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martedì 21 Settembre 2021

Le proteste a Cuba, un intreccio tra crisi economica e sanitaria

In breve

  • Proteste senza precedenti mettono in allarme il Governo cubano, che ha già promesso concessioni.
  • Le ragioni alla base delle proteste sono la penuria di generi alimentari e medicine, aggravata dalla crisi economica determinata – anche – dalla pandemia.
  • Il Governo ha ancora controllo e consenso ma, mai come stavolta, sembrano necessari esercizi di autocritica e dialogo con le sacche di dissenso. 

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In 3 sorsi – Partite da San Antonio de los Baños, le proteste si sono estese a varie città del Paese. Con il settore turistico fermo da un anno e mezzo e una congiuntura internazionale particolarmente sfavorevole, la crisi economica ha determinato un peggioramento delle condizioni di vita per molti.

1. IL MALESSERA CRESCENTE

A partire da domenica 11 luglio sono cominciate a Cuba proteste senza precedenti contro il Governo. La prima città nella quale le manifestazioni sono divampate è stata San Antonio de los Baños, nella provincia di Artemisa. Il malessere dovuto alla crisi economica ed alle relative ripercussioni era in crescita da tempo, ma le proteste hanno colto di sorpresa un po’ tutti. La reazione del Governo ha portato a centinaia di arresti, ma non è stata particolarmente violenta come accaduto in Colombia. Piuttosto, serpeggia tra i vertici una certa preoccupazione, come evidenziato dalla retorica complottista, e ancora manca una vera autocritica da parte dei leader cubani.  
Negli ultimi giorni, tuttavia, il Presidente Miguel Díaz-Canel ha manifestato posizioni più concilianti, ammettendo le colpe del Governo e promettendo concessioni. In tal senso, il Primo Ministro Manuel Marrero ha annunciato che i cittadini cubani in viaggio all’estero possono portare sull’isola prodotti per l’igiene, cibo e medicinali, tradizionalmente articoli difficili da reperire a Cuba. 

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Fig. 1 – Proteste a Cuba. Una macchina della polizia accanto ad una delle iconiche vetture cubane lungo l’Avenida del Prado, L’Avana, 21 luglio 2021

2. CRISI ALIMENTARE E COVID-19

Le micce che hanno innescato le proteste sono varie, ma le più immediate sono riconducibili alla scarsità di generi alimentari e alla gestione della pandemia. Cuba importa il 70% del proprio fabbisogno alimentare, ma la pandemia e la conseguente crisi economica hanno concorso a determinare la scarsità di cibo alla quale si assiste in questi giorni. Il PIL cubano si è ridotto dell’11% nel 2020 ed il canale principale per ottenere valute forti come il dollaro o l’euro – il turismo – è fermo da ormai un anno e mezzo. Dal punto di vista sanitario, invece, sebbene Cuba sia riconosciuta a livello mondiale come un’eccellenza in campo medico, i macchinari ed i relativi pezzi di ricambio scarseggiano, soprattutto a causa dell’embargo imposto dagli Stati Uniti. Il Paese caraibico aveva fatto registrare performances invidiabili nella gestione della pandemia, mettendo in atto misure di contenimento rigide ed un meccanismo di tracciamento molto efficace, arrivando anche a sviluppare (finora) 2 vaccini: Soberana 02 e Abdala.  Nelle ultime settimane, tuttavia, i contagi sono aumentati in maniera vertiginosa, così come il numero di morti giornaliero, che fino alla fine di giugno oscillava tra 10 e 15. Oltre a ciò, Cuba è stata danneggiata anche da altri fattori – domestici e non. Il prezzo dei generi alimentari è aumentato considerevolmente in tutto il mondo, il Venezuela – tradizionale alleato di Cuba e suo venditore di petrolio a prezzi favorevoli – attraversa una crisi epocale, e l’ultimo raccolto di canna da zucchero, il monocultivo cubano, è stato particolarmente scarso.

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Fig. 2 – Due persone camminano accanto ad un graffito raffigurante Ernesto Che Guevara, L’Avana, 15 luglio 2021

3. IL RUOLO DEI SOCIAL E IL DIALOGO NECESSARIO

A fare da catalizzatore del movimento di protesta sono sicuramente i social media. Fino al dicembre 2018 a Cuba non vi era una connessione dati sui telefoni cellulari, per cui gli utenti erano costretti a collegarsi alla rete mediante apposite card e soltanto negli spazi adibiti – perlopiù parchi pubblici. 2 anni e mezzo dopo, i manifestanti sono in grado di organizzarsi con tempestività ed efficienza. Gli Stati Uniti, dal canto loro, guardano con occhio interessato a quanto accade qualche miglio più a sud delle proprie coste – e non potrebbe essere altrimenti – ma, come previsto, non sono in agenda azioni eclatanti. Inoltre, il democratico Biden non sembra avere per ora intenzione di cancellare le durissime sanzioni ai danni di Cuba imposte dal suo predecessore, ma ne ha anzi annunciate di nuove.
Díaz-Canel, nelle ultime uscite pubbliche, ha cercato di rifarsi alla classica retorica rivoluzionaria, mentre il ministro dell’Economia Alejandro Gil annunciava l’introduzione di misure meno restrittive per l’apertura di piccole e medie imprese. Per ora il Governo sembra avere ancora in mano la situazione, oltre ad una discreta base di consenso. Molto passerà, tuttavia, dalla sua capacità di saper dialogare con quei settori che hanno chiaramente manifestato un dissenso (vedi anche le rivendicazioni del Movimiento San Isidro). I movimenti di questi giorni, fondamentalmente spontanei e per questo disorganizzati, potrebbero ripresentarsi in futuro in forma più strutturata e, soprattutto, con un leader a dar loro un’unica voce.

Michele Pentorieri

Photo by Matthias Oben is licensed under CC0

Michele Pentorieri
Michele Pentorieri

Nato a Napoli nel 1991, ho conseguito la laurea triennale in Scienze Politiche all’Orientale di Napoli e quella magistrale in Relazioni Internazionali alla LUISS. Trasferitomi a Londra per un anno, ho studiato presso la UCL, ottenendo un MA in Human Rights. Da sempre appassionato di Relazioni Internazionali ed America Latina, ho anche lavorato a Cuba ed in Colombia, dove ho avuto modo di coltivare una delle altre mie passioni: il caffè.

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