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Far terminare la guerra in Ucraina

Analisi – Anche in Ucraina ogni operazione militare viene pensata e pianificata in ottica di come arrivare a far terminare la guerra, ovviamente a proprio vantaggio. Ma non sempre l’aspettativa corrisponde a realtà.

Il concetto di “war termination”

La guerra tra Ucraina e Russia continua, in una fase nella quale entrambe sono all’attacco in alcune zone e in difesa in altre (con l’Ucraina che tiene maggiormente l’iniziativa sul campo) e l’opinione pubblica internazionale si chiede quando finirà il conflitto. Per capirlo è necessario in primo luogo comprendere come le operazioni militari non siano in effetti mai slegate dai piani dei contendenti per giungere a quella che si definisce “war termination” (letteralmente “far terminare la guerra”).

Tale espressione non va vista nel senso di dire “ora basta”, ma di “come le due parti provano a far finire la guerra? Cosa significa per loro far finire la guerra? Come intendono/provano a far finire la guerra?

Questo aspetto è fondamentale da valutare in sede di analisi di conflitti e in particolare analisi del decision-making durante crisi e conflitti. Schematicamente:

  • La guerra si inizia perché si ritiene che, per raggiungere un certo obiettivo, essa sia un’alternativa migliore a tutte le altre (negoziati, status quo ecc…). Tale valutazione può essere ovviamente errata o discutibile (vedi la Russia).
  • L’obiettivo da raggiungere generalmente è politico, non militare, e di solito coinvolge un’alterazione significativa degli equilibri internazionali a proprio favore (“risultato/obiettivo strategico”). In altre parole si combatte per ottenere un risultato finale (end state) che sia adeguato a ciò che ci interessa ottenere politicamente. Almeno in teoria dunque ogni azione militare viene pianificata perché possa consentire di raggiungere quel risultato finale. Anche l’offensiva ucraina attuale (e anche quelle russe, per quanto riguarda loro).
  • Un’azione militare che non fa parte di una “via alla vittoria” nella guerra – cioè all’ottenimento di quel risultato politico/strategico – rischia di mancare di scopo. E sul lungo periodo generalmente conduce al disastro.
  • Una vittoria militare sul campo che non pernetta di ottenere un risultato politico adeguato non costituisce “vincere la guerra”. E in definitiva, una vittoria militare sul campo non necessariamente porta alla fine della guerra se l’altra parte può continuare a impedire il risultato desiderato.
  • Il risultato militare deve quindi consentire di arrivare a un risultato politico. Per una delle due parti, generalmente questo richiede come far sì che i propri risultati positivi possano far accettare all’avversario un end state a lui sfavorevole. Altrimenti la guerra andrà avanti.

Per fare un esempio, dopo il ritiro dall’Afghanistan un alto ufficiale italiano in un incontro pubblico ha affermato “ricordiamo però che noi non abbiamo mai perso sul campo”. Analoga testimonianza è stata riportata anche nel libro di Gastone Breccia “Missione Fallita”. Dal punto di vista tecnico, la valutazione dell’ufficiale era corretta… ma vincere sul campo i singoli scontri non ha poi consentito di portare i Talebani a smettere di combattere e accettare una stabilizzazione del Paese come l’Occidente intendeva. Il risultato militare non ha cioè creato alcun risultato politico (che dipendeva peraltro da altri fattori). Esistono molti altri esempi storici.

  • Come già avevamo spiegato, ci si siede al tavolo del negoziato se crediamo sia meglio di continuare a combattere. Ad esempio se crediamo di non poter ottenere altro e/o rischiamo di perdere ciò che abbiamo, oppure se altri fattori (anche non militari) ci fanno credere che la guerra combattuta non sia più l’alternativa migliore che abbiamo.
  • Analogamente anche per i semplici cessate il fuoco: non sono una cosa “neutrale” e anzi portano con sé molte valutazioni su chi favoriscano. Da qui il fatto che anche il semplice accettare un cessate il fuoco richieda da parte dei contendenti l’idea che accettarlo sia meglio di non farlo. E non è scontato.
  • Ogni azione militare quindi deve almeno contribuire a modificare la valutazione dell’avversario su cosa sia o non sia accettabile e, in definitiva, su quale sia l’alternativa peggiore. Trattare deve diventare dunque “meno peggio” di continuare a combattere.

