utenti ip tracking
venerdì 14 Agosto 2020
More

    Speciale COVID-19

    Xenofobia e Covid-19 (II): sinocentrismo e razzismo

    Analisi - Se è vero che all’estero le comunità...

    Bielorussia, la “vittoria” vuota di Lukashenko

    Analisi – Secondo i dati ufficiali, il Presidente bielorusso...

    È arrivato il cigno nero?

    Editoriale -  A gennaio avevamo provato a descrivere come...

    Le Sfide del Dragone

    In breve

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 5 min.

    In seguito ad una revisione dei criteri di calcolo del Prodotto Interno Lordo da parte del FMI l’economia cinese si è imposta come maggiore potenza economica mondiale; la situazione per il regno di mezzo non è, eppure, tutta rosa e fiori.
     
    1. CON UN PIL PARI A 17.6 MILIARDI DI DOLLARI L’ASCESA ECONOMICA DELLA CINA E’ COMPLETA?
    La revisione del metodo di calcolo del PIL da parte del Fondo Monetario ha attestato che la Cina non dovrà aspettare il 2020 per sorpassare l’economia americana ma che il superamento è già avvenuto, andando ben oltre le più rosee previsioni degli economisti dell’estremo oriente.
    L’economia cinese è, tuttavia, tutt’altro che sviluppata e priva di problemi; un PIL pro capite sei volte inferiore a quello statunitense e i ben noti sforzi per riequilibrare la struttura dell’economia da investment and export driven ad una consumer driven sono solo la punta dell’iceberg. Per diventare un’economia pienamente sviluppata è necessario che il settore bancario ed il settore finanziario siano liberalizzati e che venga creata una safety net almeno per le fasce più deboli della popolazioni. La creazione di un sistema pensionistico di base e la parziale apertura della borsa di Shanghai agli investitori stranieri sono due passi avanti significativi nei rispettivi settori. Il settore creditizio non ha, al contrario, visto implementarsi alcuna riforma significativa nonostante i molti piani e buoni propositi messi a punto negli anni della Presidenza di Xi Jinping. È solo di qualche giorno fa l’annuncio che nel 2015 sarà attivata un’assicurazione sui depositi bancari per somme inferiori a 50.000 Yuan, circa 65.000 euro. Tale riforma è, nondimeno, timida e insufficiente per un sistema bancario che al momento è gestito in modo centralizzato, e quindi non di mercato, con tassi d’interesse imposti dalla Banca Centrale, prestiti concessi quasi esclusivamente ad aziende statali o grandi compagnie con buone conoscenze nei quadri del partito.

    Embed from Getty Images

    In conseguenza a questa mancanza di credito, il sistema creditizio ufficiale è stato soppiantato da uno shadow banking valutato pari a metà del PIL; gli enti finanziari non ufficiali assicurano tassi d’interesse più alti dei tassi tradizionali a chi investe i propri risparmi, concedendo, allo stesso tempo, prestiti a tutti i soggetti che lo richiedono senza alcuna verifica. Tale sistema ha due grandi limiti: innanzitutto, concedendo prestiti facili con tassi molto alti il numero di NPL (Non Performing Loans) è molto alto ed in continua crescita mettendo in pericolo la resistenza del sistema bancario; in secondo luogo, molte delle risorse dello shadow banking vengono dalle banche tradizionali, le quali sono alla ricerca di pacchetti d’investimento con rendimenti alti che possano allettare i loro clienti con profilo di rischio non troppo alta. La combinazione di questi due fattori può facilmente sfociare in una crisi di liquidità non dissimile da quella del 2008.
     
    2. ANCHE IN QUESTE CONDIZIONI LE RISERVE DI VALUTA DELLA CINA POSSONO FACILMENTE RIFINANZIARE IL SISTEMA CREDITIZIO CONSIDERATO IL BASSO DEBITO PUBBLICO IN RAPPORTO AL PIL?
    Il rapporto debito-PIL della Cina è ad un mero 37% (l’Italia è al 126%,); tale valore è abbastanza rassicurante, soprattutto se sommato ai quasi 4 trilioni di dollari in riserve valutarie detenute dalla Banca Centrale. Una politica economica espansiva sembra quindi possibile per il regno di mezzo nel qual caso si dovesse intervenire per salvare le istituzioni “too big to fail”.

