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    Cos’è davvero la Cina? Intervista a. Prof. Domenico Losurdo (2)

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    Prosegue il nostro speciale sulla Cina, volto ad indagare, al di là di facili semplificazioni e deformazioni della prospettiva occidentale, le vere caratteristiche del suo sistema politico. Ecco la seconda (e ultima) parte dell’intervista al Prof. Domenico Losurdo, esperto di questioni cinesi e Professore Emerito all’Università di Urbino.

    (Seconda parte) 

    Ormai si comincia a capire sempre di più l’importanza del motore cinese per tutti, ma lo si apprezza quasi esclusivamente sul piano economico, non su quello politico.

    Gli interventi energici dello stato nell’economia e il peso persistente dell’economia pubblica hanno svolto un ruolo essenziale nel prolungato miracolo economico, ma tutto ciò non sarebbe stato possibile se in Cina a esercitare il potere politico fosse la borghesia capitalistica. Secondo Deng la borghesia in Cina non deve trasformarsi da classe in sé a classe per sé. La differenza tra classe in sé e classe per sé è un tema marxiano classico. Deng lo applica alla borghesia, che in Cina non esercita il potere politico e non ha gli strumenti né per la conquista del potere né per diventare classe per sé.

    A questo punto, cosa risponde alle critiche di autoritarismo? Siamo realmente di fronte a un sistema autoritario?

    La Cina di Deng ha prodotto una grande innovazione teorica rispetto al passato. Nella storia del socialismo le libertà liberali, le libertà di pensiero, parola, associazione ecc., sono state quasi sempre considerate libertà formali borghesi. Non gli si attribuiva alcun valore. Invece, da Deng in poi si è detto che bisognava costituire uno stato di diritto. Tale costruzione, però, non avviene nel vuoto. Alexander Hamilton ha osservato che, se non c’è sicurezza geopolitica, non si può sviluppare uno stato di diritto. La mia prima osservazione è questa: coloro che in Occidente fanno la predica alla Cina, asserendo che la rule of law non è sufficientemente sviluppata, sono proprio coloro che sono responsabili dello scarso sviluppo del governo della legge: sottoponendo la Cina (o un qualsiasi altro Paese) a un accerchiamento militare, è evidente che si rende più difficile lo sviluppo democratico e il governo della legge. Nel mio libro La sinistra assente (cap. 5.8) ho citato uno studioso (Aaron L. Friedberg) che è stato consigliere del vice-presidente Dick Cheney e che non ha difficoltà a riconoscere: sino a qualche tempo fa gli USA con le loro forze navali e aree violavano «con impunità» e senza scrupoli «lo spazio aereo e le acque territoriali della Cina». Ai giorni nostri queste violazioni sono diventate più difficili, ed ecco allora il «pivot», lo spostamento nel Pacifico del più mastodontico apparato militare che la storia abbia visto. Probabilmente il consolidamento dello stato di diritto sarebbe in Cina più spedito se non ci fosse la pressione geopolitica, recentemente esemplificata dalla strategia del pivot asiatico lanciata da Obama.

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    Fig. 1 – Lo storico incontro tra Mao e il Presidente USA Nixon

    In alcuni articoli ho sostenuto ripetutamente che se i Paesi facenti capo al sistema US-NATO proseguono nel mantenere una influenza militare ed economica in numerose regioni del mondo, potrebbe divenire inevitabile per la Cina spingere l’acceleratore anche sul potenziamento militare al fine di non farsi trovare impreparata…