Quindi, mentre si continua a combattere, la domanda da porsi è: come i due avversari pensano di trasformare quanto avviene sul campo in risultato politico per far finire la guerra? Come pensano di convincere l’altro a sedersi al tavolo del negoziato?

Definire la vittoria

Il primo passaggio è definire cosa sia “vittoria”, cioè quale sia il risultato politico-strategico che vogliono raggiungere. Dopo un anno e mezzo di guerra, almeno questo è definibile con un accettabile grado di certezza, pur semplificando:

  • Per l’Ucraina coinvolge recuperare il territorio perduto dal 24 febbraio 2022 almeno o quanto più di questo territorio sia possibile. Idealmente, nel migliore dei casi, coinvolge anche recuperare il territorio perso dal 2014. Tuttavia questo deve essere combinato con la messa in sicurezza del Paese da possibili aggressioni russe future.
  • Per la Russia è impedire che l’Ucraina si allontani definitivamente dalla propria orbita. Può avvenire inglobandola direttamente (conquista e annessione) o tramite installazione di un governo amico e controllato (stile Bielorussia). Può avvenire in questo conflitto o in uno successivo, ma uno stop della guerra che impedisca di raggiungere l’obiettivo in futuro (a causa di garanzie occidentali all’Ucraina) non è accettabile.
  • Volendo aggiungere noi occidentali e i nostri obiettivi, possiamo riassumerlo in due concetti fondamentali: deve finire il prima possibile E non deve succedere più qui o altrove. Entrambi questi insieme, non separatamente. E questo, così semplice, in realtà implica molte cose: da un lato ci auguriamo la guerra non duri troppo, ma dall’altro la Russia non deve più poterci riprovare in futuro (e questo implica proteggere l’Ucraina da ulteriori attacchi in futuro una volta terminato questo conflitto). E senza scatenare un conflitto più grande nel mentre.

La strada per la vittoria

Il secondo passaggio riguarda il come l’attuale azione militare da parte dei vari contendenti possa portare a questi obiettivi:

  • Ucraina: nemmeno i vertici ucraini pensano a un’invasione della Russia, pertanto tale opzione (a volte paventata dalla stessa propaganda russa) non è realistica. L’Ucraina piuttosto, sapendo che recuperare tutto il territorio perso è altamente improbabile, punta a sfondare le linee russe e portare la Crimea e gran parte della zona costiera tra Crimea e vecchio confine entro il raggio stabile delle proprie artiglierie (in primis lanciarazzi, ma in prospettiva non solo). Questo renderebbe impossibile per la Russia tenere la penisola e le aree costiere e, nel pensiero ucraino, li porterebbe a negoziare.

Non è detto che l’Ucraina recuperi la Crimea – potrebbe anche cederla in sede di negoziato – ma metterla a rischio dovrebbe idealmente portare i leader di Mosca a negoziare per – appunto – garantirne il possesso via trattato e non rischiare di perderla con il proseguire dei combattimenti (è difficile da tenere e rifornire se rimane sotto tiro, ma non è necessario entrarci). Ovviamente qualunque risultato sul campo che sia migliore di questo viene visto come ulteriormente capace di raggiungere lo scopo.

  • Russia: la loro speranza è che l’Occidente si stanchi e abbandoni l’Ucraina al loro servizio. Magari anche perché negli USA le prossime elezioni saranno vinte da un Repubblicano populista e segretamente filorusso (Trump, ma forse anche De Santis) e/o in Europa i filorussi spacchino la coalizione. Recentemente anche l’Economist ha descritto l’esistenza in Europa di persone e gruppi che, per convenienza o per ideologia (o per entrambe le cose) di fatto aiutano Putin.

Il punto debole è che è semplicemente attendista e si basa sull’idea che la Russia possa sopportare questo livello di conflitto (e perdite) indefinitamente. Ma è così? È una delle domande sottostanti.

  • Occidente: forniamo armi, equipaggiamenti e addestramento agli Ucraini, e prepariamo il terreno per future garanzie all’Ucraina appena i combattimenti finiranno. Ma finora abbiamo evitato alcuni asset e armi (sul perché, solo ipotesi sull’evitare escalation eccessive).

Speranze contro realtà

A questa analisi manca però ora un punto. Come per la scelta di negoziati e cessate il fuoco, nulla è automatico perché la reazione dell’altra parte non è detto sia quella che speri. Se trattare deve diventare “meno peggio” di continuare a combattere, questa valutazione è intrinsecamente qualcosa di altamente soggettivo.