    Embed from Getty Images

    Ciò che però viene ignorato dai più, però, è che i debiti dei governi locali non sono conteggiati come debito pubblico nazionale e la loro dimensione rischia di mettere in collasso il paese. Anni d’investimenti sbagliati da parte degli ufficiali al governo delle provincie, interessati soltanto a vedere il target del PIL imposto da Beijing soddisfatto al fine di ottenere una promozione, ha generato una montagna di debiti stimati a 17 trilioni di dollari, con un deficit annuale che oscilla dal 10 al 20% in continua crescita (tutte le stime sono, naturalmente, non ufficiali). Ciò che gli investitori credono, erroneamente, è che il governo nazionale sia pronto ad intervenire in caso di default regionale come accade negli Stati Uniti. Tale idea è dovuta dal fatto che nelle economie comuniste sia i depositi bancari che i debiti del governo locale siano garantiti implicitamente. Ciò che preoccupa in questo frangente è la sopracitata assicurazione sui depositi bancari, la quale afferma implicitamente che tale regola non è più in vigore e che potenzialmente potrebbe scatenare il panico.
     
    3. LE STIME DELLA CRESCITA AL RIBSSO INDICANO CHE IL MIRACOLO CINESE E’ FINITO?
    Nonostante le stime al ribasso della crescita – al momento 7.5% ma è possibile che nei prossimi anni il target sia inferiore – l’economia cinese ha ancora molte carte a sua disposizione e molte forze da liberare. L’implementazione di uno stato di diritto, per quanto con caratteristiche cinesi, è destinato ad eliminare uno dei bottleneck più significativi, liberando le energie di imprese domestiche e internazionali che temono l’attuale stato di anarchia nel settore giuridico. La lotta alla corruzione portata avanti dal Presidente Xi da ormai alcuni anni dovrebbe, inoltre, creare un circolo virtuoso destinato a semplificare l’ingombrante macchina della burocrazia cinese – senza dimenticare i risvolti politici che questa lotta gli consente di ottenere. Inoltre, gli sforzi per un’innovazione autoctona, gli investimenti in ricerca e l’alta scolarizzazione assicurano dei grandi ritorni nel medio-lungo periodo.

    Embed from Getty Images

     
    4. PUO’ LO SPIRITO RIFORMISTA DELLA NUOVA LEADERSHIP EVITARE CHE LA BOLLA DEL REAL ESTATE SCOPPI DANNEGGIANDOCI TUTTI?

    Molti economisti, soprattutto a Wall Street, paventano lo scoppio della bolla immobiliare cinese. Il settore delle costruzioni è sicuramente uno dei maggiori settori del gigante asiatico, soprattutto poichè facile destinazione di lavoratori senza un’educazione; resta un fatto, tuttavia, che il numero di abitazioni costruite non è ancora sufficiente a soddisfare la domanda di una crescente popolazione. Il vero pericolo è che, dati i prezzi crescenti, gli unici in grado di acquistare siano i ricchi paperoni che cercano un porto sicuro per i loro investimenti in attesa che le regole dei mercati finanziari si rilassino, lasciando tali case vuote. In prospettiva di una liberalizzazione del sistema bancario e maggiori concessioni di mutui da parte degli attori tradizionali, è possibile aspettarsi che quelle che oggi sono case vuote e città fantasma si riempiano con facilità. Da molti anni si parla, inoltre, dell’implementazione di una tassa sulla casa che possa fare diminuire gli acquisti seriali di appartamenti.

    Embed from Getty Images

    5. ED IL PREZZO DEL PETROLIO?
    Ancora una volta la Cina esce vincitrice da una schermaglia internazionale che non la coinvolge direttamente. La “guerra del petrolio” che vede i paesi produttori in disaccordo sulla quantità di barili da estrarre – o meglio negli obiettivi da perseguire nel medio e lungo termine tramite i prezzi del petrolio – sta avendo effetti positivi sulle economie di Unione Europea e Cina. Quest’ultima utilizza in grandissima parte, nonostante promesse e strategie verdi, prodotti derivanti dal petrolio per soddisfare il suo fabbisogno di energia. L’equazione energia=benessere è tenuta bene in mente ai leader cinesi, i quali possono essere considerati i veri vincitori di questa corsa al ribasso in un momento di rallentamento della loro economia.
    Federico G. Barbuto
    [box type=”shadow” align=”alignleft” ]

    Un chicco in più

    Questo pezzo fa parte de “Il Giro del Mondo in 30 Caffè”, il nostro outlook per il 2015. Lo potete trovare per intero qui. Buona lettura!

    [/box]
    Federico G. Barbuto
    Federico G. Barbuto

    Laureato in Scienze Politiche alla LUISS di Roma, dove ho anche conseguito un MA in International Relations, mi sono trasferito in Cina nel 2012 dove ho ottenuto un MA in Economics presso la Renmin University of China. Dopo aver lavorato in una compagnia di investimenti mi sono trasferito prima in Colombia e poi in Belgio, dove lavoro nel mondo dell’UE.

    Ti potrebbe interessareCORRELATI
    Letture suggerite

    1 commento

    Comments are closed.