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giovedì 7 Luglio 2022

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Cosa è emerso dal summit USA-ASEAN

In breve

  • Il summit USA-ASEAN è servito a ribadire la centralità del Sud-est asiatico nella strategia americana e ad arginare il progressivo scivolamento della regione nell’orbita cinese.
  • La priorità degli USA è quella di contrastare l’influenza politica ed economica di Pechino nella regione anche attraverso l’Indo-Pacific Economic Framework (IPEF) annunciato da Biden.
  • La rinnovata attenzione statunitense per l’ASEAN è anche legata alla volontà di isolare Mosca mettendo in crisi le sue relazioni con la regione.

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Analisi – Il summit USA-ASEAN è servito per ribadire la centralità del Sud-est asiatico nella strategia americana e provare ad arginarne lo scivolamento nell’orbita cinese. Chiusa la parentesi trumpiana, gli USA puntano a tornare protagonisti nella regione limitando l’influenza di Pechino e sbarrando la strada a Mosca

GLI USA GUARDANO AL SUD-EST ASIATICO

Lo scorso 12 e 13 maggio si è tenuto a Washington l’atteso e più volte rimandato incontro tra l’Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico (ASEAN) e gli Stati Uniti. Dei 10 Paesi membri dell’organizzazione, solo 8 hanno preso parte all’evento. All’assenza del Myanmar per il rifiuto statunitense di accogliere esponenti della giunta militare al potere, si è aggiunta quella annunciata delle Filippine, dovuta, stando alle parole di Duterte, alla transizione post-elettorale. Il summit organizzato dall’Amministrazione Biden è servito per ribadire la centralità del Sud-est asiatico nella strategia americana e cercare di arginarne il progressivo scivolamento nell’orbita cinese. Trascurati dagli USA, infatti, gli Stati dell’ASEAN hanno progressivamente ceduto alle tentazioni del mercato cinese, triplicando l’interscambio con Pechino, passato da $235 miliardi nel 2010 a oltre 650 nel 2020. Intenti a far dimenticare la parentesi protezionistica trumpiana, caratterizzata dai dazi e dall’abbandono nel 2017 della Trans-Pacific Partnership (TPP), gli Stati Uniti puntano a tornare protagonisti nella regione bilanciando la forte presenza militare con quella diplomatica e commerciale. Anche a questo è servito il summit di metà maggio nel quale, oltre a celebrare i 45 anni di relazioni diplomatiche, USA e ASEAN hanno annunciato la creazione di una Comprehensive Strategic Partnership da formalizzare a novembre. In questo modo gli americani, oltre a pareggiare l’offerta di Pechino che aveva elevato le relazioni con l’ASEAN nel 2021, danno nuova linfa al partenariato che dal summit statunitense del 2016 procedeva col pilota automatico.

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Fig. 1 – Il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden interviene al summit USA-ASEAN tenutosi a Washington, 13 maggio 2022

LIMITI E POTENZIALITÀ DELLA STRATEGIA USA

L’Indo-Pacifico è da tempo al centro della strategia statunitense. Tuttavia le differenze di approccio tra Amministrazioni repubblicane e democratiche hanno tolto coerenza alla politica regionale americana, indebolendola. Dopo la parentesi del disimpegno trumpiano, con Biden gli USA sembrano intenzionati a riproporre una politica estera basata su accordi multilaterali e interdipendenza economica. La strategia dei democratici passa anche per gesti simbolici come la nomina di Yohannes Abraham a nuovo ambasciatore presso l’ASEAN. Abraham, già molto vicino al Presidente del pivot to Asia Obama, andrà a occupare un posto che era vacante dal 2017, anno dell’insediamento di Trump. Il partenariato USA-ASEAN con Biden Presidente si concentrerà sui temi della transizione ecologica, della connettività e della creazione di supply chain resilienti. Anche nel settore della cooperazione marittima USA e ASEAN hanno annunciato progetti comuni contro la criminalità e per la protezione dell’ambiente. In questo quadro spicca l’assenza di una dimensione securitaria. Le forti tensioni regionali e le diverse priorità tra USA e ASEAN, infatti, non hanno mai permesso lo sviluppo di questo capitolo delle relazioni. D’altronde, l’ASEAN non è un’Organizzazione di sicurezza e i suoi membri abbracciano il principio di non interferenza negli affari interni degli Stati membri, cosa che piace molto alla Cina. Dal canto loro gli USA si muovono con grande cautela nella regione affiancando da anni la Guardia Costiera alla US Navy nelle operazioni di pattugliamento e nelle esercitazioni con i partner per evitare di surriscaldare la tesa situazione nel Mar Cinese Meridionale, dove si litiga, tra l’altro, per il controllo delle isole Spratly e Paracel. In assenza di un pilastro sulla sicurezza, gli Stati Uniti si sono concentrati su quello economico con la proposta di un Indo-Pacific Economic Framework (IPEF), lanciata con la visita a Tokyo il 25 maggio. Lo strumento, che include 7 dei 10 Stati ASEAN, prevede l’armonizzazione (ossia un adattamento agli standard americani) nei settori della digitalizzazione, della decarbonizzazione e del lavoro. Tuttavia l’IPEF non fornisce un canale privilegiato per l’accesso al mercato USA, condizione che potrebbe rendere l’accordo “All-pain No-gain” per i partner asiatici e dimostra anche come il protezionismo, marchio dell’era Trump, pesi ancora nella politica estera americana.

