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L’economia dell’UE nell’anno delle elezioni

Analisi – Dal 6 al 9 giugno si terranno le elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo, che saranno tanto più importanti in quanto cadono durante un ciclo economico di difficile interpretazione.

IL RUOLO DELL’ECONOMIA NELLE ELEZIONI

Il 2024 politico dell’Europa sarà caratterizzato dalle elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo, che si terranno a giugno, e dalle conseguenze che deriveranno dalle possibili maggioranze che usciranno dalle urne, innanzitutto riguardo alle nomine dei vertici delle Istituzioni UE.
Le condizioni socio-economiche dei cittadini sono spesso determinanti nell’orientare il voto, da un duplice punto di vista: sia perché la posizione sociale ed economica di ciascuno può innescare una propensione consapevole o inconscia al voto di “soddisfazione” o di rabbia”, sia in quanto le prospettive circa l’andamento futuro dell’economia possono orientare il voto verso chi si ritiene più adeguato a gestirlo, questo futuro.
Nell’altro senso, i risultati delle elezioni politiche possono a loro volta essere determinanti per indirizzare le scelte economiche future in alcune direzioni piuttosto che in altre, con conseguenze sulle condizioni dell’intera società: cittadini, imprese, bilanci statali.
La combinazione di un ciclo economico di difficile interpretazione con l’elezione di un Parlamento che rappresenta circa 450 milioni di abitanti appartenenti a 27 Paesi è dunque un fatto di importanza cruciale.

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Fig. 1 – Paolo Gentiloni, Commissario europeo agli Affari Economici, è in scadenza di mandato

I DATI SULL’ECONOMIA EUROPEA

Come sta andando l’economia europea in questo inizio di anno? Non benissimo. Nonostante il timido ottimismo delle dichiarazioni istituzionali, gli ultimi dati disponibili non sono incoraggianti. Tanto le previsioni di fine 2023 della Commissione Europea quanto le proiezioni macroeconomiche del dicembre scorso della Banca Centrale Europea sono sì positive per quanto riguarda la discesa dell’inflazione, ma segnalano una perdurante incertezza sull’andamento economico generale. Nell’Eurozona l’ultimo trimestre dello scorso anno è stato caratterizzato da una crescita negativa (nel complesso, l’incremento del prodotto interno lordo nel 2023 è stato appena dello 0,6%) e il modesto recupero graduale previsto nei prossimi mesi, di uno o due decimali, non sarà sufficiente a invertire la tendenza (la previsione per il 2024 è dello 0,8%). La stretta monetaria applicata negli ultimi tempi dalla BCE, anche ammettendone l’efficacia quanto a raffreddamento dell’inflazione (cosa non dimostrata), ha avuto quasi certamente un impatto negativo sulla crescita e probabilmente continuerà ad avere effetti negativi, almeno sul breve periodo. A livello globale, invece, la stima di crescita è del 3%. Se guardiamo agli Stati Uniti, usuale spazio economico di comparazione per l’UE, dove la politica monetaria restrittiva imposta dalla Federal Reserve (Fed) è stata molto simile, i dati evidenziano un trend tutt’altro che negativo, con una domanda interna solida e un mercato del lavoro forte capaci di spingere la crescita. Perché politiche monetarie simili (aumenti dei tassi di interesse) determinano conseguenze diverse, cioè un impatto recessivo da questa parte dell’oceano e una crescita dall’altro lato dell’Atlantico? Le ragioni sono molteplici, naturalmente, ma due elementi distinguono in particolare l’economia statunitense da quella europea: l’agibilità politica a livello federale, nel senso di capacità del governo federale di lanciare politiche fiscali di stimolo all’economia (come l’Inflation Reduction Act) e l’assenza di rigidi vincoli normativi in materia di deficit e debito pubblico. Questi due fattori permettono a Washington (al di là della dialettica tra Presidenza e Congresso) di agire con pragmatismo in contrasto con i cicli economici negativi, laddove invece il livello di istituzionalizzazione (a volte eccessivo) dell’UE per il controllo delle dinamiche del debito ingabbia le potenzialità di crescita.

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Fig. 2 – Nel 2024 molto dipenderà anche dalle decisioni della BCE

