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martedì 21 Settembre 2021

Reportage dalla Bielorussia (I): la nuova “guerra fredda” di Lukashenko

In breve

  • Lukashenko usa i migranti come arma di vendetta nei confronti dell’Occidente.
  • In Bielorussia i mezzi di comunicazioni di massa sono ancorati a una retorica da Guerra Fredda.
  • La storia di Muhamed, che dall’Iraq è partito alla volta di Minsk con la speranza di arrivare illegalemente in Lituania, esemplifica bene la situazione nel Paese ex sovietico.

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AnalisiIl Presidente Lukashenko sta usando i migranti come arma di vendetta nei confronti dell’Occidente dopo l’imposizione delle sanzioni economiche verso il suo Paese. La Guerra Fredda sembra non essere mai finita.

MUHAMED A MINSK

Muhamed si guarda intorno spaesato: la luce forte del sole che si riflette sulle pareti di vetro dell’aeroporto internazionale di Minsk lo acceca e non gli permette di distinguere la fermata dell’autobus che collega il principale scalo bielorusso al centro della città. Muhamed è appena sbarcato dal volo di linea da Baghdad. Ha lo guardo timido, gli occhi neri e una barba corta e pungente. Indossa un maglione di lana, i 20 gradi estivi di Minsk gli ricordano l’inverno iracheno. Solo dopo aver sorseggiato un tè preso al distibutore automatico, si rilassa e racconta la propria storia: “Ero nella mia città, a Diwaniyah, bevevo il tè, un vero tè, non come questo della macchinetta… ero con gli amici, avevamo appena terminato la giornata lavorativa in un cantiere edile della periferia. Non ho un impiego fisso in Iraq, lavoro dove e quando mi chiamano. Il padrone del ristorante in cui eravamo ci ha detto della possibilità di volare da Baghdad a Minsk. Da lì la frontiera lituana è a poco mеno di due ore di autobus. Ci sono alcune agenzie turistiche che organizzano il viaggio, senza troppe spese e complicazioni burocratiche. Ci hanno anche detto che i poliziotti di frontiera bielorussi, quando vedono i migranti, si voltano dall’altra parte. Bisogna solo eludere la sorveglianza dei lituani. Sono partito quasi subito ed eccomi qui… Ufficialmente sono un turista, ma al più presto vado in Lituania. Da lì spero di riuscire a raggiungere la Germania”. Un altro gruppo di iracheni si unisce a Muhamed: sono arrivati con lo stesso aereo, decidono di andare insieme a Minsk, di cercare un ostello e poi di tentare la fortuna verso l’UE. Mentre parlano fra di loro ad alta voce, salgono sull’autobus giallo che, con un rombo, lascia la piazzola di parcheggio; il silenzio si impossessa dell’intero aeroporto. In lontanza si sentono soltanto il ronzio sordo di un aereo che rulla sulla pista e il cinguettio dei passeri che beccano a turno quel che resta di un tramezzino dimenticato da qualcuno su una panchina vicino a una delle porte di ingresso dello scalo.

