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lunedì 20 Settembre 2021

Afghanistan: quale futuro per i rapporti con la Turchia?

In breve

  • L’Afghanistan rappresenta da molto tempo un settore strategico fondamentale per la politica estera turca.
  • Il rapido ritorno al potere da parte dei talebani, sopratutto dopo la presa della capitale Kabul, rischia di ridare forza al movimento jihadista globale.
  • Preoccupata dalla situazione la Turchia cerca un nuovo ruolo nel contesto afghano, ma deve fare i conti con l’aperta ostilità dei talebani.
  • Ankara teme anche una nuova ondata di profughi provenienti dall’Afghanistan, che potrebbe avere serie conseguenze per la propria stabilità interna.

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Analisi Il rapido ritorno al potere da parte dei talebani, sopratutto dopo la presa della capitale, riscrive i rapporti tra Ankara e Kabul e rende incerto il futuro di un Paese devastato già da 40 anni di guerra. Un’analisi sul ruolo della Turchia in tutto questo e su cosa potrebbe cambiare in un Afghanistan guidato dai talebani. 

BREVE STORIA DEI RAPPORTI TURCO-AFGHANI 

L’Afghanistan da più di cento anni costituisce per la politica estera turca un settore strategico fondamentale. Dal 1870 in poi l’Afghanistan era il punto principale da cui si coordinavano le missioni politiche anglo-turche contro l’Impero Russo. Nel 1910 Kabul era considerato il centro da cui si dipartivano gli sforzi anti-inglesi dei turchi e dei tedeschi. Per la Turchia la centralità strategica afghana rimase inalterata anche quando Mustafa Kemal Ataturk prese il potere. Il suo legame personale con il Re afghano Amanullah Khan lo aiutò a realizzare progetti di modernizzazione sopratutto nell’ambito dell’educazione, della sanità e delle infrastrutture. A livello diplomatico l’anno più importante è il 1921, quando i due Paesi si impegnarono nella firma dell’alleanza turco-afghana, inaugurando ufficialmente le relazioni diplomatiche bilaterali. 
A partire dagli anni Venti fino agli anni Sessanta del secolo scorso la Turchia incrementò ulteriormente il supporto alla modernizzazione e crescita economica dell’Afghanistan, costruendo strutture più moderne, snellendo l’amministrazione pubblica, facilitando l’accesso ai servizi sanitari. In questi anni l’Afghanistan crebbe molto da un punto di vista economico e sociale, ma questa crescita fu breve perché interrotta dall’invasione sovietica del 1979.
Anche dal punto di vista etnico la Turchia legittima la propria presenza in Afghanistan. Ankara considera infatti i diversi gruppi etnici (di origine turca) in Afghanistan, come gli uzbeki, gli azari e i turkmeni, i principali alleati. I talebani non guardano con favore a questo legame e temono che la Turchia possa un giorno includere tali gruppi etnici in un “Turkestan del Sud” che spaccherebbe ulteriormente il Paese e farebbe decrescere il potere politico del movimento islamista. 

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Fig. 1 – Il Ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu durante il recente vertice NATO sull’Afghanistan, 20 agosto 2021

IL RITORNO DEI TALEBANI

Il 15 agosto la capitale dell’Afghanistan, Kabul, è caduta in mano ai talebani. Le motivazioni sono molteplici, ma sicuramente una centrale è il deterioramento dei poteri statuali e della loro credibilità agli occhi della popolazione. Da anni Kabul soffre a causa di una classe politica corrotta, di una crisi economica inarrestabile, della mala gestione delle infrastrutture e della sanità, della scarsa alfabetizzazione della popolazione, specialmente delle donne, e di attentati quotidiani. Gli accordi di Doha promossi dagli USA avevano proprio come obiettivo sollevare il Paese da questa condizione e avviarlo verso un processo di pace, ma a nulla è servito sedersi a quel tavolo. A guadagnarci sono stati solo i talebani, che grazie all’accordo con gli USA, hanno riconquistato prima i villaggi, poi le province e infine per ultima la capitale. 
Ad oggi l’Afghanistan non è più uno Stato, ma un territorio comandato da un gruppo armato che nonostante gli orrori commessi in passato cerca disperatamente un riconoscimento a livello internazionale. Questo riconoscimento però significherebbe anche il successo del movimento jihadista globale, che sfrutterebbe la vittoria dei talebani per legittimare e diffondere una propria propaganda. La spirale di violenza nel Paese sarebbe poi senza fine, non solo perché gli stessi talebani potrebbero esercitarla, ma perché l’enorme galassia di gruppi armati del Paese potrebbe riemergere, come ETIM (Eastern Turkistan Islamic Movement), Terik-e Taleban Pakistan (che continuerà a utilizzare il suolo afghano per attaccare il Pakistan) e infine al-Qaeda, alleato storico dei talebani, e il gruppo Khorasan, un braccio di Daesh che contribuirebbe di molto a peggiorare lo scenario. 