CIÒ CHE MANCA ALL’UE

In generale, infatti, se l’obiettivo di riduzione degli squilibri di finanza pubblica all’interno degli Stati (come nel caso dell’Italia) e tra i vari Paesi membri dell’UE è condivisibile, è però evidente che tale obiettivo va contemperato e adeguato a seconda delle contingenze e delle possibili conseguenze negative, dipendenti dal ciclo economico e da eventi imprevisti. In questo momento, inoltre, anche a prescindere da shock esogeni, sempre imprevedibili (pandemia, guerra in Ucraina e in Medio Oriente insegnano), stiamo vivendo cambiamenti epocali che sollecitano risposte adeguate. Gli stessi obiettivi proclamati dall’UE negli ultimi anni e non ancora raggiunti, oltre che i nuovi emersi dalle crisi mondiali più recenti, richiedono politiche economiche adeguate: come perseguire la trasformazione verde e digitale? Come ridurre la povertà e migliorare le capacità di resilienza sociale? Come contrastare l’invecchiamento della popolazione? Come affrontare i rischi associati ai disastri naturali causati dai cambiamenti climatici? Come gestire gli effetti sul mondo del lavoro dell’impiego dell’intelligenza artificiale? Sfide (e scelte) politiche che sono anche, necessariamente, sfide (e scelte) economiche.
Negli ultimi giorni del 2023 il Consiglio europeo ha raggiunto al suo interno un accordo sulle modifiche da apportare al Patto di stabilità e crescita, che è ora in fase di discussione con il  Parlamento. Difficilmente saranno queste nuove regole finanziarie a cambiare le tendenze di fondo dell’economia europea nei prossimi anni. La loro effettiva funzionalità sarà da verificare, ma comunque si tratta di dettagli che non potranno incidere sul corso generale dell’economia: o meglio, potranno migliorare o peggiorare il percorso di aggiustamento fiscale del tale o talaltro Paese, dato che le novità consistono essenzialmente nell’introduzione di percorsi differenziati per raggiungere indicatori/obiettivi che rimangono ancora uguali per tutti e nell’esclusione di alcune voci di spesa dal calcolo dei deficit nazionali. Continua invece a mancare ogni impostazione di una effettiva politica fiscale comune, ossia l’unico strumento di politica economica che possa stimolare la crescita uniforme dell’UE.
Le regole finanziarie su deficit e debito, senza margini di autonomia decisionale politica a livello europeo e strumenti fiscali armonizzati, non sono sufficienti a supportare la crescita e la transizione per tutta l’Unione. Su questo le opinioni degli economisti sono pressoché concordi e non mancano spunti di riflessione da parte degli ambienti finanziari e della discussione pubblica più informata; il discorso pubblico quotidiano sui mass media più diffusi non rispecchia invece questa realtà. Inoltre, il discorso politico egemone attualmente è quello ispirato nei Paesi europei da partiti di destra e sovranisti, contrari a passi avanti verso un’Unione più stretta. Nell’anno delle elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo, sarebbe importante che i nodi legati all’economia, fondamentali per lo sviluppo futuro, fossero al contrario al centro dell’attenzione
Il periodo espansivo post-pandemico del 2021 e 2022 è stato causato non solo dalla ripresa di produzione e commercio, ma, soprattutto, dallo stimolo fiscale fornito dalla sospensione del Patto di stabilità e dalla politica fiscale comune perseguita tramite la mutualizzazione del debito (Next Generation EU). Questa spinta espansiva rischia ora di perdere lo slancio. La prospettiva economica europea appare piuttosto proiettata a essere una curva piatta nel 2024 (i dati menzionati all’inizio indicano stagnazione), con rischi di peggioramento che potrebbero addirittura aumentare (qui l’incertezza è davvero totale) in base al corso della guerra in Ucraina e alle possibili ulteriori escalation nel conflitto in Medio Oriente.
Durante la pandemia prima e poi subito dopo l’invasione russa dell’Ucraina sembrava che la “coscienza fiscale” europea si fosse risvegliata, che tutti fossero ormai consapevoli della necessità di limitare gli effetti di shock esogeni o asimmetrici. Sospensione del Patto di stabilità, embrionale politica economica comune lanciata con i Piani di ripresa e resilienza, sforzi coordinati di sostegno all’Ucraina, tutto andava nella direzione di una politica (anche) economica realmente comune. Ora tuttavia austerità ed equilibrio di bilancio stanno di nuovo tornando obiettivi da perseguire e imporre, indipendentemente da ogni circostanza. Non sembra prevedibile nel futuro imminente né un bilancio europeo aumentato e rafforzato con nuove risorse fiscali proprie, né ulteriore mutualizzazione del debito e relative politiche economiche comuni, anche se limitate a scopi straordinari o spese specifiche. Salvo che le prossime elezioni europee di giugno riservino sorprese clamorose, cosa che al momento appare molto improbabile. Il nodo fondamentale della governance economica dell’UE non è sul tavolo per ora, e probabilmente non verrà affrontato ancora per lungo tempo.

Paolo Pellegrini

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Perchè è importante

  • Gli ultimi dati disponibili sembrano indicare una prospettiva di stagnazione per l’economia dell’UE, nonostante il rallentamento dell’inflazione, in un contesto comunque difficile da interpretare anche a causa delle crisi geopolitiche in corso.
  • I risultati delle elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo potrebbero essere influenzati dalla situazione economica e a loro volta avranno un peso sulle decisioni future in tema di economia.
  • Difficilmente però i veri nodi che ingabbiano le potenzialità di crescita dell’UE, legati alla sua governance economica, verranno sciolti.

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Paolo Pellegrini
Paolo Pellegrini

Nato a Terni nel 1967, laureato in Giurisprudenza, sono un funzionario della Commissione europea. Prima di diventare un euroburocrate ho svolto vari lavori ed attività, tra cui l’editore e l’istruttore di paracadutismo sportivo, ma la cosa di cui sono più fiero è l’essere stato, per un breve periodo della mia vita, operaio metalmeccanico.

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