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La Serbia in chiaroscuro (I): i mostri del presente e quelli del passato

Caffè lungo Le due stragi avvenute in Serbia a inizio maggio hanno scatenato una grave crisi politica e rivelato le fratture profonde di un Paese che non riesce a fare i conti con il proprio passato. In una serie di articoli Christian Eccher prova ad analizzare le ragioni del malcontento dei serbi e le contraddizioni dell’attuale sistema di potere che ruota intorno al Presidente Vucic.

LE TRAGEDIE

La mattina del 3 maggio scorso un bambino di 13 anni è entrato nella scuola elementare che frequentava nel centro di Belgrado e ha ucciso 10 coetanei con la pistola del padre, regolarmente dichiarata in polizia. La sera stessa, in una località non lontana dalla capitale, un ragazzo di 21 anni, dopo una banale lite con gli amici, ha sparato all’impazzata con un kalashnikov e ha ammazzato 8 persone. Le due tragedie hanno sconvolto la popolazione serba che si è spontaneamente riunita in piazza già all’indomani dei due eccidi; le opposizioni hanno organizzato una grande manifestazione contro la violenza, che si è tenuta il 12 maggio e a cui hanno partecipato più di 50.000 persone. È stata la più grande manifestazione pubblica degli ultimi 10 anni in tutti i Balcani.

Fig. 1 – La grande manifestazione contro la violenza organizzata dall’opposizione serba dopo le stragi del 3 maggio / Foto: Christian Eccher

LE REAZIONI

Il Presidente Aleksandar Vučić, nonostante la carica che ricopre preveda che a occuparsi delle cause e delle conseguenze delle due tragedie sia il Governo, la sera del 3 maggio ha indetto una conferenza stampa e, in uno dei suoi ormai quasi quotidiani monologhi televisivi, ha proposto una serie di misure atte a fermare la spirale di violenza, misure che il Governo guidato da Ana Brnabić ha subito approvato. Senza entrare nel merito dei provvedimenti, molto astratti e populisti (si tratta infatti di una serie di intenzioni difficili da realizzare, come per esempio l’obbligo da parte dei cittadini di consegnare tutte le armi illegali), va segnalato che sia le due tragedie sia la reazione del Presidente costituiscono una sorta di cartina di tornasole che dimostra in maniera esemplare il modo in cui funziona lo Stato serbo e svela le ideologie a cui si ispira la classe dirigente.

Il Ministro dell’Istruzione, che ha dato le dimissioni, ha accusato della tragedia avvenuta nella scuola elementare i valori occidentali. Vučić, nella conferenza stampa, ha rimarcato questa tesi mettendo in evidenza come vedere l’immagine di un uomo che allatta un bambino sia un segno di decadenza e un esempio che può portare a conseguenze inaspettate, soprattutto se prendiamo in considerazione la labilità della mente dei giovani. Alla domanda del giornalista della televisione indipendente N1 sul “perché il lutto nazionale sia stato proclamato per venerdi 5 maggio e non già il giovedi successivo all’eccidio”, il Presidente ha risposto dapprima con 15 secondi di interminabile silenzio, poi con pesanti e ironiche offese al giornalista stesso e alla sua emittente, accusati di avere dei “fini nascosti“ volti a screditare la Serbia e l’intera classe dominante. In realtà, il giornalista di N1 aveva posto una domanda sensata: il lutto nazionale è stato infatti posticipato per permettere alla squadra di pallacanestro del Partizan di disputare indisturbata la propria partita: the show must go on, soprattutto se ci sono in gioco i miliardi degli sponsor.

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Fig. 2 – A Belgrado centinaia di persone depongono fiori, candele e peluche in memoria delle vittime della strage nella scuola elementare, 4 maggio 2023

FANTASMI DEL PASSATO E NEOLIBERISMO

Come osserva il sociologo Aleksej Kišijuhas, la responsabilità delle tragedie avvenute in Serbia è legata al numero di armi, illegali e non, in possesso delle famiglie serbe. È anche vero, però, che dagli anni Novanta del secolo scorso la società serba è in preda a continue convulsioni di violenza e intolleranza verbale e non solo, a cui le giovani generazioni sembrano ispirarsi (dall’inizio di maggio, ci sono stati anche numerosi casi di femminicidi). La retorica nazionalista dell’ex dittatore Slobodan Milošević è ancora presente a tutti i livelli del discorso pubblico. Nonostante la classe dirigente si sforzi di mascherare questa retorica soprattutto negli incontri internazionali e all’estero, a livello di cultura di massa nulla è cambiato rispetto ai tempi delle ultime guerre balcaniche. Lo stesso Vučić è il delfino politico di Vojslav Šešelj, criminale di guerra, condannato dal tribunale dell’Aja, membro del Parlamento nazionale e commentatore politico nella televisione Happy. La più famosa cantante pop, la diva musicale ospite di tutti i i programmi tv, Ceca Raznatović, è la vedova di Željko Raznatović detto Arkan, capo della famigerata milizia paramilitare “Le tigri di Arkan”, reo di rapimenti, omicidi e violenze di vario genere in Bosnia e in Croazia agli inizi degli anni ’90, giustiziato nel 1994 da un clan nemico a seguito di un regolamento di conti. I biglietti dei concerti di Baja Mali Knindža, autore di musica turbofolk (genere che unisce melodie di origine turca a ritmi rock e pop)molto popolare negli anni ’90, vanno ancora a ruba, nonostante le canzoni inneggino all’odio verso i musulmani e all’amore per le pistole, il sesso e la droga (“Non ti amo / Alija / perché sei musulmano / mi hai rovinato il sonno /  possa trascinarti via la Drina / 100 mujahedin ogni giorno”, recita il ritornello della più famosa canzone di Baja Mali). Alle ideologie nazionaliste retaggio degli anni Novanta, si sommano i valori tipici del neoliberismo, che il Paese ha accolto a braccia aperte alla fine delle ultime guerre balcaniche: concorrenza, disprezzo per i più deboli, arricchimento a ogni costo. I giovani in Serbia vivono in una sorta di bolla schizofrenica, in cui la difesa e l’esaltazione della superiorità nazionale si incontrano e si fondono con la ricerca del benessere e del successo a livello sociale. Vučić, il signore assoluto del Paese, è riuscito a far convivere questi opposti grazie al controllo totale della cosa pubblica.

Christian Eccher

Il secondo articolo della serie è disponibile qui.

Serbia Grunge Flag” by Grunge Love is licensed under CC BY

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Perchè è importante

  • Dopo gli eccidi avvenuti in Serbia agli inizi di maggio, più di 50.000 persone sono scese in piazza per protestare contro la politica del Governo e del Presidente Vučić.
  • La reazione di Vučić nei confronti dei manifestanti e dei giornalisti di opposizione è stata sprezzante e a sua volta violenta.
  • In Serbia, i fantasmi del passato nazionalista e delle guerre degli anni Novanta si sommano ai traumi portati dal neoliberismo.

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Christian Eccher
Christian Eccher

Sono nato a Basilea nel 1977. Mi sono laureato in Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, dove ho anche conseguito il dottorato di ricerca con una tesi sulla letteratura degli italiani dell’Istria e di Fiume, dal 1945 a oggi. Sono professore di Lingua e cultura italiana all’Università di Novi Sad, in Serbia, e nel tempo libero mi dedico al giornalismo. Mi occupo principalmente di geopoetica e i miei reportage sono raccolti nei libri “Vento di Terra – Miniature geopoetiche” ed “Esimdé”.

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