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Ankara e Damasco: verso un improbabile rapprochement

In 3 sorsiI risultati del vertice trilaterale tenutosi il 28 dicembre a Mosca evidenziano la volontà di Ankara, dettata da necessità di natura interna, di trovare un compromesso con Damasco. Se i turchi però sembrano propensi, Assad rimane in disparte.

1. DIVERGENZE

Sono trascorsi undici anni dall’ultimo incontro tra ministri turchi e siriani. La guerra civile in Siria ha infatti danneggiato quelli che in passato potevano essere definiti gli “ottimi rapporti” tra Erdogan e Assad. La presenza turca in Siria è stata contraddistinta da due fattori: la volontà turca di affermarsi come principale potenza regionale in grado di influenzare lo scenario globale — e dunque acquisire “profondità strategica“, anche se con mezzi diversi da quelli originariamente espressi dall’ideologo e stratega turco Ahmet Davutoğlu, — e la necessità di arginare la creazione di sacche curde al confine sud, assieme all’influenza dello storico nemico russo nell’area. Sono state infatti le divergenze a prevalere. Da una parte, un sunnita conservatore deciso a porsi alla testa dell’area Medio Orientale; dall’altra, uno sciita stretto alleato dell’Iran (storico rivale turco) e di Hezbollah in Libano, disposto a concedere lo sbocco sul Mediterraneo — tramite la concessione di basi navali (ma anche aeree) — alla Russia di Putin. L’opposizione ad Assad e al popolo curdo aveva spinto Erdogan ad agevolare l’arrivo di migliaia di jihadisti in Siria attraverso i propri confini e a sostenere l’Esercito Libero Siriano. Dall’altra parte, Assad ripristinava lo storico sostegno ai curdi (e al PKK) in chiave anti-turca.

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Fig. 1 – L’Esercito Nazionale Siriano conduce esercitazioni militari nel distretto di Afrin liberato dalle forze dell’Esercito turco (TSK) e del PKK. Aleppo, Siria, 22 novembre

2. IL VERTICE TRILATERALE

Se i servizi di intelligence turchi e siriani risultavano essere in contatto già da tempo, solo a dicembre 2022 i ministri della Difesa di Turchia, Russia e Siria hanno deciso di incontrarsi a Mosca, dopo che Erdogan ha minacciato di condurre un nuovo raid contro i crudi nel nord della Siria in seguito all’attentato di novembre in pieno centro a Istanbul. Il vertice ha discusso su come porre fine alla guerra e alle organizzazioni jihadiste nella regione, e su come risolvere il problema dei rifugiati siriani in Turchia. Anche se quest’ultimo aspetto ha creato non poche preoccupazioni tra i rifugiati siriani — coscienti che un’eventuale pace tra Ankara e Damasco condurrebbe al loro rimpatrio e a persecuzioni da parte del regime di Assad — il clima positivo al vertice sembra aver gettato i presupposti per un successivo incontro tra i ministri degli Esteri dei tre Paesi. Considerato “the highest-level talks” tra Ankara e Damasco dal 2011, stando alle parole di Erdogan, questo potrebbe rappresentare lo step precedente a un incontro tra lui e Assad. Il leader siriano tuttavia, che grazie al sostegno russo-iraniano ha recuperato gran parte dei territori, non si è ancora espresso sulla questione e potrebbe addirittura attendere le elezioni di maggio in Turchia, viste le dichiarazioni del principale partito d’opposizione a Erdogan (Partito Popolare Repubblicano) di voler ripristinare piene relazioni diplomatiche con Assad se eletto.

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Fig. 2 – L’allora Primo Ministro turco Tayyip Erdogan incontra il Presidente siriano Bashar al-Assad a Istanbul il 7 giugno 2010

3. UN RIAVVICINAMENTO IMPROBABILE

La volontà espressa da Erdogan di sanare i rapporti con Assad ha molteplici ragioni e altrettanti limiti. In primis Erdogan sembra disposto a mettere da parte le ostilità con Assad pur di distruggere l’Amministrazione Autonoma del Nord-Est della Siria (Rojava) e quindi scongiurare la creazione di uno Stato curdo sostenuto militarmente dagli Stati Uniti e legato al PKK. Un eventuale accordo del genere dovrebbe però comportare l’abbandono da parte di Ankara del sostegno ai ribelli siriani (finora smentito da Erdogan), in cambio del sostegno di Damasco alla “eliminazione” del Rojava. L’alternativa sarebbe un accordo tra Assad e i curdi in cui questi ultimi non solo rinuncino alla propria autonomia, ma invitino anche gli alleati statunitensi ad abbandonare il proprio territorio (a che scopo?). Va inoltre aggiunto come la possibilità di un accordo abbia riscosso un certo sostegno interno in Turchia. Erdogan infatti, pressato dalle elezioni di maggio, ha lasciato intendere come un accordo con Assad significhi il definitivo (ma improbabile) ritorno in patria dei 4 milioni di rifugiati siriani attualmente in Turchia. Infine, la volontà di trovare profondità strategica ha finito per fondersi con la necessità di un rispristino della potenza navale turca espressa dalla dottrina di Gürdeniz e rinominata “Patria blu”. Questa ha visto Ankara spingersi fino alle acque libiche per guadagnare nuove porzioni di Mediterraneo, rendendo economicamente insostenibile alla Turchia rimanere attiva su più fronti. L’inflazione galoppante seguita dalla svalutazione della lira turca e l’avvicinarsi delle elezioni hanno inoltre costretto Erdogan ad adottare un’incauta politica economica espansiva che potrebbe a breve costargli cara.

Pietropaolo Chianese

Immagine di copertina: “Boy sitting in broken car” by Ahmed Akacha is licensed by CC BY

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Perchè è importante

  • Undici anni fa, dopo lo scoppio delle Primavere Arabe, gli ottimi rapporti tra Ankara e Damasco subivano una brusca inversione che sarebbe culminata con l’intervento turco nella guerra civile siriana
  • A distanza di undici dall’ultimo incontro istituzionale, il recente vertice trilaterale tra i ministri della difesa di Mosca, Damasco e Ankara, sembra diffondere speranza per un possibile riavvicinamento tra le parti
  • I forti interessi tra gli attori in gioco e la rigidità delle posizioni appaiono, tuttavia, lasciare poco spazio alle opzioni percorribili rendendo il riavvicinamento una mera utopia

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Pietropaolo Chianese
Pietropaolo Chianese

Nato nel 1994, Livornese, ho studiato Relazioni Internazionali presso l’Università di Pisa e l’Università degli studi di Firenze. Durante i soggiorni di studio e ricerca all’Università NOVA di Lisbona e quella di Carthage a Tunisi ho potuto approfondire i miei interessi per le relazioni transatlantiche e il Nord Africa.

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