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Fig. 2 – Il Premier cinese Li Keqiang e l’ex Ministro del Commercio Zhong Shan firmano la Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) nel novembre 2020

PRIORITÀ: FERMARE PECHINO

Gli USA si considerano una potenza dell’Indo-Pacifico al pari della Cina. Tale concetto è stato simbolicamente espresso in apertura della Indo-Pacific Strategy e poi ribadito nel summit di Washington dalla vicepresidente Kamala Harris. Tuttavia l’azione americana nella regione è fortemente condizionata dall’ineludibile fattore geografico che premia i cinesi. Per ovviare a questa disparità gli USA hanno affiancato al lavoro della Settima Flotta, impegnata a sorvegliare i nodi commerciali su cui viaggia la globalizzazione, aperture economiche e promesse di prosperità. Ma le crisi economiche e politiche recenti hanno prodotto la ritirata parziale degli americani dalla regione a tutto vantaggio di Pechino, sempre più influente nel Sud-est asiatico. In questo contesto gli USA sanno di dover recuperare terreno nella dimensione militare e in quella economica. Sul piano della sicurezza a preoccupare Washington, oltre alle provocazioni cinesi nei cieli di Taiwan, sono i recenti accordi tra Pechino e le Isole Salomone, ma, soprattutto, la Global Security Initiative presentata da Xi Jinping al Boao Forum di aprile. Per contenere militarmente la Cina, la Casa Bianca punta sul rafforzamento delle partnership bilaterali, Giappone e Corea del Sud in testa, sul rinnovato impegno per Taiwan e sullo sviluppo dei format regionali come il Quadrilateral Security Dialogue (Quad). A tale dimensione si affianca poi quella della competizione economica che sembra favorire al momento Pechino. I $150 milioni in infrastrutture e rinnovabili annunciati da Biden al summit, infatti, suonano come irrilevanti di fronte agli $1,5 miliardi promessi dalla Cina all’ASEAN lo scorso novembre. Per questo l’Amministrazione Biden punta sull’IPEF per riequilibrare la situazione in una regione commercialmente legata alla Cina anche grazie alla Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), l’accordo di libero scambio che include 15 Stati, tra cui tutti i membri ASEAN.

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Fig. 3 – Il Presidente russo Vladimir Putin partecipa da remoto al vertice con l’ASEAN del 28 ottobre 2021

ISOLARE LA RUSSIA

La rinnovata attenzione statunitense per l’ASEAN è anche legata alla guerra in Ucraina e all’obiettivo di isolare la Russia. Il Sud-est asiatico, infatti, è una regione rilevante per l’ampia partita diplomatica tra Occidente e Federazione russa. Caratterizzata da grande cautela, la posizione dell’ASEAN non è univoca e non si può definire come allineata agli USA. Dei 10 membri dell’Associazione, a oggi, solo Singapore ha imposto sanzioni a Mosca. Inoltre, mentre nel voto di condanna dell’invasione russa all’ONU di marzo ben 8 dei 10 Stati ASEAN (in realtà 7 se consideriamo che il voto del Myanmar non rappresenta i militari al potere) hanno votato con l’Occidente, ad aprile le cose sono andate diversamente. Nel passaggio sulla sospensione della Russia dal Consiglio per i diritti umani solo 2 Stati ASEAN (Filippine e Myanmar, per cui vale quanto detto sopra) hanno votato con l’Occidente. Questa situazione complessa fotografa perfettamente il calo dell’influenza americana nel Sud-est asiatico. Sotto la lente degli USA ci sono, in particolare, gli Swing States regionali come Indonesia, Filippine, Malesia e Thailandia, che mantengono relazioni cordiali con Mosca. A questi si aggiungono poi Vietnam, Myanmar e Laos, ampiamente dipendenti da sistemi d’arma e tecnologie russe in ambito militare. In un tale contesto non è un caso che la dichiarazione finale del summit USA-ASEAN, al di là di un generale riferimento alla sovranità dell’Ucraina, non menzioni mai la Russia di Putin. Ulteriori elementi questi che spingono gli USA a rilanciare il loro ruolo nel Sud-est asiatico.

Tiziano Marino

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Tiziano Marino
Tiziano Marino

Analista politico e ricercatore, dopo la laurea magistrale in Relazioni Internazionali all’Università Roma Tre con specializzazione in “Pace, Guerra e Sicurezza”, ho conseguito un master in Studi Europei al College of Europe di Varsavia con una tesi sulla politica di vicinato dell’UE in Medioriente. Appassionato di sicurezza internazionale e geoeconomia, scrivo di UE, area MENA e Asia meridionale. Ho lavorato per i quotidiani HuffPost Italia e l’Indro, sono stato ricercatore per l’Istituto Affari Internazionali (IAI), e attualmente collaboro con Eastwest.eu e New Eastern Europe. Nella mia vita precedente ho viaggiato e vissuto in India e in Australia dove per sopravvivere ho lavato piatti e raccolto fragole.

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