I russi cederanno se la Crimea fosse sotto “fire control” ucraino? Un contatto russo, a una mia domanda su come veda il futuro, mi ha detto “country can’t afford to lose the war and surrender”. Ovviamente, raschiando via la propaganda, significa “il regime non può permettersi di perdere la guerra e arrendersi”. E probabilmente implica “una parte del regime”, quella attualmente legata a Putin. La Russia potrebbe decidere comunque di resistere fino alle elezioni USA, sperando che, prima o poi, per loro qualcosa migliori.

– Il problema però è anche russo. Che succede se l’Occidente (che inizia a vedere qualche risultato e fessure nella coesione russa) non abbandona l’Ucraina? Che succede se il prossimo presidente USA, di qualunque partito, continuasse come ora? Prima o poi una parte dell’establishment, o delle forze armate che attualmente stanno subendo purghe, potrebbe decidere che trovare un accordo è meglio di continuare così.

In quanto all’Occidente, è condizionato da quanto sopra. Si possono fare pressioni sulla Russia, ma essa può comunque non cedere. Un Occidente diviso potrebbe finire per ridurre l’aiuto all’Ucraina, ma essa continuerebbe a combattere. Possono essere fornite garanzie sul futuro post-guerra, ma proprio per questo la Russia potrebbe decidere di non cedere perché sa che non potrebbe mai esserci un secondo round.

Non è quindi possibile definire a priori quando terminerà la guerra. Essa potrebbe durare ancora molto a lungo, soprattutto se i risultati sul campo non porteranno a un risultato politico. Al tempo stesso, i combattimenti odierni vanno visti in questa ottica: avranno successo se porteranno l’avversario ad accettare quanto desiderato, almeno in parte significativa. Monitorare il conflitto significa anche osservare come le dinamiche che reggono queste valutazioni evolveranno nel tempo.

Lorenzo Nannetti

Foto di copertina: “Anti-terrorist operation in eastern Ukraine (War Ukraine)” by Ministry of Defense of Ukraine is licensed under CC BY-SA 2.0

Fonti:

“Why the war in Ukraine may be a long one”, International Crisis Group, 7 luglio 2023

https://www.crisisgroup.org/…/why-war-ukraine-may-be…

A.H.Cordesman, “How? (and Does?) the War in Ukraine End: The Need for a Grand Strategy”, CSIS, 24 Febbraio 2023

https://www.csis.org/…/how-and-does-war-ukraine-end…

L.Nannetti, “Quando ci sarà la pace in Ucraina?”, Il Caffè Geopolitico, 14 aprile 2022

https://ilcaffegeopolitico.net/…/quando-ci-sara-la-pace…

L.Nannetti, “Perché in Ucraina non si raggiunge nemmeno un cessate il fuoco?”, Il Caffè Geopolitico, 10 maggio 2022

https://ilcaffegeopolitico.net/…/perche-in-ucraina-non…

Il libro di Gastone Breccia che citavo:

G.Breccia, “Missione fallita. La sconfitta dell’Occidente in Afghanistan”, ed.Il Mulino (2020)

L’articolo dell’Economist:

“Vladimir Putin’s Useful Idiots”, The Economist, 3 luglio 2023

https://www.economist.com/…/vladimir-putins-useful-idiots

Dove si trova

Perchè è importante

  • Il concetto di “war termination” è fondamentale per capire come i contendenti puntano a far terminare la guerra
  • Le operazioni militari servono sempre ad ottenere un risultato strategico che è sempre politico.
  • Le operazioni militari sono sempre inserite in un piano più grande volto a consentire il raggiungimento di tale risultato.

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Lorenzo Nannetti
Lorenzo Nannetti

Nato a Bologna nel 1979, appassionato di storia militare e wargames fin da bambino, scrivo di Medio Oriente, Migrazioni, NATO, Affari Militari e Sicurezza Energetica per il Caffè Geopolitico, dove sono Senior Analyst e Responsabile Scientifico, cercando di spiegare che non si tratta solo di giocare con i soldatini. E dire che mi interesso pure di risoluzione dei conflitti… Per questo ho collaborato per oltre 6 anni con Wikistrat, network di analisti internazionali impegnato a svolgere simulazioni di geopolitica e relazioni internazionali per governi esteri, nella speranza prima o poi imparino a gestire meglio quello che succede nel mondo. Ora lo faccio anche col Caffè dove, oltre ai miei articoli, curo attività di formazione, conferenze e workshop su questi stessi temi.

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