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domenica 25 Settembre 2022

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La guerra di Schroedinger

In breve

  • Rimane incertezza circa fino a dove voglia spingersi la Russia nei confronti dell’Ucraina.
  • Il Presidente Russo probabilmente voleva spaventare l’Occidente, ma di fronte alla mancanza di risultati ha continuato ad alzare la posta.
  • Senza soluzioni diplomatiche, Putin dovrà scegliere quale soluzione può garantirgli il risultato strategico sperato.

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Editoriale – Mark Galeotti, esperto di Russia, ha definito la situazione tra Ucraina e Russia la “Guerra di Schroedinger”: al tempo stesso imminente e impensabile. Ma fino a quando?

La crisi tra Ucraina e Russia continua ogni giorno con nuovi elementi di preoccupazione, e ogni giorno quella che molti considerano una guerra inevitabile rimane sospesa. Mark Galeotti, analista esperto di Russia e autore di un libro su Putin, ha definito l’attuale situazione come “la guerra di Schroedinger”: al tempo stesso imminente e impensabile. Se da un lato la definizione può far sorridere, in realtà evidenzia le principali contraddizioni della situazione attuale.
Difficile dire al momento quale sia l’intenzione del Presidente Russo. Quella che all’inizio era con tutta probabilità un tentativo di spaventare l’Occidente per ottenere facili concessioni si è invece trasformata in una lunga crisi quando quello stesso Occidente ha mostrato maggiore coesione di quanto precedentemente ipotizzato.

Putin molto probabilmente non voleva la guerra

Sperava che una minaccia di conflitto potesse spaventare Ucraina e NATO abbastanza da portarli a fare importanti concessioni. Invece la NATO pur spaventata, ha agito in maniera opposta, serrando i ranghi e, pur escludendo ogni intervento diretto in Ucraina, ha aumentato il dispositivo anti-Russo in Europa Orientale.

Gli USA continuano a paventare un’invasione russa… che però non avviene

USA stanno sbagliando tutto? In realtà no, i continui avvertimenti e la diffusione dei rapporti di intelligence (come spiegato dall’ex-funzionario CIA Douglas London, ripreso in italiano dal giornalista Guido Olimpio) servono sostanzialmente a comunicare alla Russia: non esiste modo per voi di invadere l’Ucraina senza che il mondo se ne accorga e reagisca. In questi termini, non è importante azzeccare il giorno… che forse nemmeno è stato già scelto e forse nemmeno lo sarà, ma mostrare alla Russia che non esiste invasione senza prezzo da pagare: una forma di deterrenza basata proprio su ciò che la Russia meno vuole affrontare. Al tempo stesso, è un’ammissione del fatto che finora non si è avuto altro risultato sul piano della deterrenza: forse la stessa strategia occidentale può aver portato la Russia a inviare sempre più forze proprio perché, inviandone meno o abbassando i toni, la minaccia sarebbe parsa meno credibile. Come avevamo già spiegato, non sempre la reazione di un attore viene letta dall’altro per come si sperava.

Putin ha perciò continuato ad alzare la posta

Lo ha fatto ammassando più truppe e, recentemente, autorizzando i miliziani filorussi a sparare contro le posizioni ucraine sperando – come notano molti analisti – che questi ultimi rispondano e forniscano così un casus belli alla Russia. Analogamente, si teme che dopo aver riconosciuto le repubbliche separatiste di Donetsk e Luhansk e inviato i suoi soldati, Putin decida di continuare a tenere alta la tensione. Come se ne esce? Qui serve capire un punto importante, che riprende quanto da noi detto più volte circa la “scala dell’escalation”. ll problema di questa scala è che i gradini che vanno verso l’alto (cioè verso la guerra) non sono infiniti. C’è solo un certo numero di azioni di escalation che si possono fare prima di dover arrivare alla guerra vera. Il che significa che c’è solo un certo numero di azioni che puoi fare per cercare di aumentare la paura dell’altro e costringerlo a cedere prima che sia troppo tardi. A un certo punto, se ancora non ce l’hai fatta, ti accorgi che davanti a te c’è un solo gradino, l’ultimo. Quello che fa scoppiare il conflitto. Attualmente Putin sembra proprio arrivato a questo gradino: ha schierato sostanzialmente già il massimo di forze militari, e ogni aggiunta comunque non cambia la valutazione occidentale – che già teme l’attacco. Ha già usato l’arma delle forniture di gas e le minacce di escalation futura. Anche volendo immaginare le provocazioni dei filorussi del Donbass come ultimo modo per spaventare l’Occidente, la realtà è che quest’ultimo non si è spaventato, o almeno non nel modo che sperava Putin. La situazione è ancora la stessa. In altre parole, è come se Putin stesse continuando a pestare sullo stesso gradino, il penultimo. Ora deve scegliere: rimanere sullo stesso gradino, salire o scendere?

