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martedì 29 Novembre 2022

Associazione di Promozione Sociale | Rivista di politica internazionale

Kirghizistan, accordi segreti e proteste

In breve

  • Fra Kirghizistan e Uzbekistan è in corso uno scambio di territori volto a risolvere la questione dei confini di Stato fra i due Paesi. La diga di Kempir-Abad apparterà esclusivamente all’Uzbekistan.
  • Lo scambio territoriale verrà ratificato fra pochi giorni dal Parlamento kirghiso ma l’opinione pubblica non è a conoscenza del testo dell’accordo. Non si sa esattamente dove passerà la linea di confine e i contadini della zona temono di perdere aree coltivabili.
  • Le proteste della popolazione, soffocate dalla polizia, sono legate non solo allo scambio territoriale, ma anche alla nuova legge sui media, al vaglio del Parlamento, che ha lo scopo di soffocare completamente la libertà di stampa.

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Caffè lungoIl Kirghizistan è scosso da nuove proteste anti-governative. Il motivo delle manifestazioni risiede nell’accordo segreto firmato da Bishkek per delimitare il confine con l’Uzbekistan e in un progetto di legge fortemente restrittivo della libertà di stampa.

ACCORDO SEGRETO TRA KIRGHIZISTAN E UZBEKISTAN

Fra il 23 e il 24 ottobre scorso la polizia kirghisa ha arrestato più di 20 persone, con l’accusa di essersi pubblicamente opposti alla cessione della diga Kempir-Abad all’Uzbekistan. La polizia ha trattenuto per 48 ore anche la nota attivista Rita Karasartova, che ha denunciato più volte sui social network l’illegalità dell’accordo che il Presidente del Kirghizistan Sadyr Zhaparov e quello dell’Uzbekistan Shavkat Mirziyoyev hanno sottoscritto pochi giorni fa. La diga di Kempir-Abad è una grande riserva d’acqua nel sud del Paese – non lontana dalla città di Osh – costruita dall’URSS nel 1965. Il confine di Stato fra Uzbekistan e Kirghizistan è, sin dalla caduta dell’URSS, fonte di dissapori e scontri fra i due Paesi centroasiatici. Perché l’opinione pubblica kirghisa è contro questo accordo, che ha come scopo quello di mettere fine a una disputa pluriennale? Per prima cosa, l’accordo è segreto e gli uffici della Presidenza di Bishek e Tashkent non hanno ancora reso noto il particolare più importante: dove passerà la linea di confine. Dai dati che trapelano, sembra che l’intero lago artificiale andrebbe all’Uzbekistan (adesso è diviso a metà, anche se è l’Uzbekistan a utilizzare l’acqua) e, a sud della riserva, dalla parte kirghisa, il confine passerà lungo la linea orizzontale dei 900 metri di altezza. Lungo le sponde della riserva si coltivano soprattutto cereali e granturco, ma le attività agricole sono rischiose, perché spesso il livello dell’acqua si alza improvvisamente e i campi vengono sommersi. A volte, soprattutto d’estate, l’Uzbekistan utilizza più acqua del solito per irrigare i campi di cotone della valle di Fergana; la siccità secca ogni pianta e ai contadini rimane solo la polvere. In futuro Tashkent, una volta che avrà il controllo totale sulla diga, potrà decidere la sorte dei contadini kirghisi e regolare il livello del lago a proprio piacimento: nessuno potrà protestare se l’acqua arriverà fino ai fatidici 900 metri di altezza, vale a dire fino alla linea di confine. Ciò che preoccupa davvero, però, non è tanto il livello del lago che è sempre stato controllato dagli uzbeki e che è sempre più basso a causa dei cambiamenti climatici, ma il fatto che Tashkent potrebbe decidere di recintare il proprio territorio e impedire ai kirghisi di raggiungere i loro campi al di là del nuovo confine, soprattutto quelli usati per le risaie, che fanno gola a molti imprenditori uzbeki: solo in questa zona, infatti, si coltiva il rinomatissimo riso “Devsira”, famoso in tutta l’Asia Centrale perché è quello più ricercato per preparare il plov, il cibo tradizionale di queste parti (e che si esporta persino in Corea del Sud). Mirziyoyev ha promesso che non costruirà una palizzata e permetterà anche ai kirghisi di raggiungere le loro proprietà e soprattutto le risaie. “E se domani dovesse cambiare il Presidente, se dovesse arrivare un nazionalista e chiudere il confine?”, si chiede un abitante del villaggio di Kyzyl-Oktjabr, che ha una casa situata a 910 metri e un campo a 850. La paura degli abitanti di Kyzyl-Oktjabr, il cui Consiglio Comunale (Kenesh) ha votato contro il cambiamento dei confini, è che l’Uzbekistan non solo decida di proteggere il proprio territorio con uno steccato, ma che trasferisca nell’area propri cittadini pronti ad appropriarsi dei campi e delle preziose risaie che adesso appartengono ai kirghisi. In questo caso, potrebbero esserci anche violenti scontri armati come quelli che ormai avvengono regolarmente fra Tagikistan e Kirghizistan nella zona di Bakten.