    Quando invoca il varo della costituzione federale e quindi si oppone all’emergere di più stati nel Nord-America, Hamilton afferma che se non si crea uno stato realmente unitario e se emergeranno stati fra loro concorrenti, nel continente americano si verificherà il ritorno della monarchia assoluta e del potere dispotico (proprio dell’Europa continentale). Hamilton attribuisce il rapido sviluppo del governo della legge negli USA non alla superiore saggezza politica degli americani, bensì alla fondamentale sicurezza geopolitica del Paese, protetto da due oceani e senza grandi pericoli ai propri confini. La rule of law in Cina dovrà sicuramente progredire, ma ciò potrà avvenire tanto più rapidamente quanto più si rafforzerà la sicurezza geopolitica. Parlare di sistema autoritario a proposito della Cina è un errore anche da un altro punto di vista. Un Paese autoritario è un Paese che ha scarsi contatti col mondo esterno. Ebbene, se noi analizziamo la classe dirigente cinese in senso lato – i dirigenti politici, ma anche i ceti intellettuali e imprenditoriali – vediamo che essa si forma molto spesso all’estero, e in modo particolare negli USA. È da aggiungere che nelle Università cinesi insegnano un gran numero di visiting professors statunitensi e occidentali. La classe colta cinese sa dell’Occidente molto più di quello che la classe colta occidentale sa della Cina. Ciò è riconosciuto anche da personalità quali Henry Kissinger e Helmut Schmidt.

    Dal suo punto di vista, questo interscambio continua a crescere, oppure, alla luce della maggior forza del sistema cinese (ad es. lo sviluppo del sistema universitario), molti dirigenti cominciano ad avere più opportunità in patria?

    Per quanto riguarda la Cina, lo studio all’estero non diminuisce in alcun modo, al contrario; ma ora cresce la percentuale degli intellettuali che fanno ritorno in patria. Sulla diversa formazione dei ceti intellettuali e politici in Cina e in Occidente vorrei richiamare l’attenzione su un altro punto. Kissinger ha osservato che le classi governanti in Occidente si formano soprattutto sul piano retorico ed oratorio, mentre in Cina la selezione della classe dirigente avviene in base alle pratiche di governo. Basti pensare – aggiungo io – alla lunga carriera di Xi Jinping: egli ha avuto moltissime esperienze di governo a ogni livello prima di giungere ai vertici del Paese, e per un certo periodo ha soggiornato anche negli USA. Questa è una situazione di vantaggio del gruppo dirigente cinese e ciò viene riconosciuto anche in Occidente. E’ difficile negare che da Deng in poi il PCC abbia forgiato gruppi dirigenti di eccellente qualità. E’ pur vero, peraltro, che la Cina è esposta molto di più alle influenze occidentali di quanto non lo sia l’Occidente rispetto alla Cina e che sul piano retorico i dirigenti cinesi non sono così brillanti come i loro omologhi occidentali.

    Insomma la Cina si è aperta molto, come in passato, al fine di perseguire l’interesse nazionale. Allo stesso tempo, si potrebbe asserire che negli ultimi decenni la Cina si sia aperta un po’ troppo. In altre parole, è facile penetrare e destabilizzare un Paese quando vi sono troppi varchi…

    Nel mio libro La sinistra assente (cap. 6.9 e 6.10) ho richiamato l’attenzione sul peso spesso anche economico e organizzativo ma in ogni caso ideologico che l’Occidente e gli USA esercitano su organismi e circoli che amano atteggiarsi rispettivamente a giudici e a vittime. È ora di demitizzare una volta per sempre le ONG e i «dissidenti» vari. Voglio qui limitarmi a un esempio. Autorevoli e insospettabili storici occidentali definiscono il periodo «degli anni 1850-1950» (in pratica dalle guerre dell’oppio alla fondazione della Repubblica popolare) come il periodo della «Cina crocifissa». Per dirla con Jacques Gernet, «senza dubbio il numero delle vittime nella storia del mondo non è stato mai tanto elevato». Ebbene, ecco il «dissidente» Liu Xiaobo propagandare la tesi secondo cui la tragedia della Cina è di non aver conosciuto un periodo di dominio coloniale sufficientemente lungo (ed eccolo invocare indirettamente una più forte pressione occidentale sul governo di Pechino). In Occidente nessuno grida allo scandalo per la galera inflitta a quanti mettono in dubbio questo o quel particolare dell’olocausto ebraico ma ci si strappa le vesti per la galera inflitta a chi vorrebbe prolungare il periodo della «Cina crocifissa». Pur essendo un campione del colonialismo (e dunque delle guerre coloniali), Liu Xiaobo ha conseguito il Premio Nobel per la Pace!

