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mercoledì 15 Luglio 2020
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    Luoghi comuni e miti da sfatare sul volo MH-17 – II parte

    In breve

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 7 min.

    Il caso del volo civile MH-17della Malaysian Airlines abbattuto sui cieli dell’Ucraina ha visto un carosello di elementi che ha creato confusione nei mezzi di informazione. Eccovi la seconda parte delle nostre riflessioni, tra Stati Uniti, Europa e Russia

    Leggi qui la prima parte

    Gli Stati Uniti hanno i tracciati satellitari dell’eventuale missile terra-aria lanciato contro l’aereo – Falso. Non esiste satellite in grado di rilevare il lancio e la traiettoria di un sistema missilistico terra-aria. Le capacità più avanzate in tal senso sono quelle del sistema statunitense SBIRS (Space-Based Infra Red System) che serve solo per tracciare l’attività dei missili balistici intercontinentali. Ovviamente il sistema monitora in maniera prevalente l’attività russa (i russi dispongono comunque del maggiore arsenale non USA) ma si limita ad individuare l’eventuale riscaldamento dei lanciatori e non la traiettoria.

    Le immagini del trasporto di missili dal territorio ucraino a quello filo-russo a mezzo autocarro, esibite dagli Stati Uniti, sono false – Possibile ma…
    I  Buk M-1 ucraini sono montati su semoventi cingolati e anche i moduli logistici che riforniscono le batterie di missili sono cingolati e non ruotati. Si potrebbe trattare di un trasporto logistico di missili (poco probabile, ma, come per tutto il resto, non si può mettere la mano sul fuoco), ma la destinazione finale potrebbe trovarsi nel raggio di centinaia di km, anche lontano dal teatro di riferimento. Inoltre le batterie antiaeree hanno già con sé una scorta missili di pronto impiego, non hanno bisogno di aspettare un autocarro che li rifornisca prima di sparare. Non può nemmeno trattarsi di un ripianamento scorte, perché non risulta in quei giorni un numero di abbattimenti tali da lasciare una batteria a secco (nemmeno in tutta la campagna, a dire il vero; e la dotazione di missili al seguito delle batterie russe o ucraine è abbastanza corposo). Insomma, l’autocarro in questione potrebbe non avere alcun ruolo nella vicenda e comunque non può considerarsi come fondamentale per il chiarimento delle dinamiche. Anche se avesse avuto un ruolo (improbabile), un assetto logistico non risulta comunque risolutivo per il chiarimento di un abbattimento ad opera di assetti offensivi (autosufficienti, peraltro).
    Per quanto è dato sapere, gli USA utilizzano tali immagini di movimenti di armi ed equipaggiamenti dal territorio sotto controllo ucraino in favore degli oppositori per dimostrare come sistemi d’arma di rispetto siano in mano ribelle e che pertanto non era sostenibile la posizione (iniziale) che i ribelli non disponessero di tali assetti. Le precedenti perdite di aeromobili ucraini tramite abbattimento dicono comunque il contrario, anche se per dare un’analisi esaustiva occorrerebbe analizzare le modalità di abbattimento caso per caso, identificando i sistemi antiaerei utilizzati.
    Infine, se da una parte è vero che il sistema missilistico in causa richiede una preparazione specifica per essere messo in condizione di lanciare, è altrettanto vero che le file ribelli annoverano numerosi ex militari di Kiev, alcuni dei quali potrebbero avere le competenze necessarie ad azionare il diffuso sistema Buk M-1, e alcune decine di mezzi e sistemi d’arma sottratti alle Forze Armate agli inizi della secessione. L’Ucraina, inoltre, accusa la Russia di aver creato dei campi di addestramento al confine nei quali preparare i combattenti ribelli all’utilizzo di sistemi d’arma complessi (notizia ancora una volta difficile da verificare – nda).
    Insomma, l’unica cosa certa è che il caso sia complesso e non esista, al momento, risposta univoca che possa fugare tutti i dubbi. Ciò non toglie che ciascuna delle parti in causa pretenda un chiarimento quanto più possibile esaustivo e che prenda in considerazione tutti i soggetti presenti in quel contesto.

    Gli Stati Uniti non aspettavano altro per scatenare una nuova guerra, come hanno fatto in Iraq e come stavano per fare in Siria – Falso. Innanzi tutto i paralleli fra teatri diversi e condizioni politico-militari distinte tra Iraq e Siria non è attinente al contesto ucraino, le cui dinamiche non hanno visto mobilitazioni significative da parte statunitense, eccetto gli ovvi rinforzi accorsi in rassicurazione dei Paesi della NATO confinanti con il teatro ostile e le operazioni di monitoraggio della situazione. Nel vagliare forme di paragone che semplificano troppo i teatri operativi bisogna stare molto attenti a non mischiare, nuovamente, elementi diversi e non comparabili direttamente. Questa retorica è spesso utilizzata per tacciare gli Stati Uniti di imperialismo, ma semplifica eccessivamente la comprensione dei – purtroppo – tanti conflitti contemporanei, che sono invece complessi ed intricati e necessitano di spiegazioni articolate, spesso a scapito della comprensibilità da parte di tutti.

