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    Sinai: la penisola dei fuochi

    In breve

    • Con gli Accordi di Camp David il territorio del Sinai era ritornato sotto il controllo egiziano che lo ha però trasformato in una zona di confine in cui il terrorismo ha trovato terreno fertile
    • L’Operation Sinai 2018, voluta dal Presidente egiziano al-Sisi, ha proprio l’obiettivo di combattere il terrorismo nella regione ma ha sollevato anche alcune polemiche
    • L’ultimo rapporto di Human Rights Watch evidenzia come le operazioni nell’area siano infatti molto costose soprattutto in termini di vite

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 3 min.

    In 3 sorsi- L’escalation di violenza che da anni affligge la penisola del Sinai sembra non conoscere una fine. dopo innumerevoli attacchi, Egitto e Israele faticano ancora nel tentativo di portare stabilità e pace nella regione. La situazione attuale in 3 sorsi.

    1. L’IMPORTANZA DELL’AREA E IL TERRORISMO

    È da tempo immemore che l’Egitto si è fatto promotore di due visioni complementari, seppur opposte, della penisola del Sinai: se da un lato questa veniva dipinta come un’area trascurata a livello economico-sociale, dall’altra risultava essere un territorio estremamente ambito in una prospettiva geostrategica. Dopo anni di lotte con Israele, lo stato egiziano ha ottenuto nuovamente il controllo della regione con i famosi Accordi di Camp David nel 1982, ma è da quel momento che ha trasformato la tanto agognata riconquista in un mero territorio di confine, in cui successivamente ha iniziato a dilagare il terrorismo. È così che la penisola è passata dall’essere una terra desolata, al divenire un territorio pericoloso, ormai teatro di numerosi e sempre più violenti attacchi. Oltre al già conosciuto Stato Islamico, sono parecchi i nuovi attori del terrore che da anni colpiscono inesorabilmente nella regione, soprattutto nella sua parte settentrionale: tra i più risoluti Ansar al-Jihad (estensione di al-Qaeda) e Ansar Bayt al-Maqdis che, sulla scena dal 2011, dopo essersi unito con l’Isis, si è evoluto successivamente in Wilayat Sinai. A ulteriore conferma di questa alleanza, è risalente allo scorso novembre la notizia secondo cui le organizzazioni terroristiche attive nel Sinai si sono dichiarate ferme sostenitrici del successore di al-Baghdadi, e nuovo leader del famigerato Stato Islamico, al-Qurayshi.

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    Fig.1- Il Presedente egiziano al-Sisi, durante una conferenza delle Nazioni Unite, settembre 2017.

    2. ALLA RICERCA DI UNA SOLUZIONE

    Un tentativo importante di risoluzione della problematica del terrorismo nell’area è rappresentata oggi dall’operazione su larga scala Operation Sinai 2018. Nata su iniziativa del Presidente egiziano Al-Sisi, con lo scopo di contrastare la crescita e l’avanzamento di gruppi terroristici nel paese e, in particolare nel Sinai, la manovra ha un budget stimato di 15 miliardi di dollari e ha riportato finora risultati degni di nota, tra cui l’uccisione di alcuni degli esponenti di spicco dell’Isis attivi nella penisola, come Abu Jafar al Maqdisi. Inoltre, l’operazione ideata dal raìs sembra aver giovato anche alle relazioni politico-economiche tra Egitto e Israele, il quale ha permesso alle forze di sicurezza egiziane di sconfinare nei suoi territori per poter incrementare le iniziative relative al piano di risoluzione. Nonostante i successi riportati da Operation Sinai 2018, non mancano alcuni scetticismi a riguardo: nel panorama internazionale c’è chi definisce l’operazione di al-Sisi come un mezzo di propaganda utilizzato dal Presidente per distrarre l’attenzione dai reali problemi del paese, tra cui spicca la forte crisi economica, e come la lotta al terrore sia una grande opportunità per rinsaldare il famoso patriottismo egiziano. Sono queste alcune delle opinioni che fanno sorgere dei dubbi circa l’effettività di questa operazione, diventata comunque un esempio significativo di lotta al terrorismo sia sul piano regionale che su quello internazionale, e che ha saputo unire ulteriormente due stati che già da tempo condividono la necessità di mantenere la sicurezza della regione al primo posto nella loro to do list.

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    Fig.2- Una fotografia scattata il primo venerdì di Ramadan, 24 aprile 2020, nella parte vecchia del Cairo durante la pandemia di Covid-19

    3. LE PROSPETTIVE TRA INSTABILITÀ E OSTACOLI

    Difficile a questo punto poter fare pronostici su quelli che saranno i risultati dell’operazione di al-Sisi e il futuro della penisola: troppo poco tempo e grandi difficoltà non permettono ad oggi di poter delineare quelli che saranno i prossimi passi dei governi egiziano e israeliano per perpetrare la lotta al terrorismo nella penisola. Il bilancio odierno fa i conti con i costi, soprattutto umani, che questa operazione sta richiedendo dalla sua entrata in vigore: Human Rights Watch nel suo rapporto dal titolo significativo “If you are afraid for your lives leave Sinai!” risalente al maggio dello scorso anno, stima che il numero dei morti sia di diverse migliaia, tra civili e forze armate impiegate sul territorio, e accusa i governi coinvolti di numerosi crimini e atrocità, tra cui rapimenti, torture e terribili uccisioni. Gli scontri più recenti, che evidenziano ulteriormente l’estrema urgenza di trovare una soluzione, risalgono agli inizi di maggio, tra cui l’esplosione di un veicolo a Bir al-Abed rivendicato da IS e l’uccisione di alcuni terroristi che stavano pianificando nuovi attacchi nella zona.

    Per risolvere l’instabilità dell’area sono necessarie forti politiche di sicurezza, accompagnate da un piano di ricostruzione economica, che includa infrastrutture e opportunità di lavoro per i giovani; è indispensabile inoltre una rete di trasporti efficiente che riesca a incrementare i collegamenti della regione con il resto del paese. Solo creando un programma solido di rivalutazione a 360 gradi, Egitto e Israele riusciranno finalmente a dare un futuro alla regione e alla sua popolazione, togliendo così al terrorismo un altro palcoscenico. 

    Marta Madotto

    Immagine di copertina: Photo by WikiImages is licensed under CC BY-NC-SA

    Marta Madotto
    Marta Madotto

    Classe 1992, amo da sempre il mondo arabo e sono cultrice di Storia e Istituzioni del Mondo Musulmano presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Mi piace scrivere e viaggiare, e guardare il mondo sempre con occhi diversi. Il mio motto è: nella vita non si smette mai di imparare!

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