     

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    Fig. 2 – Lo sviluppo economico cinese: utile per equilibrare i rapporti di forza globali?

    Tornando sulla definizione/comprensione del sistema cinese…

    Ritengo corretta la definizione dei dirigenti cinesi: la Cina si trova allo stadio primario del socialismo, destinato a durare per alcuni decenni. È una definizione che riconosce quanto di capitalista c’è nei rapporti sociali vigenti, ma anche quanto fortemente il Paese sia impegnato in un processo di costruzione di una società postcapitalistica. Dobbiamo prendere atto che il socialismo si sviluppa attraverso un faticoso processo di apprendimento. Non sono adeguate né la categoria di tradimento né quella di fallimento. Non ha senso fare valere tali categorie per un paese e per un partito che, dopo aver contribuito potentemente alla vittoria della rivoluzione anticolonialista mondiale, stanno oggi mettendo fortemente in discussione anche il neocolonialismo praticato dall’Occidente e dagli USA.

    E sulla pianificazione?

    Credo che in Cina la pianificazione svolga un ruolo importante. C’è stato certamente un processo di riduzione della sfera di proprietà statale, ma questa continua a esercitare una funzione dirigente. Se ci chiediamo il perché della riduzione, ci sono due aspetti da prendere in considerazione: uno interno e l’altro internazionale. All’interno occorreva inserire elementi di competizione, mettere fine al disimpegno di massa e all’anarchia che si verificavano sui luoghi di lavoro. Sul piano internazionale, non si deve perdere di vista l’embargo tecnologico che l’Occidente e soprattutto gli USA continuano a mettere in atto contro la Cina (lunga è la lista di prodotti high tech la cui esportazione nel grande paese asiatico è vietata, così come a maggior ragione è vietata l’acquisizione da parte della Cina di aziende occidentali e statunitensi high tech): questo embargo diventa particolarmente occhiuto e pressante ai danni delle aziende statali cinesi. In questo senso, la privatizzazione è una misura di aggiramento dell’embargo. È da aggiungere che non si possono confondere le aziende private cinesi con quelle occidentali. Per esperienza personale: in Cina sono più volte entrato in fabbriche private e ho constatato l’evidenza riservata alle foto dei membri del Comitato di partito, che chiaramente costituisce una sorta di contropotere rispetto alla proprietà privata. Tanto più che questa per i finanziamenti continua largamente a dipendere dalle Banche statali. Infine, è vero che l’area dell’economia statale ha conosciuto una netta riduzione, ma questa area ha ora raggiunto un’alta efficienza. Le aziende statali cinesi (si pensi in particolare all’energia, alle telecomunicazioni, ai trasporti, al sistema bancario) sono in grado di competere vittoriosamente sul mercato mondiale. Ciò non si era mai verificato nella storia della costruzione di una società postcapitalistica.

    Anche in questo caso non si tratta di un sistema autoritario, ma più evoluto. Si tratta di un sistema che lascia spazio all’impresa privata, purché rientri negli obiettivi politico-strategici di medio e lungo termine. Insomma, si mettono regole, paletti e controlli in funzione dell’interesse nazionale. Oltre a ciò, possiamo dire che c’è anche un’autentica fedeltà degli imprenditori privati allo Stato?

    Il sentimento patriottico svolge un ruolo importante. Quando in una fabbrica si conseguono risultati rilevanti per quanto riguarda l’innovazione tecnologica e la rottura di un monopolio tecnologico sino a quel momento detenuto dall’Occidente, c’è una celebrazione corale per il successo conseguito e per il rafforzamento dell’indipendenza economica e tecnologica del Paese. Persino i cinesi d’oltremare partecipano a iniziative promosse dal governo di Pechino.

    La Cina potrebbe divenire una reale alternativa ai sistemi capitalistici?

