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L’industria europea nella morsa: sovranismo energetico e dazi di sicurezza

Nel 2026, la competitivitĂ  del continente europeo fondata sul libero mercato non dipende piĂą dall’efficienza dei mercati ma dalla capacitĂ  di gestire politica industriale e frammentazione globale. Tra la fine dell’energia a basso costo e la pioggia di sussidi tra USA e Cina, l’Unione europea è ormai messa alle strette da scelte obbligate: o accettare un duro percorso di deindustrializzazione selettiva oppure finanziare la resilienza con costi sociali ed economici elevatissimi.

Il rischio della marginalitĂ  industriale europea

Il rischio imminente è che l’Unione europea rimanga schiacciata tra l’incudine della sicurezza strategica e il martello di una scarsitĂ  finanziaria parzialmente auto-inflitta dalle proprie regole di bilancio. L’UE è infatti chiamata ad attuare una sintesi capace di armonizzare le ambizioni della transizione ecologica con la disponibilitĂ  e, quindi, l’onerositĂ  dei capitali; in mancanza, il Mercato Unico potrebbe cessare di operare come volano di coesione e corrodersi in un insieme di disuguaglianze fiscali. 

Senza un’architettura industriale in grado di far fronte all’inflazione derivante dai rincari dell’energia e dalla rincorsa a dazi speculari, l’Europa potrebbe scivolare verso una marginalitĂ  tecnologica irreversibile. L’unilateralismo protezionistico statunitense e l’aggressivitĂ  manifatturiera cinese, peraltro, non colpiranno tutti allo stesso modo ma segneranno un solco tra poli dell’innovazione e i distretti produttivi ormai incapaci di rigenerarsi, strozzati da costi fissi invariabili che ne erodono i margini operativi. 

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Materia prime e approvvigionamenti imprevedibili

Un esempio della pressione che si concentra sulle imprese in termini di maggiori costi è fornito proprio dai costi dell’energia con la concomitanza dell’entrata a regime del Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM) e dei rincari seguiti alla sostituzione del gas russo. 

Se da un lato la regolamentazione europea tassa le importazioni ad alta intensitĂ  di carbonio in ottica “Green Deal”, dall’altro le acciaierie e i trasformatori di alluminio europei, ad esempio, restano prigionieri di costi elettrici fino a tre volte superiori rispetto ai concorrenti statunitensi. Questa asimmetria non innesca un ritorno della produzione “Made in Europe” ma una vera selezione darwiniana: le aziende dotate di soliditĂ  patrimoniale assorbono lo shock investendo nell’elettrificazione, mentre le Piccole e Medie Imprese (PMI) della subfornitura, prive di accesso a linee di credito agevolate, sono costrette a contrarre i volumi o a cessare l’attivitĂ . 

Il risultato non è una rilocalizzazione virtuosa, bensì una contrazione della base manifatturiera che frammenta le filiere storiche, trasferendo l’onere dell’adattamento sulle componenti piĂą fragili del sistema produttivo, fino a determinare la loro chiusura. 

I vincoli e le dipendenze

La metamorfosi dell’economia globale sta conducendo al definitivo tramonto dell’ottimizzazione dei costi in chiave di libero mercato a favore della massimizzazione della sicurezza nazionale in chiave geopolitica. 

In tale ultima prospettiva le potenze egemoni non si limitano piĂą a correggere le distorsioni del mercato, ma impiegano la politica industriale come proiezione di potenza geopolitica. 

Gli Stati Uniti, attraverso l’Inflation Reduction Act (manovra che ha mobilitato tra gli 800 e i 1.900 miliardi di dollari) e la Cina, con sussidi al comparto dei semiconduttori e dell’automotive elettrico superiori ai 375 miliardi di dollari annui, hanno riscritto le regole del commercio mondiale, allontanandosi alla radice dal libero mercato. In questo scenario, l’Europa appare schiacciata essendo la sua capacitĂ  di manovra intrappolata in un’architettura istituzionale rigida e frammentata. Di fatto, mentre Washington e Pechino attivano imponenti stimoli fiscali centralizzati, l’Unione Europea sconta l’assenza di una capacitĂ  di spesa comune, delegando la forza dei sussidi alla discrezionalitĂ  dei singoli bilanci nazionali. Tale asimmetria genera una distorsione interna: gli Stati con ampio spazio fiscale proteggono i propri campioni industriali, mentre le nazioni ad alto debito restano spettatrici di una deindustrializzazione strisciante. A ciò si aggiunge la variabile energetica, ormai mutata da questione ambientale a vincolo macroeconomico. 

La rincorsa all’autonomia genera, altresì, un ulteriore paradosso nell’applicazione della strategia del de-risking: la necessaria riduzione della dipendenza dagli input tecnologici cinesi, dalle materie prime critiche alla componentistica, si traduce in un rincaro immediato delle catene del valore. L’Unione Europea è così costretta a inseguire una sovranitĂ  futura al prezzo di un’erosione della marginalitĂ  presente, con tutte le contraddizioni presenti tra il rigore finanziario e l’imperativo degli investimenti suggerito dal rapporto Draghi. 

