivi della classe dirigente era di creare un ambiente favorevole agli investimenti e diventare la “Svizzera della regione”. Sostenute anche da riforme democratiche, le riforme economiche per un breve periodo mirarono davvero a quell’obiettivo. In quel momento il Kirghizistan fu l’unico Paese che tentò di creare un ambiente adatto al proprio obiettivo economico.

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Fig. 1 – Un impianto idroelettrico a Rogun, nel Tagikistan meridionale

L’INTERVENTO ESTERO E L’IMPOSSIBILITÀ DI UN’INIZIATIVA SOLO REGIONALE

Secondo il prof. Cooley e il prof. Heathershaw, autori del libro Dictators without Borders, le riforme in senso liberale, soprattutto economiche, sono fallite in tutti e cinque i Paesi e hanno rinforzato l’autoritarismo tipico dei regimi locali. Il motivo è semplice: le élites hanno saputo scegliere tra gli strumenti del modello liberale quelli che più si addicevano a mantenere i propri interessi. Secondo questa interpretazione non c’è stato quindi alcun impegno per creare un sistema economico diverso da quello ereditato nel 1991. Non a caso, continuano i due accademici, fino al 2014 tutti i Paesi hanno saputo sfruttare la crescita dei prezzi delle materie prime di cui erano produttori ed esportatori. Le posizioni di Cooley e Heathershaw sono parzialmente condivise dalla prof.ssa Ozcan della London School of Economics, secondo la quale gli effetti negativi delle riforme liberali sono spiegabili più con l’ignoranza dei gruppi di potere locali in tema di riforme di libero mercato che con la strumentalizzazione delle stesse riforme.
Si può certamente affermare che il ruolo delle élites si è rispecchiato anche in un altro aspetto fondamentale: l’appartenenza dei singoli Stati a forum e organizzazioni economiche. Una delle opzioni che i singoli Stati avevano negli anni Novanta era l’appartenenza alla World Trade Organization (WTO) e infatti Kirghizistan, Kazakistan e Tagikistan decisero di entrare in essa, sebbene questi ultimi due solo tra il 2013 e il 2015. L’altra opzione era la creazione di una organizzazione regionale: i tentativi ci sono stati fin dal 1994 con la Central Asian Union (formata da Kazakistan e Uzbekistan, alla quale si è aggiunto poi il Kirghizistan), ma né questo né quelli che seguirono durarono (quando si parla di integrazione regionale tra gli Stati dell’Asia Centrale difficilmente il progetto funziona ed è probabile che il trend continui in futuro).
Le alternative sorte da quel decennio in poi sono l’Unione Economica Eurasiatica (EUEA), la Shanghai Cooperation Organization (SCO) e la Nuova Via della Seta nei suoi molteplici nomi. Quindi anche nello sviluppo economico le direzioni che la regione può prendere sono quella russa o quella cinese, come molti altri settori della vita politica dei cinque “Stans”. Ciò che si può dedurre dal fatto che si siano trovati a compiere una scelta del genere (in questo caso per quanto riguarda l’aspetto economico, ma è un discorso valido anche per altri campi) è che pur di non privarsi del proprio potere e del controllo all’interno dei confini nazionali le élites al Governo preferiscono agganciarsi a potenze esterne invece di rinunciare parzialmente alle loro prerogative in favore di una situazione che potrebbe avvantaggiare i propri vicini. L’EUEA ha attratto solo Kazakistan e Kirghizistan, mentre la Cina in questi ultimi anni è penetrata economicamente in tutti i Paesi. Tra EUEA e la BRI una delle differenze sta nel fatto che la seconda sia meno “formale” rispetto alla prima e alla lunga avrebbe garantito una esposizione politica minore. Inoltre le garanzie date dalla EUEA sono minori anche da un punto di vista economico (basti vedere la cautela con la quale l’Uzbekistan si sta avvicinando all’organizzazione) per molte ragioni: una fra tutte la grande disparità economica in termini di grandezza tra la Russia e gli altri membri (Armenia, Bielorussia, Kazakistan e Kirghizistan).

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Fig. 2 – I capi di Governo dei Paesi dell’Unione Economica Eurasiatica durante l’ultimo vertice dell’organizzazione nell’agosto 2021

LA DIVERSIFICAZIONE DI TASHKENT E NUR-SULTAN

Dal biennio 2014-2016 Uzbekistan e Kazakistan hanno diversificato la propria economia e sono stati gli unici Paesi della regione a farlo cercando di usare un percorso ampio e che includesse una modifica del paradigma dei primi anni di indipendenza. Nel caso di Nur-Sultan hanno avuto un ruolo importante nella scelta la crisi dell’economia russa del 2014 e la crescente pressione sulle fonti fossili per la riduzione della CO2, mentre nel caso di Tashkent l’evento fondamentale è stata la morte di Islam Karimov e la presidenza di Mirziyoyev. Karimov aveva creato uno Stato simile al Turkmenistan (dove l’economia si basa sul solo settore energetico e tutti i proventi sono intascati dall’élite politica). Dopo il 2016 Mirziyoyev ha aperto lo Stato e ha sviluppato nuovi settori (turismo,  high-tech, edilizia), ma ha anche dato impulso a settori già sviluppati come quello agricolo o settori più classici come quello energetico. Il tutto è stato accompagnato da riforme strutturali e dalla convertibilità del som, la valuta locale. Il caso del settore high-tech è significativo perché l’obiettivo principale è quello di fare del Paese un hub per lo sviluppo di star-up e aziende per tutta la regione.
A differenza delle riforme del vicino meridionale, in Kazakistan la scelta del Governo è stata investire in due settori: quello delle risorse rinnovabili e quello finanziario. Per superare la dipendenza da combustibili fossili lo scorso anno sono stati fissati dei nuovi obiettivi: tra questi la quota del 15% di energia proveniente da fonti rinnovabili del fabbisogno energetico entro il 2030.  L’apertura alla green economy (di cui si parla nel Paese almeno dal 2017) ha dato nuova linfa agli investimenti nel settore energetico: grazie ai finanziamenti provenienti da numerose banche per lo sviluppo (prima fra tutte la European Bank of Reconstruction and Development – ERBD) e alla collaborazione di aziende estere con aziende locali, nel Paese sono stati costruiti negli ultimi anni numerosi impianti di energie rinnovabili, soprattutto per quanto riguarda l’energia solare. L’apertura agli investimenti esteri ha permesso lo sviluppo di strutture finanziarie, prima fra tutte la Astana International Financial Center (AIFC), creato sul modello della City di Londra e che ha firmato due partnership con lo Shanghai Stock Exchange e il Nasdaq. Se la finanza e le rinnovabili dovevano essere i settori sui quale basare l’economia kazaka nei prossimi anni, la crisi di questi giorni mostra invece che il Kazakistan non può (e non sa) liberarsi nel breve periodo dalla impostazione economica ereditata dall’URSS. Quello che appare evidente è che in questi ultimi anni sia mancato un vero progetto di diversificazione economica. Il suo rivale meridionale in questo aspetto lo ha superato.

Cosimo Graziani

Photo by falco is licensed under CC BY-NC-SA

Cosimo Graziani
Cosimo Graziani

International Master in Eurasian Studies presso l’Università di Glasgow e l’Università di Tartu in Estonia. La mia area di interesse riguarda la politica estera dei paesi dell’Asia Centrale, per questo durante il mio master ho trascorso anche un semestre in Kazakistan. Tifoso bianconero, se non parlo di politica mi piace parlare di storia e leggere libri.

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