    La Cina sta costruendo un’alternativa rispetto al tradizionale ordinamento internazionale che vedeva l’Occidente detenere il monopolio della tecnologia, confinando il Terzo Mondo al ruolo di erogatore di materie prime e di forza-lavoro a basso costo e di prodotti a basso contenuto tecnologico. Grazie al prodigioso sviluppo economico e tecnologico della Cina, il precedente modello di divisione internazionale del lavoro sta cadendo in crisi, ma la sinistra populista non presta alcuna attenzione a questa gigantesca trasformazione ovvero a questa grande rivoluzione. Sinistra populista è quella (ben presente in un quotidiano pur indispensabile com’è Il manifesto) che sarebbe pronta a versare fiumi di lacrime se dalla Cina provenissero decine di milioni di migranti affamati e disperati, ma che è incapace di riconoscere il merito di un gruppo dirigente che, avendo sviluppato in modo prodigioso l’economia del paese, ha prevenuto e reso impossibile la tragedia di masse disperate costrette a cercare la via di scampo in un’emigrazione a tutti i costi.

    La Cina è più cooperativa e pacifica delle potenze occidentali?

    Conducendo la più grande rivoluzione anticolonialista della storia, la Cina ha contribuito potentemente al rovesciamento del sistema coloniale classico; ai giorni nostri, come ho già spiegato, sta mettendo in discussione il neocolonialismo già sul piano economico. Ora dobbiamo considerare l’aspetto politico. Nella misura in cui l’Occidente attribuisce a se stesso il diritto di intervenire militarmente in ogni angolo del mondo, senza l’autorizzazione del Consiglio di sicurezza dell’ONU, di fatto continua a collocarsi sulla scia del colonialismo e dell’imperialismo. Conviene tener presente una definizione che Lenin dà dell’imperialismo: è il sistema in base al quale un piccolo gruppo di «nazioni elette» rivendica a se stesse il diritto all’indipendenza statale e nazionale, che nega invece alle altre. I presidenti statunitensi parlano del loro Paese come dell’unica «nazione indispensabile», come della nazione eletta da Dio, col compito di guidare il mondo: è la negazione del principio di uguaglianza tra popoli; ebbene, se ci chiediamo qual è il Paese che si batte di più per la democratizzazione dei rapporti internazionali, a mio avviso si tratta proprio della Cina. Prima ancora che sul piano politico, essa lo fa sul piano economico. Se fino a qualche tempo fa le potenze occidentali potevano scatenare embarghi con un forte potere di ricatto su intere nazioni, oggi l’efficacia di questi strumenti di pressione si è ridotta significativamente, anche a seguito dello sviluppo economico e commerciale del grande paese asiatico.

    Quali sono le debolezze del sistema? Quali i margini di un’involuzione?

    Ci siamo sbarazzati della certezza del futuro luminoso garantito dalla filosofia della storia. Se è un errore grossolano partire dal presupposto che in Cina sia già avvenuta una restaurazione del capitalismo, sarebbe fatuo partire dal presupposto che la causa del socialismo abbia già vinto. C’è una pressione internazionale e interna sul socialismo cinese per fargli cambiare natura. Si pensi al TPP – da più analisti definito una «Nato economica» e per il quale Obama ha ottenuto il fast track – che esclude la Cina e la pone dinnanzi al seguente ricatto: o resti esclusa (e rischi di essere marginalizzata rispetto al commercio mondiale), oppure per partecipare devi privatizzare largamente l’industria statale… E’ chiaro che questa pressione dell’imperialismo può contare anche su forze interne alla Cina. Essa è ancora molto debole sul piano multimediale. Sì, anche in questo caso la Cina ha grandi progetti all’insegna dei tempi lunghi: prima o dopo spera di scalzare l’industria cinematografica di Hollywood, che è in grado di esercitare a livello mondiale un enorme condizionamento ideologico e politico. Ma per ora il soft power della Cina è ancora molto debole. Essa è costretta a giocare in difesa. Gli USA pensavano di inondare col loro materiale la rete di Internet anche in Cina. Non ci sono riusciti perché l’espropriazione politica della borghesia di cui ho già parlato consente a Pechino di promuovere un’efficace difesa della sovranità nazionale e del socialismo dalle caratteristiche cinesi. L’Occidente afferma di voler la «democratizzazione» del grande Paese asiatico; in realtà, vuole promuovere la plutocratizzazione che si è già prodotta o sta avanzando a passi da gigante negli USA e in Europa.

