sabato, 28 Gennaio 2023

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Memorandum Italia-Libia: una mano sugli occhi

In breve

  • L’accordo per la gestione dei flussi migratori tra Italia e Libia si è rinnovato a inizio novembre. Pertanto, l’Italia continuerà a fornire fondi e strumenti per la Guardia costiera libica e a chiudere gli occhi davanti alle atrocità commesse nei “centri di accoglienza”.
  • Voci contro si alzano da numerose Organizzazioni non governative, che sottolineano le violazioni dei diritti umani legittimate, di fatto, dal Memorandum.
  • Infatti, mentre si sommano le inchieste giornalistiche che provano la commistione tra istituzioni e trafficanti libici, Roma non si esprime, e come si sa, chi tace, acconsente.

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In 3 sorsiIl Memorandum d’intesa (MOU) tra l’Italia e la Libia si è rinnovato il 2 novembre per altri tre anni. Nel silenzio, o quasi. Infatti, l’accordo, deputato principalmente a combattere l’immigrazione illegale nel Mediterraneo centrale, ha prodotto più danni che benefici, come ci ricorda la società civile scesa in piazza a fine ottobre per chiederne l’annullamento o la revisione.

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1. CORREVA L’ANNO 2017…

Il 2 novembre 2022 si è rinnovato per altri tre anni il “Memorandum d’intesa sulla cooperazione nel campo dello sviluppo, del contrasto all’immigrazione illegale, al traffico di esseri umani, al contrabbando e sul rafforzamento della sicurezza delle frontiere tra lo Stato della Libia e la Repubblica Italiana”. L’accordo fu stilato nel 2017 sotto il Governo italiano guidato da Paolo Gentiloni, fortemente promosso dall’allora ministro degli Interni Marco Minniti, e, da parte libica, dal primo Governo di Riconciliazione Nazionale con a capo Fayez al-Sarraj. Il memorandum si inserì sulla scia di quelli che vengono definiti, ancora oggi, dei lunghi e forti legami di amicizia e cooperazione tra i due paesi. Nel riconoscimento, dunque, di tale relazione si delinea il terreno comune per costruire una serie di azioni al fine di impegnarsi congiuntamente nell’affrontare: “l’immigrazione clandestina e il suo impatto, la lotta contro il terrorismo, la tratta degli esseri umani e il contrabbando di carburante“. L’oggetto principale degli accordi è stato, di fatto, la lotta all’immigrazione illegale, con la volontà di chiudere la rotta del Mediterraneo centrale, che collega i due Paesi. A tal fine, sono due gli interventi cardine previsti dall’accordo: in primo luogo, la ricostituzione della Guardia costiera libica, i cui ufficiali vengono formati dall’Italia, che ha fornito loro anche i mezzi, le motovedette, per poter realizzare le attività di controllo, di ricerca e di soccorso nell’area marittima di pertinenza libica (si parla di 100 milioni di spesa tra formazione ed equipaggiamenti da parte italiana). Secondo, ma non per importanza, la costruzione dei cosiddetti “centri di accoglienza“, ove riportare e stipare le persone intercettate in mare. Tuttavia, se consideriamo la lotta all’immigrazione illegale quale obiettivo del Memorandum d’intesa (MOU), gli effetti sono stati ben altri. 

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Fig. 1 – Delle persone migranti stanno per essere portate in un centro di detenzione a Surman, a 67 chilometri da Tripoli, 12 maggio 2022

