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martedì 29 Novembre 2022

Associazione di Promozione Sociale | Rivista di politica internazionale

Il Paese sospeso: la Bielorussia tra “battaglie del grano” e venti di guerra

In breve

  • La presenza dell’esercito russo, alla fine del febbraio scorso, nel territorio controllato da Minsk ha creato preoccupazione fra la popolazione bielorussa. La maggior parte delle persone tace a riguardo, ma qualcuno ne parla apertamente, senza paura.
  • Lukashenko punta sull’indipendenza economica del Paese come unica via per mantenere quella politica. Nell’agosto scorso c’è stata una vera e propria “battaglia del grano”, degna di quella mussoliniana.
  • Continuano i processi nei confronti di coloro che hanno manifestato contro il regime nel 2020. Chi è rimasto in libertà ma si è schierato contro Lukashenko e la nomenclatura al Governo, paga caramente le proprie scelte.

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AnalisiLa Bielorussia è di nuovo al centro dell’interesse per un suo possibile coinvolgimento diretto nella guerra in Ucraina. Un reportage da Grodno ci racconta l’atmosfera surreale nel Paese e le sue tante contraddizioni politiche e sociali.

ALLA FRONTIERA

Bobrowniki è un villaggio polacco al confine con la Bielorussia. La frontiera è a poche centinaia di metri dalle ultime case del centro abitato e una colonna infinita di camion aspetta il proprio turno alla dogana. Le automobili, invece, arrivano in fretta e senza problemi agli edifici della polizia di frontiera ma lì rimangono per ore, nonostante i veicoli in attesa non siano molti. Al confine fra Bielorussia e Polonia, infatti, si respira un’aria pesante, da guerra imminente.La verifica dei passaporti e dei bagagli è minuziosa e inspiegabilmente lunga. I soldati polacchi camminano nervosi con i fucili a tracolla fra le garitte adibite al controllo dei documenti e gli edifici della dogana. Le motociclette della polizia di frontiera pattugliano le strade e i sentieri adiacenti alla linea di confine. Grappoli di telecamere occhiute ornano i tralicci dei riflettori come fossero la corolla di un fiore. I polacchi trattano in maniera rude i bielorussi, sia in entrata sia in uscita. Superati i controlli, si arriva al fiume Svislač, che demarca anche il limes fra i due Paesi. Il piccolo ponte è chiuso ai lati da gabbie di ferro e si ha l’impressione di essere galline in un pollaio; un soldato alza la sbarra e fa passare le automobili. Al di là, un piccolo dutyfree e poi la dogana bielorussa. I soldati bielorussi sono più rilassati e gentili di quelli polacchi ma chiunque voglia entrare nel territorio controllato da Minsk, deve svuotare completamente l’automobile e sottoporre i bagagli al controllo ai raggi X, come negli aeroporti. Il punto di passaggio di Bobrowniki-Berestovica è l’unico aperto in questo momento per chi venga dalla città polacca di Białystok (in cui abita anche una forte componente bielorussa) e che voglia raggiungere Brest o Grodno, e da lì eventualmente Minsk. La Polonia, dopo la crisi dei migranti, ha chiuso al traffico il punto di passaggio di Kuznica, vicino alla città di Grodno. Sull’autobus per Grodno viaggiano una ventina di persone e, al controllo bagagli, chiacchierano fra loro. “Il nostro Presidente Lukashenko ha aperto le frontiere ai turisti europei”, dice S., che vive da anni in Polonia ma torna spesso nella terra natale. Da qualche mese, infatti, per soggiornare  nelle province di Grodno e di Brest non è più necessario il visto di ingresso, ma solo un certificato che attesti la presenza di parenti in queste zone o un voucher turistico. “I polacchi, invece, ci rendono la vita sempre più difficile. Per tornare a Białystok, dove abito e lavoro, a volte impiego 8 ore, e parliamo di un viaggio di 200 chilometri. Non capisco perché ce l’abbiano con noi”. “Forse perché siamo sempre alleati con i russi e nella Storia gli abbiamo per due volte cancellato lo Stato? O forse perché il nostro Presidente ama giocare con il fuoco ed è alleato di Putin?”, dice con fare ironico e un sorriso caustico V., bielorusso che vive da anni in Germania. Torna a Grodno dove è nato, con una valigia di cioccolata da regalare ai nipoti.

