sabato, 28 Gennaio 2023

Associazione di Promozione Sociale | Rivista di politica internazionale

Venti di protesta in Mongolia

In breve

  • La Mongolia è una democrazia dal 1992, ma instabilità e corruzione continuano a ostacolarne il pieno sviluppo. L’industria del carbone, principale fonte del PIL mongolo, non è immune da queste tendenze.
  • A partire dall’inizio di dicembre, la popolazione sta manifestando contro la “mafia del carbone” (in cui sono implicati anche funzionari pubblici) che si appropria indebitamente delle risorse di un’economia in crisi.
  • La situazione del Paese suggerisce che forse l’istituzione di un comitato di investigazione e l’aumento dei controlli sulle aziende statali coinvolte nello scandalo non saranno sufficienti per fermare le proteste.

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In 3 sorsi – L’ennesimo scandalo di corruzione che ha coinvolto funzionari pubblici in Mongolia, insieme alle conseguenze economiche di pandemia e crisi ucraina, ha portato la popolazione del Paese centroasiatico in piazza a manifestare per un cambiamento politico, nonostante le temperature ampiamente sotto lo zero.

1. INSTABILITÀ, CORRUZIONE E CARBONE

Nel 1992 viene siglata la prima Costituzione che, ponendo fine all’esperienza comunista, sancisce l’inizio della democrazia in Mongolia. Secondo Freedom House però la strada verso la piena realizzazione di uno Stato democratico è ancora lunga, in quanto la corruzione è endemica, le disuguaglianze sono molto forti (il tasso di povertà è al 28%), e l’instabilità politica è una costante della vita del Paese asiatico (come testimoniano le proteste e le manifestazioni contro la corruzione dello Stato, nel 2018, così come nell’aprile 2022). A queste tendenze si aggiunge l’onda lunga della crisi ucraina con le sue conseguenze a livello economico (forte dipendenza energetica da Mosca) e sociale (generale malcontento per l’inazione del Governo). Ulan Bator si è infatti astenuta in sede ONU dal condannare la guerra, a causa del suo complicato rapporto con il vicino russo. A livello economico, è il carbone la risorsa principale che fornisce un quarto del PIL della Mongolia. Tuttavia, anche questo settore non è esente da corruzione, in particolare per quanto riguarda la società statale Erdenes Tavan Tolgoi (ETT), implicata in attività di fornitura illegale di carbone alla Cina (si stima che circa 1 milione di tonnellate di carbone sia stato esportato ma non registrato tra il 2011 e il 2017). Sono stati proprio gli ultimi sviluppi di questa questione a innescare le recenti proteste.

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Fig. 1 – Il giacimento di carbone di Tavan Tolgoi, gestito dalla società ETT al centro del recente scandalo di corruzione

2. LE PROTESTE DI DICEMBRE

Il 4 dicembre è iniziata in Mongolia una fase di proteste contro il Governo, tuttora in corso.  I manifestanti, in maggioranza giovani, si sono riuniti in piazza Sukhbaatar nella capitale Ulan Bator. L’apice delle manifestazioni ha avuto luogo il 5 dicembre con il tentativo di assalto alla sede del Governo per chiedere lo scioglimento del Parlamento, tempestivamente bloccato dalle Forze dell’Ordine. La motivazione principale alla base delle proteste è l’ennesimo scandalo di corruzione che riguarda l’industria del carbone. Già da novembre l’Autorità Anticorruzione aveva messo sotto inchiesta più di 30 funzionari statali per sottrazione di fondi pubblici pari a 12,8 miliardi di dollari (tra cui anche l’amministratore delegato di ETT). Si parla di circa 385mila tonnellate di carbone sparite, e verosimilmente esportate illegalmente verso la Cina. A questo si aggiungono le conseguenze del conflitto in Ucraina e della pandemia, che ha portato a un aumento dell’inflazione del 15,2%, dei costi dell’energia, e della disoccupazione. Inoltre la chiusura delle frontiere con la Russia si è tradotta in una diminuzione degli scambi commerciali, che ha ulteriormente influito sulla situazione economica precaria del Paese.

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Fig. 2 – Manifestazione anti-governativa nella capitale Ulan Bator, 5 dicembre 2022

3. QUALI SVILUPPI?

Il Presidente Khurelsukh Ukhnaa ha fatto istituire un Comitato di Investigazione e proclamato un’udienza pubblica il 21 dicembre per cercare di chiarire le dinamiche dietro al “coalgate”.  Inoltre, il Governo ha deciso di porre ETT e altre aziende indagate sotto un “regime speciale” di controllo, rendendo pubblici tutti i contratti. Il Ministro della Giustizia e degli Affari Interni Nyambaatar Khishgee ha dichiarato: “Ci si aspetta che questa decisione porrà fine ai problemi di trasparenza nel settore minerario così come alla corruzione dei funzionari pubblici”. Diverse sono infatti le personalità governative coinvolte. Purtroppo, viste le tendenze politiche, c’è la sensazione che queste azioni, così come l’attività dell’Autorità Anticorruzione, non basteranno per placare i manifestanti. Secondo l’Economist, tre i possibili sviluppi: il Governo potrebbe fornire un colpevole della faccenda (forse anche l’attuale Primo Ministro Luvsannamsrain Oyun-Erdene), le proteste potrebbero presto spegnersi a causa del freddo, oppure le manifestazioni potrebbero prendere una nuova strada e trasformarsi in rivoluzione (come accaduto in Kirghizistan).

Simona Ricci

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Simona Ricci
Simona Ricci

Ho conseguito la Laurea Magistrale in Lingue Straniere per le Relazioni Internazionali presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, e sto terminando il Master in Comunicazione per le Relazioni Internazionali dell’Università IULM. Da quando ho iniziato a studiare russo mi sono appassionata alla Russia e allo spazio postsovietico, cercando di tenermi sempre aggiornata sugli sviluppi politici, economici e culturali. Nei miei lavori di tesi ho approfondito la competizione geopolitica tra le grandi potenze in Asia Centrale, il modello della democrazia sovrana russa, e la comunicazione del Cremlino durante la pandemia. Ho inoltre svolto una breve esperienza lavorativa a Mosca che mi ha permesso di immergermi in prima persona nell’Est europeo.

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