    Gli Stati europei seguono gli Stati Uniti qualunque cosa facciano in Ucraina, indipendentemente dai propri interessi – Falso. Dal 2010, anno delle prime grosse dispute sul gas tra Kiev e Mosca, l’UE lavora all’affrancamento dalla dipendenza energetica dalla Russia proprio per evitare nuovi bracci di ferro con Mosca in tal senso. Parlando di interessi geopolitici, il trend attuale vede una rivalutazione, da parte europea, dell’indipendenza strategica, ulteriormente esaltata dalla crisi ucraina. La differenziazione delle risorse energetiche ed agende programmatiche come l’Energy Roadmap 2050 (del 2012) sono orientate in tal senso.
    Inoltre, come già evidenziato, la Germania ha accettato solo recentemente le sanzioni da imporre alla Russia (che sono nel complesso moderate e non ancora implementate), perché partner strategico di Mosca da vecchia data. L’Italia ha mantenuto una linea neutrale e comunque orientata al dialogo. I Paesi baltici, al contrario, hanno protestato per l’intervento troppo morbido della NATO.
    Infine, se da un lato è vera la dipendenza strategica dagli USA per mancanza di capacità europee coordinate, dall’altro uno dei problemi che si sono riscontrati nel coordinare la NATO e l’UE anche in questo caso è esattamente l’opposto di quelli prospettati, ovvero ridurre le singole posizioni, spesso inamovibili, dei singoli membri. La catena di comando non è così diretta e scontata come prospettato.

    Approfittando della tragedia aerea, gli USA hanno aumentato immediatamente gli aiuti militari per Kiev – Falso. Le due cose non sono correlate. I fondi non vengono erogati con tale facilità ma richiedono un iter – anche quando per decisione diretta e straordinaria del Presidente – che deve essere approntato in tempi non compatibili con l’incidente, seppur brevi. Peraltro, nel caso specifico, la decisione di erogare ulteriori aiuti, in aggiunta ai 23 milioni già spesi, risale all’inizio di giugno ed è stata poi ribadita all’arrivo di tali fondi proprio nei giorni seguenti la tragedia, ma si tratta di una comunicazione che non interseca i fatti.
    Nel dettaglio, nel periodo dal 25 luglio al 31 dicembre, Kiev riceverà ulteriori 10 milioni di dollari in favore delle proprie forze di sicurezza, portando il totale degli stanziamenti statunitensi per il settore a circa 33 milioni nel 2014.

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    Mosca sta cercando un appiglio per invadere l’Ucraina al più presto – Falso. Se Mosca avesse voluto lo avrebbe già fatto, come ha già dimostrato ampiamente in Crimea. La Russia ritiene l’invasione una possibile opzione, ma sicuramente non la prima. Tra i numerosi fattori che sconsigliano alla Russia un intervento diretto, se possibile, spiccano i circa 15 miliardi di dollari di debito che Kiev ha maturato nei confronti di Mosca per le forniture energetiche e industriali. Se Mosca invadesse l’Ucraina non avrebbe più modo di rientrare di quanto speso. Allo stato attuale, invece, è probabile che sia l’UE a farsi carico dell’importo (invece dei soli 2,5 miliardi offerti inizialmente), rimpinguando quindi le casse di Mosca, che resterebbe comunque in posizione di forza.
    D’altronde da parte occidentale, al contrario di quanto alcune voci sostengono, si evita di provocare Putin, nessuno ha intenzione di trovarsi con i russi alle porte di Romania, Polonia e Repubbliche Baltiche.

