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    Gli accordi preliminari di Losanna sul programma nucleare iraniano posso gettare le basi per una vittoria della diplomazia internazionale. Non tutti però sono contenti dell’intesa raggiunta, e diversi attori temono un cambio di strategia in Medio Oriente

    L’INTESA – Pochi giorni fa è stato raggiunto un traguardo importante per la diplomazia internazionale, ciò che Obama ha definito “an historic understanding“. Le potenze del 5+1 (Stati Uniti, Russia, Cina, Regno Unito, Francia e Germania), l’Unione Europea e l’Iran, riunite a Losanna, hanno raggiunto un’intesa di massima per siglare il prossimo Luglio un accordo riguardante il programma nucleare iraniano. Le linee generali del patto sono chiare: se l’Iran si impegnerà a rendere trasparente il suo programma nucleare, dimostrandone l’obiettivo civile e non militare, ed a ridurlo in modo tale da non poter produrre il materiale necessario per un ordigno atomico, la comunità internazionale eliminerà le sanzioni economiche che gravano su Teheran dal 2006 per non aver rispettato i termini del Nuclear Non-Proliferation Treaty.
    Nello specifico, se l’accordo verrà siglato, l’Iran ridurrà di due terzi il numero delle centrifughe per l’arricchimento dell’uranio; non produrrà nuovo materiale fissile e limiterà le scorte di uranio arricchito da 10,000 kg a 300 kg. Allo stesso modo verrà ridotta la produzione di plutonio. Tutte queste operazioni verranno effettuate sotto il rigido controllo della IAEA (International Atomic Energy Agency – Agenzia internazionale per l’energia atomica), che con intrusive e frequenti ispezioni si preoccuperà di verificare la buona fede di Teheran e l’effettivo rispetto dell’intesa. L’obiettivo di questo accordo è semplice: estendere la “breakout capability” (il tempo necessario per ottenere abbastanza materiale fissile per produrre un ordigno nucleare) di Teheran dalle attuali poche settimane a più di un anno, e mantenere questa condizione per almeno 10 anni.

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    Fig. 1: la centrale nucleare di Bushehr sfrutta le acque del Golfo Persico ed è attualmente operativa

    I SOSTENITORI – In primo luogo ad essere favorevole all’accordo è proprio il Governo iraniano di Hassan Rohani: le sanzioni imposte dalla comunità internazionale mettono da tempo in difficoltà l’economia di Teheran, largamente dipendente dallo sfruttamento e l’esportazione di risorse energetiche. Le restrizioni hanno infatti minato in maniera rilevante l’export di petrolio e gas, nonché l’importazione di tecnologia necessaria all’utilizzo di tali risorse. Infatti Rohani chiede in maniera pressante di eliminare la totalità delle sanzioni al momento della sigla del patto. Più cauti gli statunitensi, che preferirebbero un processo graduale, collegato alla dimostrazione dell’effettivo rispetto delle limitazioni stabilite.
    L’accordo si presenterebbe inoltre come una grande vittoria politica e diplomatica dell’amministrazione Obama, che ha affidato la guida dei dialoghi al suo Segretario di Stato John Kerry. Il Presidente degli Stati Uniti è convinto che in seguito al patto la regione sarà più sicura, e che la riduzione delle sanzioni contro Teheran siano il giusto prezzo da pagare per avere la possibilità di controllare il programma nucleare iraniano, conoscendone i limiti e le possibilità. In un recente discorso Obama ha difatti esortato a rispondere in questo modo agli eventuali detrattori: “Credete davvero che questo accordo verificabile, se totalmente implementato, e sostenuto dalle maggiori potenze del mondo, sia un’opzione peggiore del rischio di un’altra guerra in Medio Oriente?”
    Infine ampio sostegno all’intesa viene dall’Unione Europa, ed in particolare dall’Italia, in quanto importante partner commerciale di Teheran. Dal 2006, anno dell’inizio delle sanzioni, si è valutato che il nostro Paese abbia perso miliardi di euro in esportazioni di meccanica strumentale verso l’Iran ed abbia subito un impatto notevole a causa dell’embargo del 2012 dell’import petrolifero.

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    Fig. 2: un’immagine degli accordi di Losanna, con Federica Mogherini in veste Alto Rappresentante per la politica estera e la sicurezza dell’Unione Europea 

    I DETRATTORI INTERNI: IL CONGRESSO USA – La strada verso la firma degli accordi è ancora lunga e tortuosa, nonostante l’importante intesa di Losanna dei giorni scorsi. Molti sono i detrattori di cui il Presidente Obama deve tener conto, sia dentro che fuori gli Stati Uniti. Di certo sarà difficile convincere i Repubblicani, contrari a patti con un Paese ritenuto infido e sostenitore del terrorismo internazionale, nonché il Congresso tutto, di cui Obama non ha più da tempo il controllo. Difatti la Commissione Esteri, presieduta dal Repubblicano Bob Corker, ha approvato unanimemente un provvedimento bipartisan che lascerà al Congresso l’ultima parola sull’intesa con l’Iran e la possibilità di rivedere la stessa. Nonostante l’accordo con Teheran non richieda l’approvazione formale del Senato, il pomo della discordia riguarda proprio le sanzioni economiche, su cui il Congresso deve avere l’ultima parola. Per Rohani esse dovrebbero essere totali ed immediate, mentre il Congresso preme per una soluzione graduale e non definitiva, che preveda fasi progressive di implementazione. Se i contrasti interni dovessero portare ad un fallimento degli accordi, sarebbe una seria sconfitta per il Presidente Obama, che ha sottolineato come la posta in gioco sia più rilevante dei dissidi politici.