Fig. 1 – Grodno, via Sovietica | Foto: Christian Eccher

VERSO GRODNO

Appena passato il confine, la Bielorussia si presenta con i suoi villaggi dalle strade pulite e ordinate, i campi di cereali inframmezzati da boschi di abeti e le cicogne appollaiate sui pali della luce. I capannoni della periferia industriale annunciano Grodno, una città di frontiera abitata anche da una forte componente polacca. “Il nostro Presidente non ha permesso privatizzazioni selvagge come è avvenuto in Polonia – asserisce S. mentre guarda dal finestrino i primi palazzi di Grodno – da noi in Bielorussia, tutti lavorano e hanno da mangiare!” S. non ha tutti i torti, Lukashenko ha mantenuto il controllo sulle aziende statali che sono ancora sane e produttive. L’8 agosto scorso,il Presidente ha salvato una ditta che stava per fallire e chiudere i battenti. Si tratta della fabbrica metallurgica di Miori, aperta da privati che non sono riusciti a far fruttare il proprio business. Lo Stato è corso subito ai ripari non con sovvenzioni o aiuti economici, ma con la statalizzazione dell’impresa e la riprogrammazione delle attività economiche. A S. ribatte subito V., con il suo sorriso ironico e pungente: “È vero, il nostro caro Presidente non ha venduto le aziende ai privati occidentali. In cambio, ha regalato l’intero Paese all’esercito russo, che a febbraio qui la faceva da padrone: i soldati venivano, andavano, mangiavano, bevevano e un bel giorno non li abbiamo visti più: han deciso di fare una scampagnata in Ucraina, ma a quanto pare lì non hanno trovato gente ospitale come da noi. Credevano di essere accolti a braccia aperte, invece sono tornati indietro con le pive nel sacco. Adesso non si vedono più, sono andati un po’ più a est, nel Donbass, ma la Bielorussia è casa loro. Possono tornare quando vogliono, grazie al nostro magnanimo Presidente!

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Fig. 2 – Il Presidente bielorusso Lukashenko durante un’intervista con Agence France-Presse nel luglio scorso

LA BATTAGLIA DEL GRANO

Sui media, tutti strettamente controllati dallo Stato, Lukashenko insiste sull’indipendenza economica della Bielorussia come unica via per mantenere la sovranità politica. Ogni giorno visita le aziende agricole, degusta la mozzarella e il parmigiano locali che non possono più essere importati dall’UE a causa delle sanzioni, sprona i lavoratori delle industrie metalmeccaniche e quelli del settore hi-tech perché aumentino la produttività. In diretta su tutte le radio e le televisioni, ammonisce i Ministri e i rappresentanti delle regioni a non cadere nel disfattismo e li invita a dimettersi nel caso in cui non si sentano all’altezza dei compiti che li aspettano. Si ha l’impressione che il Presidente abbia davvero paura che la Bielorussia diventi una provincia russa o che possa fare la fine dell’Ucraina nel caso in cui si opponesse al volere di Mosca. Per questo, forse, egli cerca in ogni modo di arrivare a produrre tutto ciò di cui la popolazione ha bisogno. Le sanzioni stanno gravemente danneggiando l’economia di Minsk, che aveva e ha come principale partner commerciale l’UE. Come ogni autocrate, Lukashenko mette al centro della rinascita economica l’indipendenza alimentare del Paese: mai come quest’anno, in Bielorussia si è svolta una battaglia del grano degna della propaganda fascista italiana degli anni ’30. I telegiornali hanno dedicato,per tutto il mese di agosto, una rubrica speciale della durata di 10 minuti ai successi degli agricoltori bielorussi: ogni giorno venivano contate le tonnellate di grano raccolte, le autorità hanno elargito premi ai contadini e ai trattoristi meritevoli, droni dodati di telecamere sorvolavano i campi trebbiati e i filmati così realizzati venivano accompagnati da marce musicali trionfali.

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Fig. 3 – Militari polacchi presidiano un pezzo del nuovo confine fortificato con la Bielorussia, giugno 2022. Varsavia ha deciso di militarizzare l’area dopo la crisi dei migranti dell’anno scorso, che il regime di Lukashenko è accusato di aver provocato

