Nel 2026 l’Unione Europea si ritrova al crocevia tra sicurezza energetica, rilancio industriale (anche attraverso un aumento delle spese per la Difesa) e stabilità fiscale. Ma il costo del capitale e il debito elevato rischiano di limitare le ambizioni. L’UE non può più finanziare tutto: ogni scelta comporta una rinuncia. E ogni rinuncia apre una frattura da cui altri possono guadagnare.
I dilemmi europei
Cosa accade se l’UE decide di non scegliere? Se tenta di garantire sicurezza energetica, competitività industriale e sicurezza, e coesione sociale dovendo tuttavia fare i conti con i vincoli di bilancio che essa stessa si è imposta alla luce della governance fiscale necessaria per garantire la tenuta dell’unione monetaria? Il rischio è che nessun obiettivo di questo “triangolo impossibile” venga raggiunto, portando al contrario a una amplificazione delle sue vulnerabilità che farebbero perdere terreno alle imprese e consenso nelle istituzioni da parte dei cittadini. La questione non è se agire, ma cosa sacrificare stabilendo una chiara lista delle priorità. In un contesto di tassi alti, tensioni sistemiche e competizione geopolitica, il 2026 è l’anno in cui l’UE deve riconoscere di non potersi più permettere tutto.
Embed from Getty ImagesIl caso Germania 2025: la sospensione del Schuldenbremse per finanziare difesa e investimenti
La Germania, con il nuovo esecutivo di Friedrich Merz a trazione CDU, ha sospeso il freno al debito nel 2025 per finanziare difesa e infrastrutture dopo anni di sottoinvestimenti, ma ha evitato di toccare il cuore dell’austerità. Il messaggio è chiaro: anche il Paese che durante l’epoca di Angela Merkel era stato il simbolo dell’ortodossia fiscale ha dovuto ricalibrare le sue priorità, pur mantenendo la narrazione del rigore.
Il rischio, però, è che gli Stati membri si muovano in ordine sparso e che in questo modo si avvantaggino solo le economie più grandi e dotate di maggiore spazio di bilancio creando squilibri a livello di competitività intra-UE. In più, sui Paesi che hanno meno margini di manovra (tra i quali anche l’Italia) pesa la zavorra degli elevati costi dell’energia, soprattutto per le aziende. Non affrontare questi due nodi attraverso politiche almeno coordinate (se non comuni) può dunque portare ad ampliare gli scarti competitivi crescenti con USA e Cina, che sono indubbiamente meno vincolati dai parametri e dalle regole europee. Il nodo dunque non è solo economico: è geopolitico. Per restare un attore autonomo, l’Europa ha bisogno di margini fiscali. E di ordinare le proprie scelte.
Debito e costo dell’energia comprimono l’autonomia strategica
La dinamica che lega energia, debito e competitività agisce su più livelli. Sul piano economico, la transizione ecologica impone investimenti ingenti che peraltro molti Governi non sembrano più nemmeno disposti a sostenere, visto il mutato clima politico che ha portato a compiere delle frenate e dei ripensamenti rispetto agli obiettivi di decarbonizzazione. Politicamente, i governi devono proteggere consenso e coesione interna, mentre affrontano pressioni esterne su sicurezza e industria.
Il vincolo strutturale è che ogni leva disponibile, sia essa fiscale, industriale o normativa, ha un costo. E le risorse pubbliche europee sono limitate. La BCE ha ridotto gli acquisti, il Patto di Stabilità è tornato, e la mutualizzazione del NextGenEU sembra irripetibile, quantomeno con lo stesso ordine di grandezza.
Intanto, la frammentazione energetica persiste: l’UE non ha ancora un mercato unico pienamente integrato. Paesi più esposti (Italia, Grecia, Europa orientale) subiscono shock maggiori.
Senza una strategia chiara, l’UE rischia di sprecare capitali senza costruire capacità. Il nesso causale è lineare: più frammentazione e vincoli fiscali, meno competitività, più dipendenza da attori esterni. E ogni dipendenza è una breccia geopolitica.
Trade-off per l’Unione Europea
Aumento delle spese per Sicurezza e Difesa a scapito della transizione energetica
- Si guadagna: investimenti in difesa e sicurezza
- Si perde: capacità di finanziare pienamente welfare e transizione climatica
- Chi sostiene il costo: cittadini delle aree più fragili dell’UE, in particolare Sud Europa e classi medie
- Chi può sfruttare la frattura: USA come garante strategico.
Recupero della competitività in settori ‘tradizionali’ vs spinta su settori innovativi
- Si guadagna: rilancio delle industrie ad alta intensità energetica (hard-to-abate) e automotive (ma risultati dubbi alla luce della supremazia tecnologica cinese già acquisita nel campo delle auto elettriche).
- Si perde: velocità e coerenza della transizione ecologica.
- Chi sostiene il costo: l’UE in quanto attore regolatore, con perdita di leadership climatica.
- Chi può sfruttare la frattura: Cina e produttori fossili, che competono su costi e standard ambientali più bassi.
Mantenimento stabilità di bilancio vs aumento spesa per il wefare
- Chi può sfruttare la frattura: movimenti populisti e attori anti-UE, interni ed esterni.
- Si guadagna: ritorno al rigore fiscale.
- Si perde: consenso politico e crescita economica.
- Chi sostiene il costo: governi pro-UE in difficoltà di consenso e fasce sociali penalizzate.
Un chicco in più – La posizione dell’Italia
Dipendenze dell’Italia
L’Italia resta strutturalmente dipendente da import energetici e da un mix di fonti ancora instabile: una leva parziale, soggetta a volatilità e costi elevati.
Il debito pubblico
Con un debito pubblico intorno al 137–138% del PIL, i margini fiscali sono compressi: il cofinanziamento di iniziative UE e l’accesso a capitali a basso costo risultano limitati. L’uscita dalla procedura di deficit eccessivo (EDP) è stata ottenuta alle spese di stimoli pressoché nulli alla crescita economica, con i fondi PNRR che fino ad oggi hanno dimostrato di avere un basso effetto moltiplicatore sul PIL.
I vincoli dell’industria italiana
L’industria italiana, fortemente energivora (automotive, acciaio…), subisce un doppio vincolo: costi energetici sopra la media e tassi d’interesse alti, con crescente rischio di delocalizzazione.