    I DETRATTORI ESTERNI: ISRAELE E ARABIA SAUDITA – L’intesa sul programma nucleare iraniano lascia perplessi molti attori dello scacchiere mediorientale. Primo tra tutti Nethanyahu, che vede gli accordi come una minaccia all’esistenza di Israele, se la strada dovesse portare, anche in un futuro non troppo prossimo, alla dotazione dell’arma nucleare per Teheran. Non meno preoccupati sono gli alleati statunitensi del Golfo Persico, prima tra tutti l’Arabia Saudita, che non vede di buon occhio la stretta di mano tra gli Stati Uniti e l’eterno competitor regionale persiano, specie nell’attuale momento di acute frizioni che si manifestano con lo scontro militare nel territorio yemenita. Al fine di evitare fraintendimenti, Obama ha rassicurato che la sicurezza statunitense e quella dei propri alleati è la prima delle sue preoccupazioni, rinvigorendo la volontà di supportare costantemente, anche in termini di aiuto militare, i propri partner del Golfo e Israele.
    Contrari all’accordo sono gli iraniani più radicali, avversi ad un’alleanza politica e diplomatica con gli Stati Uniti. Ruolo fondamentale è coperto dall’Iranian Revolutionary Guard, che detiene il controllo dei siti militari che dovrebbero essere ispezionati dalla IAEA, e che difficilmente accetteranno questa opzione di buon grado.

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    Fig. 3: il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu già in un discorso alle Nazioni Unite del 2012 mostrò tutte le sue preoccupazioni per il programma nucleare iraniano 

    LA DOTTRINA OBAMA IN MEDIO ORIENTE – Gli accordi sul nucleare iraniano sono un test importante per la dottrina Obama, basata su uno smart power particolarmente soft e sulla primazia della soluzione diplomatica. Se l’intesa dovesse prendere forma e dovesse essere applicata positivamente, dimostrerebbe le capacità della diplomazia, se sostenuta da ferree e coese sanzioni della comunità internazionale, nell’ottenere risultati dialogando costruttivamente anche con un interlocutore solitamente fermo su posizioni intransigenti.  In quest’ottica gli accordi andrebbero visti come ciò che effettivamente sono: un’intesa finalizzata al controllo degli armamenti di un avversario, non una dichiarazione di amicizia. Nonostante le preoccupazioni saudite ed israeliane, sembra esserci poco spazio per un cambio di strategia e di partner nel Medio Oriente da parte degli Stati Uniti. Gli accordi multilaterali e con ampio supporto delle maggiori potenze mondiali, se implementati e rispettati, permetterebbero di avere una visione più trasparente del programma nucleare iraniano, controllando ed allontanando nel tempo il rischio di break-out.  La sicurezza del Medio Oriente è sempre al centro dell’agenda statunitense ed essa sembra passare sempre attraverso la cooperazione e le special relationships con gli storici alleati dell’area. Non cambiano quindi gli obiettivi, ma può variare la postura finalizzata al raggiungerli, che in questo caso si manifesta meno offensiva e più diplomatica.

    Marco Spada

    [box type=”shadow” align=”” class=”” width=””]Un chicco in più

    In questo documento presentato dalla Casa Bianca è possibile vedere il discorso di Obama in merito agli accordi raggiunti, nonché approfondire i dettagli del Joint Comprehensive Plan of Action on Iran’s Nuclear Program

    Per ulteriori approfondimenti sull’Iran consigliamo inoltre, sulle nostre pagine:

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    Foto: usembvienna

    Marco Spada
    Marco Spada

    Nativo digitale, nostalgico analogico; classe ’86, romano, ex difensore dai piedi buoni. Appassionato di politica internazionale, di cucina, di calcio e di tutte le loro naturali degenerazioni. Laureato in Relazioni Internazionali con una tesi riguardante la guerra cibernetica. Il mio percorso di studi, anche al di fuori del curriculum accademico, si è focalizzato sui conflitti, sulla strategia e sulle tematiche di sicurezza

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    1 commento

    1. La domanda da porsi: per costruire un ordigno nucleare è necessaria una massa critica di uranio 235?
      La risposta è no!  Lo sanno benissimo gli USA che il 27 febbraio 1991 hanno sganciato nella regione di Bassora un “ordigno nucleare a potenza variabile” (da 5 kton) che ha posto fine al Desert Storm ed è chiaro anche agli israeliani che hanno sganciato analogo ordigno il 26 agosto 2006 a Khiam, nel Libano, dopo aversi sbarazzato, ovviamente per errore, di una postazione di caschi blu nella zona.
      Questo tipo di ordigni non hanno necessità né di massa critica né di uranio fortemente arricchito; uranio a basso arricchimento può essere “caricato” con deuterio, al momento opportuno una piccola esplosione induce l’effetto Bridgman, i nuclei di deuterio vengono così fusi liberando la loro energia di fusione capace di fissionare gli atomi di uranio 235; questo spiega anche come la bomba può essere modulata.
      Le esternazioni e le menzogne dei vari Netanyahu o dei falchi del congresso sono solo sceneggiate a beneficio di un’opinione pubblica non competente, probabilmente per giustificare un futuro intervento militare.

      Quasi sicuramente l’Iran, e non solo questo paese, ma con questo molti altri, avranno i loro ordigni nucleari variabili, che però non hanno potuto sperimentare sufficientemente perché lasciano una firma abbastanza evidente: un terremoto di superficie di 4 o 5 gradi della scala Richter che può essere rilevato a migliaia di km di distanza.

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