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mercoledì 23 Giugno 2021

La diplomazia cinese dei palazzi governativi in Africa

In breve

  • La Cina sta espandendo la propria egemonia sul continente africano anche attraverso la costruzione di palazzi governativi e lo sviluppo di reti di telecomunicazioni.
  • Nonostante le comprovate attività di spionaggio da parte di Pechino, i Paesi africani sono reticenti a rifiutare i suoi investimenti.
  • Anche gli Stati Uniti e gli altri Paesi del mondo che si relazionano con i Governi africani sono preoccupati dal’attività di spionaggio da parte della Cina.

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In 3 sorsi – La diplomazia dei palazzi governativi costruiti dalla Cina in Africa favorisce lo sviluppo infrastrutturale dei Paesi destinatari, ma anche attività di sorveglianza e di spionaggio da parte del PCC nei confronti delle Autorità locali.

1. LA CINA REGALA PALAZZI

Negli ultimi vent’anni l’interscambio commerciale tra la Repubblica Popolare Cinese e l’Africa è aumentato di 40 volte per l’effetto della go out policy applicata dall’Amministrazione di Xi Jinping. In base a questa strategia la Cina ha stipulato numerosi accordi e ha superato gli investimenti dei Paesi OSCE in Africa. Tra le operazioni di spicco si individuano la Belt and Road Initiative in ambito commerciale e la diplomazia dei vaccini, l’ultima manifestazione del soft power cinese. C’è però un’altra strategia dagli effetti contrastanti: la cosiddetta diplomazia dei palazzi governativi. Secondo un rapporto della Heritage Fundation tra il 1986 e il 2020 in Africa le aziende cinesi hanno costruito 186 edifici governativi, hanno regalato computer ad almeno 35 Governi e l’azienda Huawei ha realizzato più del 70% delle reti di telecomunicazione 4G. Il risultato è che oggi almeno 40 dei 54 Paesi africani hanno un edificio governativo costruito da una società cinese. Tra i principali esempi si contano il Parlamento della Comunità Economica e Monetaria dell’Africa centrale (CEMAC) e la sede dell’Unione Africana (UA), mentre uno degli ultimi progetti in fieri è la nuova sede per il Ministero degli Affari degli Esteri in Kenya, per un costo di 36 milioni di dollari. Una delle maggiori preoccupazioni degli Stati occidentali è che il Dragone tramite il data harvesting abbia accesso alla sorveglianza del Continente africano e dei suoi attori politici ed economici principali. Il Partito Comunista Cinese (PCC) non è nuovo a operazioni di spionaggio nei confronti di altri Paesi e aziende allo scopo di rubare dati sensibili e know-how, tanto che nel 2017 un rapporto della Commissione della Proprietà Intellettuale americana ha definito la Cina “il principale violatore di proprietà intellettuale del mondo”. Anche in Africa si sono già verificati alcuni precedenti di spionaggio strategico. Ad esempio nel 2018 un’indagine ha rivelato che i tecnici cinesi avevano installato nella sede dell’UA dispositivi di ascolto nascosti e server che inviavano tutti  i contenuti alla sede centrale di Shangai. Questo e altri episodi però non hanno dissuaso il Continente dall’accettare gli aiuti del PCC, che ogni anno organizza meeting tra i rispettivi Ministri degli Esteri per rinfrancare la collaborazione. Essendo uno dei leader mondiali nella tecnologia e nell’intelligenza artificiale, la Cina ha grandi capacità di analisi di big data, come anche dimostrato nel caso dello Xinjiang.

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Fig. 1- Incontro tra diplomatici durante il Forum per la Cooperazione Cina-Africa

2. IL PUNTO DI VISTA DEI PAESI AFRICANI

Al momento la reazione dei leader africani all’ingerenza cinese è alquanto temperata, poiché sono più interessati agli investimenti di Xi nelle infrastrutture che alla sicurezza dei loro data. La Cina è il primo partner economico del Continente e gli Stati africani non vogliono perdere questa fruttuosa cooperazione. Una dimostrazione emblematica del rapporto di interessi tra Africa e Cina è la reazione del Presidente del Burundi, che alla vista del già citato dossier sulle intercettazioni ai danni dell’UA ha sminuito l’evento, definendolo un complotto occidentale atto a seminare attrito tra gli alleati. È anche vero però che gli Stati africani non hanno ancora sviluppato tecnologie così all’avanguardia da subire cyber attacchi di alto livello da parte della Cina, quindi non soffrono le stesse perdite che hanno avuto gli Stati Uniti e altri Paesi. Tuttavia l’industria tecnologica è un settore emergente in Africa, dunque il problema di attacchi e furti di informazioni potrebbe essere solo rimandato di qualche anno, sommandosi così a quello della trappola del debito e delle violazioni dei diritti umani perpetrate contro i lavoratori africani.

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Fig. 2 – Un assistente al dettaglio che indossa una maschera facciale protettiva sincronizza il display di uno smartwatch della Huawei

3. LA REAZIONE DEGLI STATI UNITI

Il Continente africano non è il pivot della politica estera americana, ma a fronte della strategia neocoloniale della Cina la nuova Amministrazione Biden si vede costretta a intervenire per tutelare i propri interessi e quelli degli alleati. Inoltre gli USA hanno una lunga storia di furti di proprietà intellettuale e attacchi di cyber security da parte della potenza rivale, grazie ai quali il Dragone ha costruito una parte significativa del proprio progresso tecnologico. I principali rischi per Washington della strategia di sorveglianza cinese in Africa si identificano in possibili operazioni di disinformazione e intelligence in funzione anti-americana, furto di dati sensibili riguardo a comunicazioni diplomatiche, operazioni militari e antiterrorismo, nonché in una generale diminuzione dell’influenza commerciale nella regione. La volontà di limitare la politica espansionistica cinese è un obiettivo bipartisan negli USA, sebbene Biden sembri più intenzionato del suo predecessore ad affiancare a operazioni di carattere economico e militare una politica di negoziati. Tra gli obiettivi dell’Agenda del Presidente si legge l’intenzione di ripristinare l’egemonia mondiale degli Stati Uniti. In quest’ottica la Casa Bianca sta considerando anche una nuova politica africana che includa lo sviluppo di piani di controspionaggio congiunti. Non si tratta tuttavia du un lavoro semplice, dal momento che molti leader africani si dichiarano fedeli alleati di Pechino, tanto da schierarsi spesso dalla sua parte nelle sedi internazionali.

Alessandra De Martini

President Cyril Ramaphosa at 2018 Forum on China-Africa Cooperation” by GovernmentZA is licensed under CC BY-ND

Alessandra De Martini
Alessandra De Martini

Classe 1996, mi sono laureata in Relazioni e Organizzazioni Internazionali presso l’Università degli Studi di Trento e al momento frequento il corso di laurea magistrale in investigazione, criminalità e sicurezza internazionale presso l’Università degli Studi Internazionali di Roma. Sono appassionata di geopolitica, ma amo anche imparare nuove lingue e viaggiare. Per questo motivo, durante il percorso universitario, ho cercato di combinare le mie passioni partecipando all’Erasmus, ad alcuni progetti della Diplomatic  Academy e ad un progetto di volontariato in Colombia. Nel tempo libero mi piace leggere thriller, fare jogging ma soprattutto giocare con il mio cagnolino!

 

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