    Gli Stati Uniti sperano in una nuova guerra per rimpinguare le proprie casse – Falso. Una parte del debito pubblico USA è dovuto proprio al finanziamento dei conflitti ed alle spese che si sono dovute sostenere a causa degli stessi dal 2001 in poi. Pesano anche le riforme interne di Obama, criticate proprio perché accrescevano ulteriormente il debito pubblico e rifiutavano le misure di austerity, per contro continuando la spendig review dell’apparato federale. Una cura da cavallo che molti statunitensi non hanno gradito, così come non apprezzerebbero, in periodo di tagli, campagne militari estese e dai risvolti incerti. Il debito pubblico statunitense si attesterà quest’anno tra il 75 e il 78% del PIL, un dato molto meno drammatico di alcuni Paesi europei, ma una soglia di allarme per gli Stati Uniti ed uno sprone a contenere le spese – e le operazioni militari hanno costi enormi.
    Inoltre, chi grida alla “guerra fredda” (o calda) e intravede un continente europeo nuovamente al centro del confronto strategico mondiale sta dimenticando di considerare alcuni fattori chiave.
    In primo luogo, sia la Russia che la NATO contemporanee non sono quelle di 30 anni fa, e non avrebbero risorse economiche sufficienti per perseguire la politica di potenza che caratterizzava il confronto passato. Un confronto di quel genere richiederebbe tempo e schieramenti di forze ben più consistenti di quelle schierate in Ucraina o al confine est della NATO. Forze di cui, al momento, né l’Europa né la Russia dispongono. Insomma, magari gli europei rinsaviranno, magari andranno di nuovo ad elemosinare sicurezza a Washington, ma nel breve periodo uno scontro convenzionale tra i due schieramenti è fuor di discussione sia militarmente che a livello di capacità politica di sostenerlo.
    Al contrario di quanto si sostenga, gli Stati Uniti hanno lasciato in forze il continente europeo negli scorsi anni. La crisi ucraina ha comportato un rallentamento nel ritiro delle ultime forze operative ed il ritorno temporaneo di alcune unità a rassicurazione dei membri NATO più preoccupati e vicini all’Ucraina. Questo rappresenta una grana per gli Stati Uniti, che da anni premono per un’Europa più responsabile e autonoma in materia di difesa e sicurezza. La nuova crisi costringe inoltre gli Stati Uniti a disperdere gli sforzi diplomatici e militari su più fronti, un atteggiamento strategico che Washington avrebbe voluto evitare, da un lato perché non più sostenibile economicamente e, in parte, militarmente, dall’altra perché gli USA vorrebbero focalizzarsi maggiormente sull’Asia, che rappresenta la priorità strategica dell’Amministrazione Obama. A tal proposito, chi pensa che l’unico interesse russo sia rivolto verso l’Europa – sebbene l’Ucraina venga considerata tradizionalmente da Mosca parte del proprio spazio geopolitico occidentale – dimentica di considerare il risveglio di Mosca sul proprio fronte orientale, dove si confronta a vario titolo con le potenze nascenti (Cina, Giappone, Corea del Sud, India).
    In Asia-Pacifico si giocano oggi confronti strategici con toni ben più alti di quello ucraino, anche se con meno azioni militari (fino ad oggi), e gli interessi in gioco sono molto maggiori per dimensioni e prospettive future di quanto si stia giocando oggi in Ucraina tra i contendenti. Questa precisazione è doverosa per vedere la crisi ucraina e gli incidenti ad essa correlati nella giusta proporzione, senza sovrastimare l’importanza e l’impatto – pur rilevante, sia chiaro – di tale crisi sulle relazioni internazionali contemporanee, nelle quali gli Stati Uniti faticano a proporsi ancora come potenza egemone e gli Stati europei non ricoprono più ruoli esclusivi da decision makers su scala globale.

    Marco Giulio Barone

    Foto: Aero Icarus

    Marco Giulio Barone
    Marco Giulio Baronehttps://ilcaffegeopolitico.net

    Marco Giulio Barone è analista politico-militare. Dopo la laurea in Scienze Internazionali conseguita all’Università di Torino, completa la formazione negli Stati Uniti presso l’Hudson Institute’s Centre for Political-Military analysis. A vario titolo, ha esperienze di studio e lavoro anche in Gran Bretagna, Belgio, Norvegia e Israele. Lavora attualmente come analista per conto di aziende estere e contribuisce alle riviste specializzate del gruppo editoriale tedesco Monch Publishing. Collabora con Il Caffè Geopolitico dal 2013, principalmente in qualità di analista e coordinatore editoriale.

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    5 Commenti

    1. In data 8 Agosto 2014 i governi di Ucraina, Olanda, Belgio (?) e Australia (??) hanno firmato un patto per non divulgare le informazioni delle scatole nere:
      http://www.globalresearch.ca/the-causes-of-the-mh17-crash-are-classified-ukraine-netherlands-australia-belgium-signed-a-non-disclosure-agreement/5397194
      E’ tutto cosi’ evidente e surreale che solo un ritardato mentale puo’ non accorgersi di cosa ci sia sotto.
      E noi, con la nuova arrivata Mogherini e le sue minchiate, continuiamo ad essere dalla parte dei carnefici.

    2. Ma non c’è! Ho lett (e condiviso) la prima parte, clicco sulla seconda, trovo il link al caffé estivo, e non c’è?

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