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giovedì 7 Luglio 2022

Associazione di Promozione Sociale | Rivista di politica internazionale

Shanghai, fine del lockdown (ma i media cinesi non lo dicono)  

In breve

  • Shanghai ritorna alla normalità dopo due mesi di dure restrizioni. Il Governo intanto ha vietato l’uso della parola “lockdown”.
  • Dopo circa 60 giorni di blocco commerciale si registrano importanti contraccolpi all’economia cinese e alle aziende che lavorano a Shanghai.
  • L’OMS avverte che la strategia zero-Covid di Pechino è “insostenibile”.

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In 3 sorsiStop al lockdown a Shanghai, letteralmente. Fine anche dell’utilizzo di questa parola da parte dei media cinesi a cui viene ordinato di sostituire il termine con “static management-style suppression”. Dopo due mesi i circa 25 milioni di cittadini di Shanghai potranno ritornare a uscire di casa, andare al lavoro e utilizzare i trasporti pubblici.

1. LOCKDOWN, PAROLA VIETATA

Dopo circa 60 giorni di restrizioni pesantissime i cittadini di Shanghai potranno ritornare alle loro vite normali. A partire da giovedì 1° giugno ai media cinesi è stato detto di diffondere le notizie sull’allentamento delle restrizioni, ma è stato anche imposto di non utilizzare la frase “fine del lockdown”. La motivazione è legata al fatto che, almeno secondo quanto sostiene il Partito, a differenza di Wuhan, Shanghai non ha mai dichiarato di aver cominciato un lockdown e quindi sarebbe improprio parlare di una sua conclusione. Dunque non solo ai media cinesi è stato ordinato di non utilizzare la parola “lockdown”, ma anche di sostituirla con “static management-style suppression”, enfatizzando il fatto che le misure adottate sono comunque state temporanee e limitate. La rettifica arriva comunque dopo ben due mesi di quarantene forzate in cui hanno avuto luogo persino scontri a causa della scarsità di cibo e per l’applicazione coattiva della politica zero-Covid. A febbraio, infatti, il Governo aveva deciso di applicare delle quarantene localizzate per quartiere per poi decidere a marzo di passare a vere e proprie misure draconiane. Una megalopoli da 25 milioni di abitanti bloccata, dove appunto le limitazioni dei trasporti hanno creato non pochi problemi ai rifornimenti dei supermercati. Si è anche registrato il trasferimento forzato di alcuni residenti di Shanghai che sono stati costretti dalle Autorità a lasciare le proprie abitazioni e obbligati a soggiornare in centri specializzati. Tutti elementi che hanno portato la popolazione cittadina sull’orlo di una crisi di nervi.

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Fig. 1 – Gli abitanti di un quartiere di Shanghai protestano perché tenuti ancora in quarantena dalle Autorità, 6 giugno 2022

2. GLI EFFETTI GLOBALI DEL BLOCCO DI SHANGHAI

La politica zero-Covid ha reso la decentralizzazione delle supply chain una priorità per i produttori, che hanno subito gravi ripercussioni dalle restrizioni in vigore fino a qualche giorno fa. Alcune grandi aziende stanno persino pensando di trasferirsi verso Paesi “più aperti al business” come quelli del Sud-est asiatico, nonostante possibili aumenti dei costi per riavviare la produzione.
Aziende come Suto Logistics a marzo muovevano ben mille tonnellate di merce complessive ogni giorno da Shanghai. Un dato completamente stravolto circa cinque settimane dopo, quando a transitare dal porto della città erano solo uno o due tir al giorno. Anche la Apple ha subito un duro contraccolpo dal blocco dei trasporti di Shanghai. Una battuta d’arresto che potrebbe comportare un calo delle vendite pari a 8 miliardi di dollari. L’impatto del lockdown di Shanghai rischia di avere una ripercussione importante anche sul PIL cinese, con una diminuzione dello 0,4%.

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Fig. 2 – Alcuni passanti di fronte a un negozio della Apple nel distretto di Huangpu, 1° giugno 2022

3. L’OMS CRITICA LA STRATEGIA CINESE

Anche se sembra che la Cina voglia mitigare le restrizioni e la propria narrazione pubblica, a Shanghai circa 2 milioni di persone sono ancora in quarantena nelle loro abitazioni designate dal Governo come “zone ad alto rischio”. Nella vicina Corea del Nord la narrazione del regime, che finora aveva di fatto raccontato un Paese totalmente estraneo alla pandemia, adesso ha dovuto invece ammettere che l’emergenza esiste anche entro i propri confini, sebbene Kim insista a rifiutare gli aiuti dall’estero e punti ad adottare la stessa strategia zero-Covid di stampo cinese.
Intanto l’OMS fa sapere che il perdurare della strategia zero-Covid è ormai insostenibile per diverse ragioni, una su tutte il fatto che solo il 50% della popolazione ultraottantenne cinese sia stata vaccinata. L’OMS è convinta infatti che un aumento considerevole di questa percentuale potrebbe essere la strada più concreta per venire fuori dalla crisi. Mike Ryan, direttore per le emergenze per l’OMS, ha anche fatto cenno all’insostenibilità dalla strategia parlando delle ripercussioni non solo sull’economia, ma anche sui diritti umani.

Massimiliano Giglia

Photo by John_Appleseed is licensed under CC BY-NC-SA

Massimiliano Giglia
Massimiliano Giglia

Sono cresciuto in Sicilia, la scrittura e le illustrazioni da sempre sono le mie più grandi passioni.
Mi sono laureato in Lettere all’Università di Catania e in Cooperazione Internazionale, tutela dei Diritti Umani all’Università di Bologna. Entrambe rappresentano per me due tappe fondamentali del mio percorso di crescita personale, oltre che di formazione. Conclusi gli studi mi sono trasferito a Londra e ad Harbin, in Cina, luoghi in cui ho potuto assaporare il gusto di trovarmi in un punto di vista diverso. Tutto questo mi ha inesorabilmente aperto gli orizzonti e ha certamente accentuato il mio interesse per gli affari esteri.

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