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    L’Europa e la Web Tax

    In breve

    • Sin dal 2017 l’Unione Europea è al lavoro per creare politiche fiscali comuni davanti all’espansione dell’economia del digitale.
    • Dopo il fallimento delle trattative europee si è cercato un accordo multilaterale, ma il ritiro degli Stati Uniti ha bloccato il dialogo.
    • Una web tax è già stata adottata in Italia, con alcune difficoltà sul piano pratico che rinforzano la necessità di un approccio globale.

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 3 min.

    In 3 sorsi – Dopo il fallimento delle trattative per una web tax a livello UE, si è aperto un tavolo all’OCSE. Ma il brusco ritiro degli Stati Uniti e la minaccia di dazi comportano una battuta d’arresto che getta ombre sulle possibilità di un accordo multilaterale.

    1. LA NECESSITÀ DI UNA TASSA SUL DIGITALE

    L’economia del digitale è oggi sempre più in espansione e presenta inevitabilmente sfide nuove per gli Stati, anzitutto a livello fiscale. I sistemi fiscali vigenti, infatti, si ispirano a principi in parte obsoleti, in una realtà costituita da imprese in grado di fare profitti senza essere ancorate al territorio, con un distacco fra il luogo in cui viene creato valore e quello in cui vengono pagate le imposte. La questione è emersa con forza all’interno delle Istituzioni europee, che dal 2017 si sono adoperate per la ricerca di una soluzione comune, un percorso che si è comunque rivelato molto tortuoso.

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    Fig. 1 – Da alcuni anni è attivo un dibattito per definire il giusto livello di tassazione delle multinazionali del web

    2. LA RICERCA DI UN APPROCCIO MULTILATERALE E L’OPPOSIZIONE DEGLI STATI UNITI

    Nonostante i buoni propositi, I negoziati in seno alla Commissione Europea si sono rivelati  infruttuosi, ciò soprattutto a causa dell’opposizione di Olanda, Irlanda, Malta, Cipro e Lussemburgo, che sfruttano un sistema di tassazione agevolata per attrarre le grandi multinazionali del digitale. A inizio 2019 gli Stati membri dell’Unione Europea hanno così deciso di cercare una soluzione globale, portando la discussione in seno all’OCSE (l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), cui hanno preso parte anche gli Stati Uniti, Paese di nazionalità delle maggiori multinazionali del digitale. Ciononostante nel mese di giugno questi ultimi si sono ritirati da trattative che avvertono come discriminatorie nei propri confronti, accusando inoltre gli altri Paesi di pratiche commerciali sleali. Il Segretario del Tesoro statunitense, Steven Mnuchin, ha inviato delle lettere ai Ministri delle Finanze di Italia, Francia, Regno Unito e Spagna, nelle quali annuncia formalmente la fine delle trattative coi Paesi Europei, minacciando inoltre nuovi dazi verso i Paesi che proseguiranno con l’adozione di una digital tax. Bruxelles ha accolto con rammarico la decisione statunitense, ma ha comunque dichiarato che se non sarà possibile un accordo multilaterale entro la fine del 2020, l’Unione Europea proseguirà per la propria strada. La determinazione della Commissione Europea nel perseguire una digital tax a livello comunitario non è legata solamente alla volontà di applicare un sistema fiscale equo e omogeneo in tutti gli Stati membri, ma anche alla ricerca di ulteriori introiti con cui finanziare strumenti quali il Recovery Fund, al fine di sostenere i Paesi più colpiti dall’emergenza coronavirus. Secondo le stime il gettito previsto da tale misura corrisponderebbe a quasi 2 miliardi di euro l’anno sul bilancio comunitario.

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    Fig. 2 – Il Commissario all’economia Paolo Gentiloni durante una conferenza stampa

    3. WEB TAX E ITALIA

    Nonostante le minacce degli Stati Uniti, anche il ministro italiano dell’Economia Gualtieri ha dichiarato che il proprio Paese andrà avanti per la sua strada. L’Italia è il secondo Stato europeo ad aver adottato una tassa sul digitale, in vigore da gennaio 2020. La digital tax italiana è molto simile a quella prospettata dalla Commissione Europea, con un’aliquota del 3% sui ricavi delle aziende del settore digitale con un fatturato globale di 750 milioni di euro e più di 5 milioni di servizi digitali erogati in Italia, andando a colpire quindi i big del tech come Facebook, Amazon, Google. Tuttavia l’imposizione di questo nuovo strumento fiscale si è sin da subito rivelata tutt’altro che semplice sul piano pratico, a partire dalla definizione delle transazioni imponibili, che basandosi sulla geolocalizzazione si scontra anche con la legge sulla privacy. Per questo e altri problemi sono in molti ad augurarsi che si giunga presto a una soluzione multilaterale, che non comprometta la competitività delle singole economie nazionali e consenta un loro sviluppo e un’applicazione su larga scala delle più moderne tecnologie.

    Federica Barsoum

    Photo by Negative Space is licensed under CC0

    Federica Barsoum

    Sono una ragazza di 23 anni, da sempre appassionata di politica internazionale e dinamiche socio-economiche. Dopo il diploma al liceo economico-sociale, ho proseguito i miei studi all’Università Statale di Milano, dove mi sono da poco laureata in Mediazione Linguistica e culturale. Ora, invece, sto frequentando il corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionali, curriculum commercio e integrazione europea. Sono nata e cresciuta nell’internazionale Milano in una famiglia mista, e il mio ambiente mi ha resa una persona aperta e curiosa nei confronti del mondo.

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