    (Fine)

    Fabio Massimo Parenti

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    Un chicco in più

    Domenico Losurdo è professore emerito (Università di Urbino) e dottore h.c. (Università di Niteroi-Rio de Janeiro).  Tra le sue pubblicazioni, ampiamente tradotte all’estero, ricordiamo quelle più recenti: La lotta di classe. Una storia politica e filosofica, Laterza, Roma-Bari, 2013; La sinistra assente. Crisi, società dello spettacolo, guerra, Carocci, Roma, 2014; Il revisionismo storico. Problemi e miti, nuova ed. ampliata, Laterza, Roma-Bari, 2015.

    Rileggi qui le altre puntate dello speciale “Comprendere la Cina – Oltre la prospettiva occidentale

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    Foto: zhangjing2013

    Fabio Massimo Parenti
    Fabio Massimo Parenti

    Ho avuto la fortuna di nascere a Roma, dove vivo da quasi 40 anni. Nel corso del tempo l’amore per la mia città si è esteso ad altri luoghi e paesi, come il Vietnam e la Cina. L’impegno e la passione costante per lo studio – insieme al fondamentale sostegno della mia compagna Ferdinanda e, più recentemente, dei nostri meravigliosi figli, Priscilla e Diego – mi hanno sempre accompagnato nel percorso scientifico-professionale. Oggi Professore associato in Geografia, sono laureato in Geografia all’Università la “Sapienza”, ho acquisito i titoli di Dottore di ricerca in Geopolitica e Geoeconomia all’Università di Trieste, di cultore della materia in Geografia Politica all’Università del Molise e di Affiliate Lecturer al Marist College di New York.

    Attualmente insegno The Global Political Economy, Globalization, Global Financial Markets, China’s Development e War and Media presso l’Italian International Institute “Lorenzo de ‘Medici” e tengo lezioni e seminari presso varie sedi accademiche e istituzionali. Infine, borse di studio post-laurea e progetti di ricerca nazionali hanno arricchito le mie esperienze di ricerca su tematiche di geografia economico-politica e geopolitica.

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    1 commento

    1. Una visione sicuramente “diversa”.
      Purtroppo, nel “puzzle cinese”, molte sono le tessere; se da una parte ritengo anch’io che più poli di sviluppo siano una garanzia di maggiore pluralismo nel Mondo, e che molte delle critiche occidentali rivolte alla Cina siano amplificate più che altro per questioni di politica estera e rivalità economica, dall’altra mi lasciano perplesso l’atteggiamento così strettamente dirigista delle autorità locali (per esempio il vago ma inquietante progetto di un Indice di Credito Sociale per i cittadini:http://www.fastcoexist.com/3050606/china-is-building-the-mother-of-all-reputation-systems-to-monitor-citizen-behavior?partner=rss), e la dura repressione di ogni voce critica (cosa che peraltro, purtroppo, avviene anche in molti altri Paesi). Inoltre, credo sia ingiusto considerare tutti i “dissidenti” come semplici pedine filo-USA.
      Al di là della “borghesia” vista come un nemico da tenere costantemente sotto controllo con ogni mezzo, dubito che il cittadino cinese medio sia entusiasta di ogni singola decisione presa dal Partito.
      Democrazia non significa necessariamente capitalismo o parlamentarismo, ma sarebbe bello vedere Pechino coinvolgere – in modo anche graduale – i propri cittadini, renderli in qualche modo più partecipi e attivi, senza il timore di subire discriminazioni o violenze per la semplice espressione di un’opinione.
      Ciò detto, a ciascuno il proprio percorso: “esportare” la democrazia è un ossimoro, e se il popolo Cinese vede nell’attuale sistema politico la soluzione più adatta al proprio Paese e ai propri obiettivi, è giusto che i governi occidentali desistano dai loro (poco altruistici) propositi.

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