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lunedì 24 Gennaio 2022

Associazione di Promozione Sociale | Rivista di politica internazionale

Cuba, marcia 15-N: bloccate sul nascere nuove proteste anti-governative

In breve

  • Il 15 novembre si sarebbe dovuta tenere in diverse località cubane una serie di proteste pacifiche contro l’inefficiente gestione del Paese da parte del Governo.
  • Il Governo centrale cubano ha negato i permessi per le proteste accusando i manifestanti di essere finanziati dagli Stati Uniti.
  • Gli Stati Uniti si pronunciano estranei a ogni coinvolgimento e condannano la decisione del Governo cubano.
  • Il Governo di Díaz-Canel detiene ancora un saldo controllo del Paese, ma non è chiaro per quanto tempo ancora considerando che una grande parte della cittadinanza cubana che si sta mobilitando e chiede a gran voce più diritti e più democrazia.

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AnalisiNumerosi attivisti cubani si sono nuovamente visti negare dal Governo il diritto di protestare pacificamente generando clamore e interesse tra gli osservatori internazionali. Quale futuro si prospetta ora per Cuba?

15-N: UNA PROTESTA SILENZIOSA?

Il 15 novembre si sarebbe dovuta tenere in diverse località cubane una serie di proteste pacifiche, programmate da alcuni gruppi di attivisti cubani contro l’inefficiente gestione del Paese da parte del Governo, dovuta alla mancanza di riforme sociali ed economiche e a seguito della crisi sanitaria generata dalla pandemia, che ha ulteriormente aggravato la situazione economica di Cuba.
La giornata, però, si è conclusa nel silenzio, con i manifestanti costretti nelle proprie abitazioni a seguito del rigido pattugliamento delle strade da parte della polizia statale, che si è appostata con diverse sentinelle armate davanti alle case dei protestanti non permettendo loro di uscire. “Sono chiuso in casa da tre giorni, Cuba è in lutto”, lamenta Manuel Guerra, medico di Holguín, nell’est del Paese.
La mobilitazione è stata principalmente promossa da Yunior Garcia Aguilera, leader del gruppo civico Archipielago. Aguilera aveva richiesto formalmente il permesso di realizzare la marcia pacifica a settembre 2021 ed era riuscito a radunare un consistente gruppo di manifestanti tramite i social networks, unico mezzo di comunicazione attivo in quanto il Governo cubano avrebbe pieno controllo delle strutture di telecomunicazione per impedire che i cittadini possano organizzare adunanze non autorizzate. Garcia, costretto a emigrare in Spagna con la famiglia, ha raccolto il grande sostegno della destra spagnola. Il leader del Partido Popular Pablo Casado nei giorni scorsi ha fortemente sollecitato il Governo spagnolo in carica affinché si pronunciasse sulle ingiustizie in atto a Cuba, utilizzando la questione a suo favore nel dibattito politico del Paese.
Il Governo centrale cubano ha negato i permessi per le proteste, accusando gli organizzatori della marcia di essere finanziati dagli Stati Uniti e di voler rovesciare il Governo, come dichiarato di recente dal Presidente Díaz-Canel. Gli Stati Uniti si pronunciano estranei a ogni coinvolgimento e condannano la decisione del Governo cubano di negare il permesso a una manifestazione pacifica del popolo, aggiungendo che, se la posizione di Cuba in merito alle proteste non cambia, gli Stati Uniti potrebbero introdurre ulteriori sanzioni economiche contro il Paese, in aggiunta a quelle già annunciate a luglio.
Il gruppo Archipielago ha rilasciato in seguito un comunicato dichiarando che il Governo non ha inteso le ragioni della protesta, per cui, “le cause che hanno motivato le manifestazioni rimangono vigenti”.

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Fig. 1 – Il leader del movimento Archipielago, Yunior Garcia, mentre guarda fuori dalla sua finestra mostrando il cartello “la mia casa è bloccata”, Havana, 14 novembre 2021

LE PROTESTE DEL LUGLIO 2021

La rigida reazione del Governo alle manifestazioni di novembre è chiaramente influenzata dalla storica settimana di proteste che si è verificata nel Paese lo scorso luglio, innescata dall’aggravarsi della crisi economica a seguito dell’emergenza sanitaria e della crisi internazionale del settore turistico, il quale rappresenta l’entrata principale di Cuba da quando l’ex Presidente Obama ha eliminato le restrizioni sui voli tra l’isola e gli Stati Uniti. Ciò ha costretto il Governo a dover razionare cibo e farmaci.
Le proteste, di natura spontanea e per lo più pacifica da parte dei manifestanti, si caratterizzarono per la violenza delle forze dell’ordine e per le numerose detenzioni e sequestri arbitrari. Nel corso di questi mesi il Governo cubano ha attuato una politica ibrida, alternando tra concessioni, per attenuare il dissenso e far fronte alla crisi economica, e misure restrittive per evitare proteste come quelle di luglio. Questa strategia non ha portato però alla diminuzione delle sempre più urgenti richieste da parte della popolazione in favore di una politica più democratica e riforme più efficienti per uscire dalla crisi.