Fig. 1 – La Fortezza di Brest | Foto: Christian Eccher

LA VENDETTA DI LUKASHENKO

L’arrivo dei migranti in Bielorussia è parte della strategia adottata dal Presidente Alexandr Lukashenko per punire l’Unione Europea, che ha introdotto sanzioni economiche contro Minsk dopo il dirottamente il 23 maggio scorso del volo Ryanair partito da Atene a diretto a Vilnius. Con la scusa di un allarme bomba le Autorità bielorusse hanno costretto il Boeing 737 della compagnia irlandese ad atterrare a Minsk. Sul velivolo non sono stati trovati ordigni, ma il dissidente Roman Protashevich, che era a bordo, è stato costretto a scendere ed è stato arrestato. Lukashenko mira a inondare di migranti l’UE e in particolare la Lituania, che ospita molti oppositori scappati dal Paese dopo la repressione delle rivolte popolari del 2020. Il Governo di Vilnius, però, non sembra essere disposto a tollerare ulteriormente l’arrivo dei clandestini e, complice anche la pressione dei partiti di estrema destra che aizzano il malcontento popolare, ha iniziato a usare la forza: cannoni ad acqua, proiettili di gomma, cani sguinzagliati lungo la linea di confine rendono difficile l’entrata nell’UE a chiunque sia sprovvisto di visto o di  permesso di soggiorno. La televisione di Stato bielorussa incolpa incessantemente Bruxelles e Vilnius di disumanità nei confronti dei profughi. I telegiornali mettono continuamente in risalto l’ipocrisia dell’Occidente, che accusa la Bielorussia di essere una dittatura per poi comportarsi peggio di Hitler nei confronti di coloro che vorrebbero vivere in una delle loro tolleranti democrazie.

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Fig. 2 – Soldati polacchi dispongono del filo spinato alla frontiera con la Bielorussia, nel tentativo di bloccare l’afflusso di profughi e migranti, 1° settembre 2021

PROPAGANDA DA GUERRA FREDDA

In Bielorussia non ci sono più media e giornalisti indipendenti. Dopo la repressione delle proteste scoppiate nell’agosto del 2020, Lukashenko ha ripulito la pubblica amministrazione, le pubbliche imprese e persino la Chiesa ortodossa da tutti coloro che si sono opposti al suo regime. I telegiornali di tutte le televisioni trasmettono gli stessi servizi, con la stessa scaletta, a testimoniare il controllo totale dei mezzi di comunicazione da parte del Governo. A dominare l’informazione è una retorica da Guerra Fredda: l’Occidente è il nemico da combattere. Coloro che hanno manifestato contro Lukashenko vengono apertamente definiti drogati, malati mentali o agenti delle potenze occidentali. Lo stesso Presidente non fa che ripetere che non cederà neanche un millimetro del suo amato Paese alle potenze straniere senza scorrimento di sangue. Per le strade delle città bielorusse, poca gente ha il coraggio di parlare di ciò che è successo nei mesi scorsi.

Fig. 3 – Minsk, capitale della Bielorussia e teatro delle proteste anti-Lukashenko dei mesi scorsi | Foto: Christian Eccher

MUHAMED SULLA PANCHINA

Su una panchina in centro a Minsk siede Muhamed. È tornato dalla frontiera: i poliziotti lituani lo hanno fermato e rimandato indietro. Ha preferito rientrare nella capitale piuttosto che rimanere in qualche villaggio vicino al confine. “Tutto sommato, non ho fretta – dice sorridendo – gli altri iracheni hanno qualcuno in Europa, parenti o amici. Io non ho nessuno. Potrei anche rimanere in Bielorussia se mi offrissero un lavoro. Invece, tutti quelli che incontro si offrono solo di accompagnarmi alla frontiera con la Lituania. In cambio di dollari, ovviamente. Peccato. Non credo che in Germania le ragazze siano belle come qui!”, asserisce Muhamed. Poi ride, e i grandi denti bianchi riflettono i raggi del sole che lentamente si abbassa all’orizzonte, laggiù, verso un punto indeterminato, a occidente.

Christian Eccher

Photo by jackal007 is licensed under CC BY-NC-SA

Christian Eccher
Christian Eccher

Sono nato a Basilea nel 1977. Mi sono laureato in Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, dove ho anche conseguito il dottorato di ricerca con una tesi sulla letteratura degli italiani dell’Istria e di Fiume, dal 1945 a oggi. Sono professore di Lingua e cultura italiana all’Università di Novi Sad, in Serbia, e nel tempo libero mi dedico al giornalismo. Mi occupo principalmente di geopoetica e i miei reportage sono raccolti nei libri “Vento di Terra – Miniature geopoetiche” ed “Esimdé”.

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