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venerdì 14 Agosto 2020
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    In breve

    • La situazione politica venezuelana non è migliorata: oltre all’emergenza umanitaria ora è in corso anche quella economica e finanziaria.
    • La Cina ha assunto un ruolo fondamentale, essendo il primo creditore del Venezuela.
    • Nonostante gli insuccessi dello scorso anno, gli USA non sembrano intenzionati a rinunciare all’obiettivo di destituire Maduro.
    • Nelle zone rurali e di confine, la presenza di gruppi criminali e paramilitari minaccia di impedire il raggiungimento di una soluzione alla crisi.

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    AnalisiLa nuova Dottrina Monroe rievocata dagli Stati Uniti rischia di aggravare le condizioni del Venezuela. L’intransigenza dell’Amministrazione Trump produrrà i risultati auspicati?

    LE CONSEGUENZE DELLE SANZIONI

    Il revival della Dottrina Monroe da parte dell’Amministrazione Trump ha avuto inevitabili ripercussioni sui rapporti tra gli Stati Uniti e il Venezuela, che si sono fatti sempre più tesi nel corso del primo mandato del Presidente americano. Durante l’evoluzione della turbolenta crisi politica venezuelana nel corso del 2019, l’imposizione delle sanzioni statunitensi mirate alla destituzione del Presidente Nicolás Maduro ha contribuito ad acuire l’emergenza economica di Caracas, che secondo alcuni economisti risulta essere la più grave degli ultimi 45 anni se si considerano i Paesi “non in stato di guerra”. I dati resi disponibili dall’FMI riportano una contrazione del PIL nazionale pari al 35%, e un’iperinflazione del bolivar a livelli elevatissimi, che hanno costretto il Governo a cedere alla “dollarizzazione” dell’economia a partire dallo scorso novembre. La crisi si è fatta via via più grave anche sul fronte umanitario, generando un esodo di massa verso gli Stati confinanti che secondo le previsioni potrebbe arrivare a interessare cinque milioni e mezzo di caminantes entro la fine del 2020.

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    Fig. 1 – Caminantes in marcia verso il confine con la Colombia

    LA MINACCIA DELL’INTERVENTO MILITARE

    L’opzione di un intervento militare americano in suolo venezuelano – cui Trump accenna fin dal 2017 – aveva acquistato maggiore concretezza già nelle fasi iniziali della crisi politica nel Paese sudamericano. L’autoproclamazione del leader dell’Assemblea Nazionale Juan Guaidó come Presidente ad interim era stata infatti seguita dall’immediato riconoscimento da parte del Governo statunitense, che aveva suggerito l’eventualità di un intervento armato tra le varie “opzioni sul tavolo”. Le minacce di Washington erano state accolte con serietà e determinazione da parte di Maduro: forte della disponibilità di equipaggiamento militare avanzato fornito dagli alleati russi e cinesi, il Presidente venezuelano aveva annunciato una serie di manovre militari in vista di un eventuale confronto armato. La situazione era tornata a infiammarsi a seguito del “golpe mancato” di fine aprile. In quell’occasione, l’emergere di nuove voci riguardo a un intervento americano nel Paese aveva spinto Maduro a stringere ulteriormente i rapporti con la Russia di Putin, il cui supporto militare e finanziario era e risulta tuttora imprescindibile per la sua sopravvivenza al potere. Sul fronte diplomatico, il Ministro degli Esteri venezuelano Jorge Arreaza, sull’onda delle dichiarazioni del suo omologo russo Sergei Lavrov, ha più volte condannato le azioni di Washington, tacciandole di “superbia colonialista” e dichiarando il fallimento del “colpo di Stato americano”. Maduro, lo scorso settembre, ha inoltre proposto un concorso diretto ai cadetti della Forza Armata Nazionale Bolivariana dedicato allo sviluppo di contributi teorici sull’utilizzo della Dottrina Monroe nella “guerra multiforme” condotta dagli Stati Uniti ai danni del Venezuela, con l’obiettivo di dimostrare che “è possibile resistere e vincere l’imperialismo americano”.

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    Fig. 2 – Il Ministro degli Esteri venezuelano Jorge Arreaza commenta le sanzioni imposte dagli Stati Uniti nell’agosto del 2019

    IL MERCATO DEL PETROLIO: COLPITO E AFFONDATO?

