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martedì 7 Dicembre 2021

I giorni europei di Joe Biden: multilateralismo, G20 e COP26

In breve

  • Biden si reca in Europa con l’intento di suggellare gli obiettivi prefissati in tema vaccini, economia e cambiamenti climatici.
  • Diversi gli accordi raggiunti a Roma, in occasione del G20, dove il Presidente Biden ha trovato un accordo per la rimozione dei dazi su alluminio e acciaio verso l’UE.
  • Sebbene la ferrea opposizione di Cina, Russia, Arabia Saudita e India, la conferenza di Glasgow rimarca le linee di faglia che continuano a dividere i maggiori Paesi responsabili dell’inquinamento, secondo interessi economici e geopolitici.

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In 3 sorsi – Il viaggio del Presidente Biden in Europa con un’agenda ricca di incontri, fondamentali per il raggiungimento degli obiettivi prefissati in tema di vaccini, economia e cambiamento climatico. Washington aveva anche l’intento di riportare in auge il tradizionale rapporto di amicizia USA-UE, in funzione anti cinese. Il tema si intreccia poi con l’AUKUS, con l’espansionismo cinese verso Taiwan, con la crescita del deficit commerciale con Pechino. Nella visione di Biden, infatti, una più stretta collaborazione con l’UE favorirebbe la ripresa post pandemica e gli obiettivi statunitensi nell’area internazionale.

1. BIDEN APRE AL MULTILATERALISMO

In occasione degli impegni europei (G20 Roma e COP26) il Presidente Joe Biden, alle prese in patria da un decremento degli indici di approvazione e dalle poche certezze riguardo all’approvazione sulla manovra da 1.750 miliardi di dollari, ha definito la chiara volontà di avere nell’UE quel tradizionale alleato contro la sfida posta da Pechino. Se Trump infatti aveva inasprito il clima con i partner europei, innescando una disputa commerciale in cui più di 7,5 miliardi di prodotti d’import dall’UE e 4 miliardi dell’export statunitense venivano colpiti da dazi, Biden sembra voler aprire una stagione di multilateralismo, trovando un accordo per la rimozione dei famosi dazi su acciaio e alluminio. L’intesa fornirebbe un primo parziale rimedio agli ultimi attriti avuti con Bruxelles circa l’accordo AUKUS, stipulato con Australia e Regno Unito. La notizia è stata accolta dalla Presidente della Commissione Europea Ursula Von Der Leyen, come “un’iniziativa lungimirante nell’agenda transatlantica e da Biden come una “nuova era per la cooperazione transatlantica”. Le immagini dell’Afghanistan avevano danneggiato l’immagine del Presidente Biden, ma la decisione di voler riavvicinare le due sponde dell’Atlantico conferma il tentativo dell’Amministrazione di convergere con gli europei nella sfida cinese; “continueremo a dimostrare quanto le democrazie siano in grado di dare soluzioni solide ai problemi”, ha ribadito il Presidente.

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Fig. 1 – Il Presidente Biden al G20 di Roma