È bene comprendere che ciò che lo guida è probabilmente sempre relativo alla possibilità di ottenere un risultato strategico (cioè ottenere qualcosa che cambi quegli equilibri europei che lo hanno spinto in prima battuta all’intera impresa). Ne derivano tre scenari:

  • Continuare così mantiene le tensioni alte, ma non sblocca comunque la situazione. Se rimane su questo gradino, è perché non vuole arrivare a un conflitto militare ma al tempo stesso non crede che abbassare la tensione possa ottenere qualcosa. In pratica si tratterebbe di sperare che l’Occidente ceda per primo e a un certo punto faccia concessioni. Le possibilità ci sono, ad esempio riprendendo in mano trattati sul controllo degli armamenti.
  • Può iniziare a scendere sul serio, per stemperare le tensioni e far partire un vero negoziato. Ma è una scelta che richiede molta fiducia da parte sua nel credere che l’Occidente si dimostri generoso, una fiducia che non ha al momento. Il rischio è che per lui sembri anche una perdita di faccia, quindi una sconfitta. Se accadrà, sarà perché sarà riuscito a farlo sembrare comunque una qualche forma di successo (ad esempio per aver di fatto annesso il Donbass, o meglio le repubbliche separatiste di Donetsk e Luhansk) o perché dietro le quinte ha ricevuto serie rassicurazioni.
  • Oppure può salire l’ultimo gradino, quello del conflitto. Ma di che tipo? Dipende sempre dal tipo di obiettivo che si aspetta di ottenere. Paradossalmente lo scenario più probabile di conflitto è proprio solo l’annessione formale del Donbass, dove ha già usato incidenti considerati creati ad arte come scusa per “proteggere i cittadini russofoni”: è la situazione che potrebbe portare a meno reazioni internazionali (difficilmente si arriverebbe a scontri militari e forse non tutti gli europei si unirebbero a sanzioni troppo pesanti) e comunque lasciare aperta la porta del negoziato in futuro. Ma, al tempo stesso, una volta annesso e occupato ufficialmente quel territorio, cosa cambierebbe negli equilibri europei? Quale risultato strategico sarebbe stato conseguito? Sarebbe comunque la costruzione di un nuovo equilibrio instabile, in attesa della prossima crisi. O della continuazione di quella attuale.

La scelta è sua, ed è nella sua testa. E non è detto che la scelta sia quella per noi più razionale.

Lorenzo Nannetti

Immagine in evidenza: Battalion “Donbas” in Donetsk region, Ukraine, 9 August 2014. Foto by Ліонкінг, con licenza creative commons Attribution-Share Alike 4.0 International

Lorenzo Nannetti
Lorenzo Nannetti

Nato a Bologna nel 1979, appassionato di storia militare e wargames fin da bambino, scrivo di Medio Oriente, Migrazioni, NATO, Affari Militari e Sicurezza Energetica per il Caffè Geopolitico, dove sono Senior Analyst e Responsabile Scientifico, cercando di spiegare che non si tratta solo di giocare con i soldatini. E dire che mi interesso pure di risoluzione dei conflitti… Per questo ho collaborato per oltre 6 anni con Wikistrat, network di analisti internazionali impegnato a svolgere simulazioni di geopolitica e relazioni internazionali per governi esteri, nella speranza prima o poi imparino a gestire meglio quello che succede nel mondo. Ora lo faccio anche col Caffè dove, oltre ai miei articoli, curo attività di formazione, conferenze e workshop su questi stessi temi.

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