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Iran e Israele, tre settimane di attacchi e ritorsioni

In 3 sorsi – Dall’attacco all’edificio consolare iraniano a Damasco al raid israeliano nei cieli di Isfahan. Diciannove giorni di un conflitto condotto all’insegna della teatralità e della prudenza.

1. L’UCCISIONE DEL COMANDANTE

Lunedì 1º aprile un edificio del consolato iraniano nel quartiere di Mezzeh, a Damasco, è stato bersagliato da un aereo israeliano. L’attacco ha portato alla morte di otto iraniani, tra cui due comandanti di alto livello della Forza Quds, un reparto d’eccellenza dei Guardiani della rivoluzione islamica. Uno di loro era Mohammad Reza Zahedi, un generale delle Forze Armate di Teheran impegnate alla frontiera con Israele. L’evento, sintomo dell’assenza di un chiaro piano militare per le forze armate del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, costringeva Teheran a un ripensamento della propria strategia nel conflitto in Medio Oriente tra Israele e Hamas. Fino a quel momento, l’Iran aveva mantenuto una posizione di “pazienza strategica” nei confronti di Israele. Portando avanti una guerra ombra, aveva foraggiato gli alleati regionali contro Israele e gli USA: in particolare, la Repubblica islamica aveva potuto contare sul supporto di soggetti non statali come gli Houthi in Yemen, Hezbollah in Libano e diverse milizie sciite in Siria e in Iraq. Così facendo, l’Iran era riuscito a colpire Israele senza compromettersi in una guerra diretta contro avversari ben più forti di sé.

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Fig. 1 – Iraniani assistono ai funerali del generale delle Guardie rivoluzionarie iraniane Mohammad Reza Zahedi a Teheran, Iran, il 4 aprile 2024

2. UNA RISPOSTA SCENOGRAFICA

L’omicidio di Zahedi, però, avvenuto in un luogo protetto dalla trattatistica internazionale, rischiava di incrinare l’immagine di potenza proiettata dal regime islamista. Nel 2020, a seguito dell’uccisione del generale Qasem Soleimani per mano degli USA, Teheran aveva bombardato due basi americane in Iraq. Un’operazione condotta all’insegna della vendetta, terminata con zero uccisioni tra le fila nemiche (solo 109 feriti). A quattro anni di distanza, la dinamica è sembrata ripetersi. Ferita nell’orgoglio, la Repubblica islamica aveva voluto ristabilire una sorta di equilibrio nel confronto diretto con Tel Aviv. Uscendo allo scoperto e mostrandosi decisa a ricorrere ai suoi notevoli mezzi militari, il 13 aprile Teheran ha aperto il fuoco verso Israele, per la prima volta nella sua storia. L’attacco, lanciato con oltre 300 proiettili tra droni, missili da crociera e missili balistici, non ha provocato danni significativi a infrastrutture né perdite umane. Il 99% degli ordigni è stato intercettato dal sistema di difesa israeliano, con l’aiuto delle forze armate di Stati Uniti, Francia e Regno Unito. Molti analisti, tra cui l’opinionista libanese Anthony Samrani, hanno descritto l’attacco iraniano come “spettacolare, su vasta scala e allo stesso tempo calibrato per evitare una spirale di violenza“. Un’operazione, dunque, risultata prudente – l’attacco era stato annunciato per tempo tanto a Washington quanto a Tel Aviv – e scenografica, per il numero di droni e missili dispiegati.

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Fig. 2 – Esplosioni nei cieli di Gerusalemme, dopo l’attacco dell’Iran, in Cisgiordania, a Gerusalemme, il 14 aprile 2024

3. UNA RITORSIONE MODERATA

Attorno alle 4:30 di venerdì 19 apriletre droni sono stati intercettati nei cieli sopra la città di Isfahan, nel centro dell’Iran, causando delle forti esplosioni. Il raid non ha recato danni a infrastrutture e persone nell’area, nonostante le preoccupazioni della comunità internazionale per la base nucleare situata non lontana dal luogo dove sono stati abbattuti i droni. Fonti israeliane e statunitensi hanno confermato che l’attacco fosse stato lanciato da Israele. Si è trattato, dunque, di un’operazione “limitata“, come riferito da una fonte militare Usa a Fox News. Pertanto, molti analisti ritengono che nessuno dei due Paesi abbia voluto dare inizio ad una guerra. E che gli attacchi perpetrati non fossero altro che azioni dimostrative atte a salvare la faccia nel confronto con il diretto avversario. A riguardo, il politologo Ian Bremmer ha definito su X l’attacco contro Isfahan “una sorta di de-escalation“. Né Teheran né Tel Aviv, dunque, si augurano che questo conflitto precipiti, e per questo motivo hanno mosso le loro pedine in maniera da non turbare il precario equilibrio regionale. Da un lato, l’Iran, insidiato internamente da un crescente malcontento popolare per la repressione islamista nei confronti delle donne e da un’economia in panne, non può permettersi di ingaggiare uno scontro contro Israele e gli Usa; dall’altro, Israele, alle prese con fratture sociali interne generate dalle manifestazioni contro Netanyahu e impegnato militarmente nella Striscia di Gaza, non intende aprire un ulteriore dispendioso fronte bellico.

Alessandro Dowlatshahi

Immagine di copertina: “Tiled Portraits of Khomeini and Khamenei on Mosque Facade – Kermanshah – Western Iran” by Adam Jones, Ph.D. – Global Photo Archive is licensed under CC BY

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Perchè è importante

  • L’attacco israeliano all’edificio consolare iraniano di Damasco ha innescato un botta e risposta a distanza tra Tel Aviv e Teheran, che ha cambiato gli equilibri nel quadrante mediorientale
  • Né l’Iran né Israele hanno mezzi e forze per sostenere una guerra regionale. I raid di queste settimane, più scenografici che dannosi, potrebbero portare a una de-escalation del conflitto

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Alessandro Dowlatshahi
Alessandro Dowlatshahi

Classe 1998, ho conseguito la Laurea Magistrale in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Milano, chiudendo il mio percorso accademico con un lavoro di ricerca tesi a Santiago del Cile. Le mie radici si dividono tra l’Iran e l’Italia; il tronco si sta elevando nella periferia meneghina; seguo con una penna in mano il diramarsi delle fronde, alla ricerca di tracce umane in giro per il mondo.

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