Insomma, in questo quadro, la politica industriale europea smette di essere una strategia di espansione e si trasforma in una gestione politica della scarsitĂ . Ogni sussidio erogato e ogni dazio imposto rappresenta una decisione politica che determina chi, tra settori e territori, avrĂ  le risorse per resistere e chi sarĂ  relegato alla marginalizzazione, dando vita alla citata, assai dolorosa, deindustrializzazione selettiva.

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TRADE OFF PER L’UNIONE EUROPEA

Verticalizzazione delle filiere vs. coesione del Mercato Unico:

  • Si guadagna: L’allentamento delle norme sugli aiuti di Stato permette di difendere settori strategici.
  • Si perde: il danno potenziale, tuttavia, riguarda l’omogeneitĂ  della concorrenza interna.
  • Chi paga: il costo del processo ricade, infatti, sui contribuenti dei Paesi ad alto debito, impossibilitati a pareggiare gli stimoli fiscali.
  • Chi sfrutta la frattura: a trarre vantaggio sono i colossi industriali del Nord Europa, penalizzando gli Stati ad alto debito e distorcendo la concorrenza interna.

Standard climatici rigorosi vs. tenuta delle PMI:

  • Si guadagna: mantenere la barra dritta verso il percorso di decarbonizzazione può consentire di raggiungere gli obiettivi climatici all’interno delle scadenze prestabilite.
  • Si perde: L’accelerazione normativa sulla decarbonizzazione senza adeguati incentivi rischia di tradursi in un’immediata espulsione dal mercato delle imprese sottocapitalizzate.
  • Chi paga: L’onere dell’adeguamento grava, infatti, sulla forza lavoro dei distretti industriali tradizionali.
  • Chi sfrutta la frattura: la produzione di massa viene delegata a economie extra-UE meno regolate.

Autonomia dai componenti esteri vs. potere d’acquisto industriale:

  • Si guadagna: sostituire i fornitori extra-UE a basso costo con partner geopolitici affidabili garantisce la resilienza delle filiere.
  • Si perde: questo tuttavia danneggia la competitivitĂ  del prodotto finito.
  • Chi paga: il rincaro strutturale degli input è sostenuto dalle industrie esportatrici che perdono potere d’acquisto e margini.
  • Chi sfrutta la frattura: Questa perdita di competitivitĂ  consente ai colossi asiatici di occupare stabilmente i mercati emergenti a prezzi che l’Europa non può piĂą permettersi.

Stabilità dei bilanci vs. finanziamento della difesa e dell’innovazione:

  • Si guadagna: Il ritorno a regole fiscali stringenti tutela la stabilitĂ  monetaria.
  • Si perde: ciò comporta tuttavia la rinuncia al finanziamento dei grandi progetti industriali comuni.
  • Chi paga: l’industria europea diventa strutturalmente dipendente da software e hardware stranieri.
  • Chi sfrutta la frattura: Le Big Tech e i produttori di semiconduttori esteri sfruttano questo vuoto di investimenti per imporre i propri standard e brevetti.

Un chicco in piĂą – La posizione dell’Italia


La fragilitĂ  di una manifattura senza campioni nazionali
Il tessuto produttivo italiano, caratterizzato da medie e piccole imprese integrate in filiere globali, finisce per assorbire passivamente le decisioni dei capifila internazionali. Questa dipendenza strutturale si traduce in una rinuncia forzata ai margini di profitto per mantenere il posizionamento nei mercati esteri, mancando la massa critica per investire nella produzione.

La trappola del debito nella competizione dei sussidi
Il debito pubblico impedisce allo Stato italiano di pareggiare i sussidi industriali di Francia e Germania. Il risultato è lo spostamento dei centri di ricerca e delle nuove linee produttive verso il centro Europa, lasciando all’Italia il ruolo di esecutore di fasi produttive a minor valore aggiunto.

Nuove rotte commerciali e il limite della managerialitĂ 
Il riorientamento delle esportazioni italiane verso mercati come l’Africa mediterranea e il Golfo offre uno sbocco naturale e potenzialmente redditizio. Tuttavia, ciò richiede modelli di business solidi che spesso collidono con la logica del capitalismo familiare, limitando l’espansione a singole nicchie di eccellenza senza riuscire a generare campioni industriali sistemici.


Gli autori

Filomena Ratto

Napoletana di origine, laureata in Giurisprudenza e ora di base a Bruxelles. Appassionata di diritto europeo e delle dinamiche della politica commerciale dell’UE. Amo leggere e sperimentare in cucina… magari con una buona tazza di caffè (geopolitico, ovviamente).

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