2. G20 ROMA: GLI ACCORDI RAGGIUNTI

Nel corso del Vertice di Roma diversi sono stati i punti inseriti in agenda. Da un lato il Presidente statunitense ha cercato di restaurare il rapporto con la Francia di Macron, incrinatosi dopo l’AUKUS, e ha evidenziato l’esigenza di maggiore coordinamento per ridurre i blocchi causati dalla pandemia. Proprio per questo, dal punto di vista sanitario, si è data ampia priorità alla creazione di un sistema globale e multilaterale di risposta alle emergenze e alle pandemie. Nel Summit è stato riservato ampio spazio anche alla campagna vaccinale, con Biden che sa di dover accelerare sul fronte interno, dopo una partenza sprint durante i primi mesi dell’anno e un repentino rallentamento nei mesi recenti. Clima, pandemia e rapporti con lUE sono stati i temi principali del bilaterale con Mario Draghi, con l’obiettivo comune di garantire la vaccinazione del 40% della popolazione mondiale entro fine 2021, per poi raggiungere quota 70% entro metà 2022. La Global Minimum Tax, tra i risultati tangibili di questo G20 e fortemente voluta dall’Amministrazione democratica (era stata infatti proposta dalla Segretaria al Tesoro USA Janet Yellen), rappresenta un punto di svolta per lavoratori, contribuenti e imprese americane, secondo il Presidente Joe Biden. Si tratta di un’aliquota del 15% sugli utili delle multinazionali aventi fatturato maggiore ai 20 miliardi di dollari, al fine di evitare che queste possano agevolmente trasferire la propria sede legale in luoghi dove il trattamento fiscale possa essere più favorevole (come nel caso dei paradisi fiscali o quello, più sfumato, di Paesi che hanno una tassazione sulle imprese più bassa, come Irlanda, Estonia e Ungheria).

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Fig. 2 – Il Primo Ministro britannico Boris Johnson, il Presidente del Congo Felix Tshisekedi e il Presidente statunitense Joe Biden alla COP 26 di Glasgow

3. COP26: AL BANCO LA QUESTIONE CLIMATICA

Fermare entro il 2030 la deforestazione, ridurre del 30% le emissioni di metano in dieci anni (con l’obiettivo di azzerarle entro il 2050) e mantenere l’innalzamento delle temperature del globo entro 1,5 gradi rispetto al periodo preindustriale sono i temi caldi della COP26 di Glasgow, la ventiseiesima Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Sebbene il “ghosting geopolitico” (chiusura e conseguente mancanza di risposta) di Cina e Russia, assenti fisicamente al vertice, indichi la scarsa volontà dei due Paesi di cooperare sul versante comune, anche Pechino accusa formalmente Washington di aver minato la fiducia globale nei recenti anni (la mancata ratifica del protocollo di Kyoto e il ritiro dagli accordi di Parigi ne sono un esempio). Ma, a ben vedere, la rimodulazione politica di Biden rispetto al predecessore Trump sancisce la netta presa di posizione di Washington: ne è consapevole Biden, “nella lotta ai cambiamenti climatici agire è nell’interesse di tutti” e la diplomazia dello scontro non porta a nulla. Il contrasto al cambiamento climatico “non è solo un imperativo morale, ma anche economico”, ha sostenuto il Presidente americano. Il cambiamento dovrà ancora avvenire e le tematiche affrontate durante la conferenza di Glasgow rimarcano le linee di faglia che continuano a dividere i Paesi più grandi e responsabili dell’inquinamento, secondo interessi geopolitici ed economici. Ne è un esempio il rifiuto di India e Cina sugli obiettivi riguardanti le emissioni di metano. Nonostante i punti di incontro, come quello sul tema della deforestazione, molto altro bisognerà ancora fare, afferma Biden, per raggiungere l’obiettivo emissioni zero: se da un lato il no di India e Cina appaiono non negoziabili, tanto che Pechino ha indicato di avere altre esigenze nel breve termine e vedrà nel 2060 la deadline prevista dai restanti partecipanti al 2050, anche l’Arabia Saudita pare non aver alcuna fretta nel raggiungimento degli obiettivi già prefissati a Parigi (chiaramente a causa della posizione di primario esportatore di petrolio). Sempre più spesso, quindi, alla luce della necessità statunitense di limitare e contenere Pechino sul versante economico e militare, anche il tema del cambiamento climatico diviene motivo di competizione strategica, tanto che la scelta di un avvicinamento all’UE chiarisce sempre più il ruolo che Washington vuole assumere e mantenere: guidare e rassicurare il mondo attraverso l’esempio americano.

Stefano Occhipinti

Photo by 12019 is licensed under CC BY-NC-SA

Stefano Occhipinti
Stefano Occhipinti

Classe 1994, Laureato in Relazioni internazionali e da sempre appassionato di storia e geografia. Amo la scrittura, il motociclismo e il caffè… americano!

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