Fig. 1 – La zona di Kempir-Abad, dove dovrebbe passare il nuovo confine / Foto: Christian Eccher

NON SONO TUTTI CONTRARI ALL’ACCORDO

Ci sono però anche persone contente dell’accordo raggiunto, perché i kirghisi avranno il permesso di utilizzare l’acqua della riserva, cosa che finora l’Uzbekistan non aveva permesso. Gli abitanti del villaggio di Kok-Talaa, inoltre, ritengono che Zhaparov abbia agito con rigorosa razionalità, perché il loro villaggio è stato edificato su un territorio che l’Uzbekistan aveva concesso come compenso ai contadini kirghisi quando è stata costruita la diga di Kempir-Abad, che ha provocato l’inondazione delle case dei loro genitori. Grazie all’accordo, Tashkent rinuncia definitivamente a ogni pretesa su questa lingua di terra.

Ciò che fa davvero arrabbiare i kirghisi non è il contenuto dell’accordo in sé, che per sua natura non può accontentare tutti, ma la segretezza con cui sono stati condotti i negoziati. In un Paese abituato a logiche democratiche, la mossa di Zhaparov e del Capo dei Servizi segreti Tashiev ha portato l’intera popolazione del Paese a scendere in piazza. L’ex Presidente del Parlamento Omurbek Tekebayev, uno dei protagonisti della rivoluzione democratica del 2010, in un’intervista rilasciata al Caffè Geopolitico un anno fa aveva asserito: “Dopo la rivoluzione del 2019, il Kirghizistan è diventato a tutti gli effetti una dittatura centroasiatica”. La popolazione, però, sembra avere ancora gli anticorpi della democrazia.

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Fig. 2 – Manifestazione di protesta a Bishkek contro l’accordo di confine con l’Uzbekistan, 24 ottobre 2022

IL PROGETTO DI LEGGE SUI MEDIA

A ulteriore testimonianza del fatto che i kirghisi non sembrano intenzionati a piegare la testa, ci sono anche le proteste contro il nuovo progetto di legge sui media, proposto recentemente da Zhaparov e che dovrebbe essere approvato dal Parlamento nei prossimi giorni. Non sarà più possibile, come è accaduto finora, aprire un sito informativo su Internet senza opportuna registrazione e relativo assenso da parte delle strutture governative. In caso di guerra, subentra la censura, peraltro apertamente vietata dalla Costituzione. I giornalisti che pubblicheranno notizie il cui contenuto non sia immediatamente e facilmente verificabile, verranno puniti: ciò vuol dire che anche gli articoli di fondo, basati spesso su ipotesi e congetture, non potranno più vedere la luce. Anche i social saranno sottoposti a controlli e sarà vietato promuovere falsi valori come per esempio la legalizzazione delle droghe leggere. I giornalisti, ormai da anni abituati alla libertà, protestano con veemenza contro questo progetto di legge. Nel frattempo, il Governo ha chiuso il sito informativo “Azattyka” con la scusa di aver pubblicato, durante gli scontri di confine col Tagikistan del 14-17 settembre scorsi, notizie non veritiere che “portano acqua al mulino del nemico”. La pressione verso i media liberi e indipendenti è già cominciata. Per capire a chi si sia ispirato Zhaparov nello stendere questo progetto di legge, è sufficiente usare un programma informatico antiplagio. Il testo del provvedimento corrisponde al 95% a quello della legge in vigore dall’inizio dell’aggressione all’Ucraina nella Federazione Russa.

Christian Eccher 

Photo by David_Peterson is licensed under CC BY-NC-SA

Christian Eccher
Christian Eccher

Sono nato a Basilea nel 1977. Mi sono laureato in Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, dove ho anche conseguito il dottorato di ricerca con una tesi sulla letteratura degli italiani dell’Istria e di Fiume, dal 1945 a oggi. Sono professore di Lingua e cultura italiana all’Università di Novi Sad, in Serbia, e nel tempo libero mi dedico al giornalismo. Mi occupo principalmente di geopoetica e i miei reportage sono raccolti nei libri “Vento di Terra – Miniature geopoetiche” ed “Esimdé”.

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