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mercoledì 27 Ottobre 2021

L’impasse nucleare tra USA e Iran in 7 punti

In breve

  • Con l’arrivo alla Casa Bianca del Presidente Joe Biden si è riaperta la possibilità di un ritorno di USA e Iran al Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), ovvero il cosiddetto “accordo sul nucleare” del 2015. Eppure, nonostante le speranze, attualmente il dialogo sembra segnato da una impasse.
  • Ma da cosa è causata questa impasse? Cerchiamo di capirlo in 7 punti.

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Analisi 7 punti per capire i dettagli non sempre ovvi dell’attuale impasse tra USA e Iran sul nucleare, tra primi passi, pragmatismo e faccia.

Con l’arrivo alla Casa Bianca del Presidente Joe Biden si è riaperta la possibilità di un ritorno di USA e Iran al Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), ovvero il cosiddetto “accordo sul nucleare” del 2015. Eppure, nonostante le speranze, attualmente il dialogo sembra segnato da una impasse dove tutti vorrebbero tornare all’accordo, ma nessuno appare disposto a fare la prima mossa. Il rapporto tra USA e Iran durante l’Amministrazione Trump, ben raccontato nel libro di Luciana Borsatti L’Iran al tempo di Trump, ha visto gli USA ritirarsi dal JCPOA, porre sanzioni sul Paese e in generale applicare una politica di “maximum pressure” per convincere l’Iran a tornare a un accordo diverso. L’attuale impasse sembra bloccata su due aspetti: chi dovrebbe fare il primo passo e la questione missilistica. Cerchiamo di capirlo in 7 punti.

1. Chi deve fare il primo passo?

Per l’Iran, gli USA dovrebbero fare il primo passo. Dal loro punto di vista sono gli Usa a essere usciti dal JCPOA quando l’Iran invece era ancora rispettoso dei termini: l’Iran ha superato i limiti solo dopo anni e in risposta a quelle che ritiene violazioni degli USA. Tocca quindi a Washington dimostrare di voler tornare indietro. E quale dovrebbe essere questo primo passo? L’eliminazione delle sanzioni.

2. E secondo gli USA?

L’Amministrazione Biden non contesta quanto avvenuto in precedenza con Trump, tuttavia crede che esista l’opportunità non solo per ritornare al JCPOA, ma anche per estenderlo e migliorarlo, includendo altri aspetti lasciati precedentemente fuori dall’accordo. In particolare vorrebbero includere limitazioni sul programma missilistico iraniano, che è considerato pericoloso dagli alleati mediorientali degli USA (Arabia Saudita e Israele in primis). Questo arsenale, stimato in migliaia di missili e razzi, viene ritenuto problematico non solo – e non tanto – perché potenzialmente alcuni dei vettori più sofisticati potrebbero in futuro essere dotati di testata atomica, ma soprattutto perché già ora costituiscono il principale e più efficace arsenale di cui sono dotati l’Iran e i suoi alleati (Hezbollah in Libano e Siria, Houthi in Yemen) e dunque la principale arma capace di danneggiare proprio israeliani e sauditi. Curiosamente questa richiesta era la stessa dell’Amministrazione Trump, solo che ora si prova una strada meno spigolosa e più dialogante. Gli iraniani però considerano tale arsenale invece la principale forma di difesa e non vogliono rinunciarci, quindi hanno detto “o torniamo al JCPOA tal quale, oppure niente”.

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Fig. 1 – L’Ayatollah Ali Khamanei durante una conferenza riguardante il JCPOA a Teheran, 17 febbraio 2021

3. Missili come sistema di difesa? Non sembra

Ovviamente la questione dipende dai punti di vista dei contendenti. Ma va tenuto presente che per molti Paesi che non raggiungono la sofisticazione tecnologica occidentale o israeliana l’arsenale missilistico ha la stessa funzione dell’aviazione: permette di colpire un avversario da lontano, in maniera precisa (più o meno, ma gli iraniani sono cresciuti molto in questo aspetto) e con un ridotto rischio di perdite proprie. Armare un missile o un razzo costa molto meno di produrre un moderno cacciabombardiere e senza bisogno dell’addestramento dei piloti, quindi possono essere prodotti in grande quantità. Inoltre è possibile dotarli a relativamente basso prezzo di sistemi di guida satellitare che ne aumentano la precisione, rendendoli potenzialmente molto efficaci. Si tratta ovviamente di strumenti che vengono usati per attaccare un avversario, ma l’Iran li ritiene utili come deterrenza: non attaccateci o scateniamo un inferno di missili sulle vostre basi e città. Per questo motivo per loro rinunciare ai missili significa rinunciare alla deterrenza e non appaiono disposti a farlo.