2. VOCI CONTRO

Il silenzio da parte delle Istituzioni italiane che ha circondato il rinnovamento dell’accordo è stato rotto dalle voci che si sono levate da circa quaranta Organizzazioni non governative, riunitesi a fine ottobre nelle strade di Roma per condannare il Memorandum. Le critiche si sono rivolte, in particolare, alla realtà dei centri libici, dei quali molteplici inchieste hanno mostrato gli abusi, gli stupri, le violenze, e le condizioni disumane in cui vertono, più che gli “accolti”, i “detenuti“. In secondo luogo, alla Guardia costiera libica, alla quale è stata, in concreto, delegata l’intercettazione e la gestione delle persone migranti per conto dell’Italia, il cui operato è oggetto di scarsa trasparenza, e, spesso, di allineamento, se non di vera e propria sovrapposizione, con le attività dei trafficanti di esseri umani. In questo senso, celebre è il racconto dei giornalisti Francesca Mannocchi e Nello Scavo sulle trattative per il blocco delle partenze dalla Libia condotte nel 2017 dall’Italia, con personaggi del calibro di Abd al-Rahman al Milad, detto “Bija“, niente meno che un trafficante libico. Un altro nome che testimonia la fumosità dei confini tra ufficiali e trafficanti è quello di Mohamed al Khoja, divenuto direttore, nel dicembre 2021, del Dipartimento per la lotta alla migrazione illegale (DCIM) libica, dopo che per anni aveva gestito il carcere di Tariq al Sikka, dove sono stati documentati violenze e abusi nei confronti dei migranti. Ulteriore nodo critico dell’accordo è rappresentato dal fatto che la Libia non possa propriamente essere definita un Paese sicuro nel quale riportare le persone recuperate in mare, poiché, oltre alle suddette forme di violenza istituzionalizzata, Tripoli non permette di contattare Autorità dei Paesi di origine e fare domanda di asilo. Tripoli, inoltre, non ha ratificato la Convenzione di Ginevra del 1951, relativa allo status di rifugiato. Nonostante ciò, a causa del Memorandum, si stima che dal 2017 a oggi siano state quasi 100mila le persone respinte e riportate nei centri di detenzione dalla guardia costiera libica. Molte delle quali, a quel punto, sparite dai radar. 

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Fig. 2 – Manifestazioni contro il rinnovamento del Memorandum d’intesa Italia-Libia, Roma, 15 ottobre 2022

3. CHI TACE, ACCONSENTE

Nonostante le prove sulle forme di violenza istituzionale che avvengono in Libia nei confronti delle persone migranti, per altri tre anni lo Stato italiano andrà a fornire materialmente ed economicamente gli strumenti per impedire e gestire i movimenti di uomini e donne in cerca di un altro domani, rendendo la Libia termine ultimo delle loro speranze. In ambiente istituzionale, si sono alzate alcune voci contro, come quella di Riccardo Magi, Presidente e deputato di +Europa, che ha dichiarato di voler ripresentare una proposta di legge al fine di attuare un’inchiesta parlamentare che faccia luce sull’attuazione degli accordi. Tuttavia, a fronte del clima odierno in tema di migrazione, non sembra che ci sia alcuna intenzione di modificare l’accordo. Non siamo molto lontani da ciò che affermava lo scrittore Chinua Achebe in An Image of Africa: Racism in Conrad’s Heart of Darkness, quando sosteneva che il continente africano rappresenti per l’Europa ciò che il ritratto è per Dorian Gray: grazie al deteriorarsi del primo, il secondo sopravvive e si abbellisce. Infatti, mentre l’Italia, per scongiurare una supposta “emergenza migratoria”, delega ad altri la gestione dei flussi migratori, la Libia continua a essere teatro di violazioni dei diritti umani. Chiudiamo gli occhi.

Elena Rebecca Cerri

Immagine di copertina: “SA Libya Libyan Waters Sea Shepherd Releasing Bluefin Tuna Steve Irwin Crew Rosaria Cage 002 2209” by Simon K Ager is licensed under CC BY-ND

Elena Rebecca Cerri
Elena Rebecca Cerri

Varesina di nascita, ma con il cuore che viaggia tra Milano, Parigi e Bologna.

Nella prima città ho conseguito la laurea triennale in Sociologia, nella seconda ho vissuto tra caffè letterari e incontri femministi, mentre la terza ospita i miei attuali studi in Antropologia Culturale ed Etnologia.

Sono appassionata di letteratura e di scrittura, pratica, quest’ultima, che cerco di sviluppare sia come esercizio psicoterapeutico sia come voce per i miei interessi di ricerca, che vanno dalla storia alle relazioni di genere, dalla politica interna allo studio di contesti e società dell’area MENA, per poi approdare all’antropologia medica.

 

 

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