    La strategia delle sanzioni messa in atto dall’Amministrazione Trump è diretta a colpire il mercato petrolifero del Venezuela, cuore pulsante dell’economia del Paese. Le misure, inizialmente concentrate sulla compagnia petrolifera nazionale venezuelana PDVSA, hanno causato una perdita del 32% nelle esportazioni nel solo 2019, esacerbando le difficoltà finanziarie del Paese e causando un ulteriore impoverimento della popolazione, ridotta allo stremo dalla mancanza di cibo e privata di qualsiasi prospettiva di miglioramento delle condizioni di vita. L’impossibilità di destinare il petrolio al mercato americano – il primo per volumi di acquisto del prodotto, seguito da quello indiano e cinese – ha gradualmente messo il Governo venezuelano di fronte al doppio problema della rischiosissima sospensione della produzione e dello stoccaggio del prodotto invenduto. Anche in questo caso, l’aiuto della Russia ha giocato un ruolo strategico nel consentire la sopravvivenza dell’industria petrolifera venezuelana. Tramite l’intermediazione della compagnia russa Rosneft è stata infatti tenuta in vita la catena di fornitura del petrolio ai clienti indiani e cinesi, aggirando le sanzioni statunitensi. La mano russa tesa all’alleato venezuelano ha recentemente portato gli Stati Uniti a estendere le sanzioni alla stessa Rosneft, aumentando la tensione tra la due potenze. Dallo stato del mercato petrolifero dipendono, oltretutto, i rapporti con la Cina, che in qualità di primo creditore del Venezuela potrebbe non garantire il proprio supporto incondizionato a un Governo che, seppure mantenuto a galla da finanziamenti alleati, minaccia di non restituire un ritorno sui cospicui investimenti da parte del dragone cinese.

    “MAXIMUM-PRESSURE MARCH”

    Nonostante i risultati ambigui ottenuti dalle politiche statunitensi e il recente ritorno dell’Assemblea Nazionale sotto il controllo di Maduro, la retorica dell’Amministrazione Trump non accenna a smorzare i toni, facendosi anzi ancora più feroce. La questione venezuelana ha infatti trovato posto nell’ultimo discorso di Trump sullo Stato dell’Unione, nel quale il Presidente americano ha assicurato supporto al popolo venezuelano e a Juan Guaidó, presente in aula per l’occasione. Dopo aver minacciato di estendere le sanzioni anche ad alcune compagnie petrolifere straniere (tra le quali la spagnola Repsol e l’indiana Reliance Industries), Trump è ritornato sulla possibilità di ricorrere a misure militari, arrivando a considerare persino un blocco navale ai danni del regime di Maduro. La nuova linea adottata nell’ultimo mese dall’Amministrazione Trump – sotto l’etichetta di “maximum-pressure March” – è tristemente destinata a manifestare la propria efficacia in combinazione con la crescente emergenza sanitaria posta dal diffondersi della pandemia da coronavirus. Il Governo statunitense, ignorando gli appelli dell’ONU e dell’UE a sollevare le sanzioni, ha anzi intensificato la pressione, ponendo Maduro e altri funzionari del Governo in stato d’accusa per narcotraffico allo scopo di forzarne l’esclusione dal potere.
    Nemmeno l’emergenza globale sembra aver messo in secondo piano i disegni di politica estera dell’Amministrazione Trump. La situazione pare giunta a un punto critico: da un lato, il bisogno di ottenere dei risultati concreti nell’anno cruciale per la campagna elettorale di Trump, determinato a destituire Maduro ed eliminare ogni ingerenza esterna nell’emisfero; dall’altro, l’estenuante polarizzazione delle forze politiche in Venezuela, che spinge il Paese verso un collasso sociale ed economico dai tratti sempre più simili a una catastrofe umanitaria, con pericolose implicazioni sugli interi equilibri del continente. Secondo l’ultimo report di International Crisis Group, ad aggravare il quadro si aggiunge la questione tutt’altro che marginale del frammentato sottobosco di organizzazioni paramilitari e criminali presenti sul suolo venezuelano, che, approfittando dell’instabilità politica, hanno consolidato sempre di più la presa sui territori di confine e sulle zone rurali del Paese. Il prolungarsi dello stallo politico e le difficoltà nel trovare un terreno comune per negoziare la fine della crisi minacciano di rinvigorire l’autorità di questi centri di potere periferici, conferendo carattere sempre più strutturale all’instabilità del Venezuela.

    Marco Tumiatti

    Marco Tumiatti
    Marco Tumiatti

    Classe 1993, nato in un paese immerso tra le nebbie del Polesine e ormai cancellato dalla topografia. Per mantenere costante il tasso di umidità mi trasferisco a Venezia, dove ho conseguito la Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali Comparate. Sono specializzato in storia contemporanea degli Stati Uniti. Leggo i maestri del weird e dello sci-fi americano, scrivo racconti, suono la chitarra e il basso, bevo decisamente troppo caffè.

     

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