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Fig. 2 – Evacuazione dei cittadini turchi da Kabul, 18 agosto 2021

KABUL, ANKARA E I TALEBANI 

La politica estera turca nei confronti dell’Afghanistan si basa su quattro principi fondamentali: mantenere l’unità e l’integrità dell’Afghanistan; provvedere alla sicurezza e alla stabilità del Paese; rafforzare le strutture politiche per incoraggiare la partecipazione dei civili alla vita pubblica; riportare la pace e la prosperità eliminando gli estremismi e il terrorismo. In linea con questi obiettivi la Turchia si inserisce perfettamente sia a livello bilaterale che a livello internazionale nelle missioni delle Nazioni Unite e della NATO. È infatti proprio nel ruolo che la Turchia vorrebbe assumere nella NATO che si rintraccia la volontà politica di intervento in Afghanistan. 
Nel 2019 la Turchia acquistò dalla Russia il sistema di difesa antiaereo S-400, suscitando una reazione di shock da parte della NATO e le sanzioni degli Stati Uniti. Intervenendo in Afghanistan la Turchia vorrebbe quindi riparare al “danno”, dimostrando nuovamente la propria fedeltà all’Alleanza Atlantica e riconquistando la fiducia dei partner occidentali. A livello pratico la Turchia ha dichiarato che difenderà l’aeroporto Hamid Karzai di Kabul quando le truppe USA lasceranno l’Afghanistan, al fine di consolidare agli occhi della comunità internazionale la sua presenza nel Paese. La dichiarazione però non è piaciuta ai talebani, che non vogliono che truppe straniere occidentali rimangano in territorio afghano. Il gruppo ha minacciato duramente il personale turco in Afghanistan e gli ha intimato di lasciare il Paese. 

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Fig. 3 – Un tratto del muro costruito da Ankara al confine con l’Iran per bloccare il flusso di migranti e rifugiati provenienti dall’Afghanistan, agosto 2021

IL PROBLEMA RIFUGIATI 

Uno dei problemi più gravi e che potrebbe avere serie conseguenze per la sicurezza internazionale deriva dal dal ritiro immediato degli USA dall’Afghanistan. Il ritiro delle truppe statunitensi infatti ha lasciato il Paese in condizioni economiche pessime — tanto che la popolazione è costretta a fuggire — e in mano ai talebani, con il rischio che un regime altamente repressivo venga restaurato.
Uno dei primi Paesi che a livello pratico ne vive oggi le conseguenze è proprio la Turchia. Dall’inizio di luglio molti rifugiati afghani hanno infatti raggiunto il confine turco-iraniano e nei prossimi mesi il loro numero aumenterà ancora più drasticamente. Anche prima dell’annuncio i rifugiati afghani rappresentavano la seconda comunità più numerosa in Turchia e secondo l’UNHCR attualmente ci sono 116.403 richiedenti asilo e 980 rifugiati.
L’ondata migratoria oltre a poter diventare incontrollata potrebbe avere serie ripercussioni anche sull’area mediterranea, in cui attualmente è in corso un’altra grave crisi umanitaria, quella siriana, che vede coinvolta sopratutto la la Turchia. Ankara già ospita più di 3 milioni di rifugiati siriani, considerati sempre più un problema dall’opinione pubblica. L’afflusso di rifugiati — questione sempre più divisiva per la popolazione turca — anche afghani potrebbe esacerbare una situazione già esplosiva e portare a scontri violenti.
Secondo le Autorità turche ad oggi le forze di sicurezza hanno impedito il passaggio di oltre 69mila migranti irregolari e arrestato 904 sospetti accusati di essere trafficanti di esseri umani. I media locali riferiscono che al confine è già stato eretto un tratto di 155 chilometri di un muro lungo 241 chilometri.
Gli scenari futuri sono molto incerti. Ancora non si sa con chiarezza quale sarà la postura politica dei talebani, quanto alto e importante sarà il livello di intervento turco a Kabul e come Ankara gestirà il flusso di rifugiati dall’Afghanistan. L’unica certezza è che se la Turchia intende incrementare la sua sfera di influenza a livello regionale, questo è il momento giusto per intervenire. 

Desiree Di Marco

20140809-Kabul, Afghanistan” by Hassan Reza Khawari is licensed under CC BY

Desiree Di Marco
Desiree Di Marcohttps://europeanpeople.org/chi-siamo/

Nata a Roma nel 1995, ho scelto Roma, Milano, Vienna e Rabat come sedi per i miei studi. Sono laureata in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso la LUISS Guido Carli di Roma e ho conseguito un Master di Primo Livello in “Middle Eastern Studies” preso ASERI (Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano). Ho ottenuto un diploma in Affari Internazionali Avanzati all’Accademia Diplomatica di Vienna e attualmente sto conseguendo la Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali. Ho concluso due tirocini entrambi presso l’OSCE e le Nazioni Unite di Vienna lavorando presso l’Ambasciata di Malta e presso la Missione Permanente e l’Ambasciata della Repubblica Islamica dell’Afghanistan. La mia bevanda preferita è il caffè e non solo “the italian Espresso”!

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