4. Una questione di faccia? No, di fiducia. Da cui dipende la faccia

La prima considerazione che serve fare è che entrambi i contendenti vorrebbero un accordo. Per l’Iran significa risollevare l’economia, per gli USA disinnescare il rischio nucleare nella regione (non solo da parte dell’Iran). La seconda è che, per fare un accordo, entrambi vorrebbero salvare la faccia. Quindi per il regime iraniano è importante che i primi a muoversi siano gli USA, come ammissione di errore: ritornare ai limiti del JCPOA con le sanzioni ancora in corso sarebbe un’umiliazione davanti ai propri sostenitori. Per gli USA però ritirare le sanzioni senza ottenere nulla in cambio significa aprire al rischio che l’Iran poi ne approfitti economicamente, ma rimandi ogni passo indietro sul nucleare: in pratica un’umiliazione diplomatica. Ovviamente il vero problema qui è la fiducia: gli USA non si fidano dell’Iran e l’Iran non si fida degli USA. Entrambi temono che, fatta la prima mossa, l’altro non faccia altrettanto.

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Fig. 2 – Il Ministro degli Esteri Iraniano Javad Zarif durante una conferenza stampa del 23 febbraio 2021

5. Esistono altre vie?

In queste settimane sono uscite molte analisi che parlano di possibili strade che l’Amministrazione USA potrebbe seguire per sbloccare la situazione. Dalla proposta del Ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif di avere l’Alto Commissario UE Josep Borrel come mediatore alla possibilità per gli USA di autorizzare che Teheran acceda a prestiti dell’IMF– un primo passo di distensione senza dover togliere le sanzioni, per ricostruire lentamente fiducia tra le parti. “Ricostruire la fiducia” è in effetti l’aspetto chiave di questo negoziato. Il percorso ovviamente vede però continui passi avanti e indietro, mani tese assieme a indicazioni di fermezza: per esempio l’attacco aereo lanciato dall’amministrazione Biden contro milizie sciite filoiraniane in Siria, in risposta a un attacco delle stesse contro una base USA in Iraq. Nessuno vuole che la propensione al dialogo sia scambiata per debolezza.

6. Tutto entro giugno?

Un problema addizionale deriva dai limiti di tempo. L’amministrazione del Presidente iraniano Hassan Rouhani è alla fine del suo mandato e il 18 giugno in Iran ci saranno nuove elezioni presidenziali. Rouhani stesso non può ricandidarsi e comunque si prevede una vittoria dei Primatisti, anche se non è ancora chiaro chi possa prevalere. Se dovesse diventare presidente qualche hardliner come il generale dei Pasdaran Hossein Deghan, indicherebbe un intento della leadership di assumere una posizione meno dialogante. Giugno non va visto come una deadline stretta per l’accordo: il processo potrebbe essere comunque più lungo, anche nel migliore dei casi. Servirebbero tuttavia progressi prima di questa data perché anche dopo le elezioni il regime iraniano trovi conveniente proseguire verso un accordo.

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Fig.3- Il Parvaneh Bazaar nel centro di Tehran, 26 febbraio 2021

7. Il vero problema: la proliferazione regionale

Il vero problema è il rischio di proliferazione nucleare nella regionecome recentemente descritto anche dall’Economist. Se l’Iran dovesse raggiungere la bomba, Arabia Saudita e forse anche Turchia e altri potrebbero decidere di aver bisogno di un arsenale atomico per deterrenza e iniziare un proprio programma, uno scenario che nessuno vuole. Il problema è che, perché si verifichi, non è nemmeno necessario che l’Iran abbia davvero intenzione di raggiungere davvero l’ordigno: basta che arrivi al punto in cui i suoi avversari regionali vedano tale possibilità come non più evitabile. Dunque esistono due rischi paralleli e contrari, il vero cuore della questione: l’Iran usa l’arricchimento nucleare come leva negoziale per costringere gli USA a tornare al JCPOA. E Israele stesso ha fatto trapelare che per ora Teheran non sembra aver ancora deciso se arrivare all’ordigno o meno. Ma esiste il rischio che facciano un passo di troppo, spaventino eccessivamente i loro avversari che non sanno cosa hanno in mente davvero e ottengano la reazione opposta. Al tempo stesso gli USA cercano di non cedere alle richieste iraniane perché non sembrino abbandonare gli alleati: ma se la situazione non si risolve, quegli stessi alleati potrebbero pensare che gli USA siano troppo morbidi, e che l’unica soluzione sia sistemare la cosa a modo loro. Come spesso raccontiamo, la percezione degli eventi può risultare più rilevante della realtà dei fatti.

Lorenzo Nannetti

Immagine di copertina: Photo by Pixabay is licensed under CC0

Lorenzo Nannetti

Nato a Bologna nel 1979, appassionato di storia militare e wargames fin da bambino, scrivo di Medio Oriente, Migrazioni, NATO, Affari Militari e Sicurezza Energetica per il Caffè Geopolitico, dove sono Senior Analyst e Responsabile Scientifico, cercando di spiegare che non si tratta solo di giocare con i soldatini. E dire che mi interesso pure di risoluzione dei conflitti… Per questo ho collaborato per oltre 6 anni con Wikistrat, network di analisti internazionali impegnato a svolgere simulazioni di geopolitica e relazioni internazionali per governi esteri, nella speranza prima o poi imparino a gestire meglio quello che succede nel mondo. Ora lo faccio anche col Caffè dove, oltre ai miei articoli, curo attività di formazione, conferenze e workshop su questi stessi temi.

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