ALL’OMBRA DELLA CATTEDRALE DEI GESUITI

In una via del centro di Grodno, a pochi passi dalla cattedrale barocca intitolata a Francesco Saverio, Anna passeggia con il figlio diciottenne, studente di medicina. Anna è una signora sulla cinquantina, insegna matematica all’Università ma quest’anno ha poche ore di lezione: durante le proteste del 2020 si è chiaramente schierata con l’opposizione e, una volta che le rivolte sono state soffocate, ha dichiarato pubblicamente, in un’aula universitaria piena di studenti, che in Bielorussia “un solo uomo si è arrogato il diritto di rappresentare lo Stato”. Da quel momento, sul posto di lavoro sono cominciati i guai. Non l’hanno licenziata ma, con diverse scuse, le hanno diminuito le ore di lavoro e conseguentemente la paga, nonostante sia professore ordinario. Anna vive di lezioni private, dato che ciò che guadagna nell’ateneo in cui lavora non è sufficiente neanche per sopravvivere. Gli occhi azzurri, i capelli biondi raccolti sulla nuca, Anna dimostra meno anni di quelli che ha. Sconsolata, comincia a parlare della situazione politica e sociale nel proprio Paese: “Preferisco vivere di lezioni private piuttosto che dare il mio appoggio, seppur indiretto, a Lukashenko. A Grodno, anche quest’anno si è tenuto il tradizionale Festival delle Culture Nazionali. Un momento di festa e di allegria, proprio nel momento in cui si consuma una tragedia immane in Ucraina, tragedia di cui noi siamo complici. Che vergogna.” Il carcere di Grodno si trova nel centro della città, proprio a fianco della Cattedrale, frequentata soprattutto dai polacchi che qui vivono da sempre. Anna guarda le mura alte e bianche della prigione, sulla cui cima si dipana una corona di filo spinato, e continua il suo discorso: “Dietro queste mura, c’è ancora gente che aspetta il processo per la partecipazione alle proteste del 2020. Ogni giorno, solo a Grodno, vengono condannate almeno 3-4 persone, ree di aver osato opporsi al Padre Padrone. Con l’inasprirsi della situazione geopolitica, coloro che hanno protestato rischiano anche la pena di morte (che è ancora in vigore in Bielorussia, anche se non viene applicata, ndr). Tutto questo non sarebbe accaduto se la comunità internazionale avesse appoggiato le nostre manifestazioni nel 2020, invece di rimanere indifferente.” Anna è una delle poche persone che abbia il coraggio di parlare apertamente dell’Ucraina, che in Bielorussia è un vero e proprio tabù. Con molta ipocrisia, le televisioni ogni giorno informano sulla situazione nel Paese limitrofo e definiscono gli ucraini un “popolo fratello”, che va aiutato, non solo perché in guerra, ma anche perché ha sbagliato e creduto alle sirene della propaganda occidentale. A tal punto va aiutato che Lukashenko – nonostante abbia asserito che la guerra stia durando da troppo tempo – è pronto a fornire aiuto militare a Mosca.

Fig. 3 – La Cattedrale di Grodno | Foto: Christian Eccher

Il figlio di Anna, Gregori, è al primo anno del corso di medicina e non nasconde la sua preoccupazione per il futuro. Ha una borsa di studio, l’Università è gratuita, i professori molto preparati e severi al punto giusto. La Bielorussia non ha buttato al vento quel che di buono c’era nell’URSS, soprattutto per quel che riguarda l’istruzione e in particolare il settore delle materie scientifiche. “Ciò che mi preoccupa – dice Gregori – è il fatto che dovrò rimanere per molti anni in Bielorussia per ripagare il debito contratto con lo Stato. Nulla è gratuito qui, se accetti una borsa di studio statale ti impegni anche a rimanere in patria per un certo numero di anni dopo la laurea. Se te ne vai prima del previsto, scordati di tornare. Sei semplicemente un traditore e prima o poi la paghi… In più, le autorità si sentono in diritto di spedirti a lavorare dove serve, e ci devi andare, non hai scelta. Potete immaginare che voglia abbia di ritrovarmi in un paese sperduto dell’est del Paese. L’unico sistema per rimanere a Grodno è quello di sposarmi appena terminati gli studi”, dice Gregori, e poi aggiunge, apparentemente allegro, ma con una risata che gli si smorza improvvisamente in gola: “In ogni caso, la mia libertà se la prenderanno o una donna o lui, il Padre Padrone!”

Christian Eccher

Grodno 31” by Alexxx1979 is licensed under CC BY-SA

Christian Eccher
Christian Eccher

Sono nato a Basilea nel 1977. Mi sono laureato in Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, dove ho anche conseguito il dottorato di ricerca con una tesi sulla letteratura degli italiani dell’Istria e di Fiume, dal 1945 a oggi. Sono professore di Lingua e cultura italiana all’Università di Novi Sad, in Serbia, e nel tempo libero mi dedico al giornalismo. Mi occupo principalmente di geopoetica e i miei reportage sono raccolti nei libri “Vento di Terra – Miniature geopoetiche” ed “Esimdé”.

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