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Fig. 2 – Un poliziotto sosta davanti a una macchina della polizia capovolta sulla strada sullo sfondo delle proteste contro il Presidente cubano Miguel Diaz Canel, Havana, 11 luglio 2021

LA POLITICA STATUNITENSE VERSO CUBA

Benché gli Stati Uniti si dichiarino estranei al coinvolgimento nelle recenti proteste, essi mantengono da decenni una forte influenza sull’Isola a seguito dell’imposizione dello storico embargo, codificato con la legge Helms-Burton del 1992, e di numerose sanzioni economiche che hanno limitato quasi del tutto l’indipendenza economica di Cuba. L’embargo infatti impedisce a Cuba di ottenere una quantità sufficiente di valuta forte da impiegare nell’acquisto di beni necessari quali cibo, farmaci e carburante (da sottolineare che Cuba importa il 70% di cibo e attrezzature). Inoltre, durante la Presidenza Trump, tutti gli sforzi della precedente Amministrazione per riaprire un dialogo con l’Isola sono stati resi vani. Trump ha infatti reintrodotto le restrizioni sui voli, inferendo un grande colpo al settore turistico cubano nuovamente in crisi e ha ridotto la quantità di rimesse che i cubani statunitensi possono spedire ai familiari a Cuba, limitando ulteriormente la disponibilità di valuta forte. Inoltre Trump ha reinserito Cuba nella lista dei Paesi sponsor del terrorismo.
Infine negli Stati Uniti c’è da decenni la presenza di una grande comunità cubano-statunitense, formata subito dopo la Rivoluzione del 1959 dai dissidenti cubani emigrati negli Stati Uniti, la cui lobby all’interno degli ambienti congressuali è molto influente. Essa, infatti, è in grado di condizionare la politica americana verso l’Isola tramite l’elargizione di finanziamenti ai membri del Congresso e questo concorre a impedire una normalizzazione delle relazioni con gli Stati Uniti. 
Con l’elezione di Biden si era aperto uno spiraglio per la rimozione del blocco economico, ma le proteste di luglio hanno sospeso per ora questa possibilità. Nel programma elettorale Biden aveva inserito la necessità di riprendere le politiche di normalizzazione verso Cuba iniziate da Obama. Tuttavia tra le priorità di Biden ora non sembra figurare Cuba, anche perché sono state introdotte nuove sanzioni contro membri del Governo cubano a seguito dei disordini sociali di questi mesi, anziché eliminare quelle esistenti.

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Fig. 3 – Un manifestante mostra un cartello “Dov’è Biden” durante una protesta negli Stati Uniti a sostegno dei cubani che manifestano contro il proprio governo, Hialeah, Florida, 15 luglio 2021

QUALI PROSPETTIVE PER CUBA?

Il Governo di Díaz-Canel detiene ancora un saldo controllo del Paese grazie a un efficiente apparato di sicurezza dispiegato quasi regolarmente e a una solida fetta di popolazione fedele al Presidente. La questione verte su quanto la strategia del controllo da parte del Governo possa essere ancora sostenuta con una grande parte della cittadinanza cubana che si sta mobilitando, che chiede a gran voce più diritti e più democrazia e che gode ora di una rilevante copertura mediatica e dell’appoggio strumentale di importanti attori esterni. Díaz-Canel continua a rassicurare i vertici del Partito di voler mantenere la continuità ideologica, ma riconosce l’urgenza di aprire l’economia cubana per attirare nuovi partner internazionali, soprattutto ora che il Venezuela è fuori dai giochi e che è necessario elaborare una nuova strategia per uscire dalla crisi sanitaria. Díaz-Canel si è mosso in questa direzione eliminando il sistema della doppia valuta e riducendo i sussidi alle imprese statali per favorire la crescita dei privati, ma è consapevole che bisognerà fare di più per resuscitare l’economia, dato che la riapertura del settore turistico sembra andare a rilento. La popolazione è stanca di promesse di riforma mai attuate negli anni e i piccoli progressi di Díaz-Canel fatti all’inizio 2021 sono considerati tardivi e non del tutto efficaci nel lungo corso.
Le manifestazioni popolari di questi mesi sono uno specchio del clima di sfiducia del Paese nei confronti del Governo. Díaz-Canel ha bisogno di raccogliere appoggio internazionale, per questo dovrà trovare il modo di dialogare con i dissidenti per riprendere il pieno controllo e far ripartire l’economia del Paese.

Sara Ferrari

Photo by Matthias Oben is licensed under CC0

Sara Ferrari
Sara Ferrari

Classe 1997, nata nella colorata Salvador de Bahia, ma cresciuta nella tranquilla Mantova.

Ho conseguito una laurea triennale in Scienze Internazionali e delle Istituzioni Europee presso La Statale di Milano. Attualmente sto frequentando master in International Security presso l’Università di Westminster nel Regno Unito dove mi sono trasferita. I miei interessi riguardano sicurezza internazionale, geopolitica, ambiente e America Latina.

Ho i piedi per terra ma spesso la testa per aria, amo le lunghe passeggiate, i film francesi e il click della mia film camera.

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